La discussione sulla sfiducia al ministro Santanchè ha riaperto il dibattito sul garantismo a corrente alternata e sull’irresistibile tentazione di “fare legna dall’albero caduto”, come recita un nostro proverbio. L’Italia resta un Paese contraddittorio: da un lato, la presunzione d’innocenza viene calpestata con troppa facilità; dall’altro, anche per reati gravi come stupri o omicidi, le condanne definitive non garantiscono sempre un’esecuzione certa della pena, complice il sovraffollamento carcerario. Questo paradosso mina la fiducia nelle istituzioni: si processano persone sui giornali prima che in tribunale, mentre chi ha subito un torto fatica a vedere giustizia compiuta. Servirebbe una riflessione seria sulla giustizia, a partire dalla depenalizzazione dei reati minori e da un uso più mirato del carcere, riservandolo ai crimini più gravi. Invece, il dibattito si concentra quasi esclusivamente sulla separazione delle carriere, come se fosse l’unico problema del sistema giudiziario.

Sul piano politico, la vicenda Santanchè richiama i casi del viceministro Delmastro e della governatrice Todde, non solo per la consueta battaglia tra schieramenti e richieste di dimissioni, ma anche per le conseguenze amministrative. Un’indagine dovrebbe portare alle dimissioni solo se ostacola il ruolo istituzionale o paralizza l’azione di governo. Nel caso di Alessandra Todde, il problema non è tanto la violazione amministrativa contestata, quanto il blocco istituzionale che ne è derivato. Il dibattito sulla sua decadenza ha paralizzato la Regione, come dimostra l’approvazione del terzo mese di esercizio provvisorio. La norma che ne prevede la decadenza esiste da vent’anni, mai contestata dalle quattro giunte precedenti, ma oggi il suo effetto è evidente: la macchina amministrativa è ferma. Questo dimostra quanto la politica sia spesso più attenta allo scontro che alla risoluzione dei problemi concreti.

Lo stesso vale per Santanchè e Delmastro: dovrebbero dimettersi solo se le inchieste impediscono loro di svolgere il mandato, sottraendo tempo ed energie al governo, o se la loro permanenza alimenta instabilità politica e istituzionale. Il punto non è il semplice status di indagato, ma l’impatto reale sulle istituzioni. D’altra parte, trasformare ogni avviso di garanzia in una condanna anticipata significa ignorare il principio di legalità, creando un precedente pericoloso. In caso contrario, restare è legittimo. Certo, ascoltare in Parlamento discussioni su borsette e tacchi a spillo non rafforza il dibattito. Ma forse è solo l’ennesima conferma di quanto sia più facile guardare al dito anziché alla luna.