17 Ottobre 2026
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È deceduto con una grande voglia di vivere. Perché dott. Giuseppe Macis aveva scelto di essere medico per sempre. Ha amato la sua famiglia, ma ha sempre voluto bene agli ammalati, fino alla fine. Anche quando la malattia l’ha raggiunto sorprendendolo. Un sardo che a Roma ha abbracciato non tanto un mestiere ma una missione. Al Gemelli ha offerto un servizio molto più ampio delle sue competenze, capace di coordinare i bisogni degli ammalati, rispondendo prontamente agli appelli che gli giungevano da ogni parte. La Sardegna l’ha sempre sentita casa sua, anzi era lui stesso che faceva “casa” per tutti coloro che gli chiedevano aiuto, contribuendo a risolvere casi considerati irrimediabili. I viaggi della speranza li ha organizzati, gestiti, incoraggiati. Ha sempre manifestato la gioia di aiutare gli altri, preoccupandosi, senza badare a orari e tempi, di chi aveva bisogno di risposte, soprattutto di fiducia nella vita. Bellissimo stargli vicino, raccoglierne auspici e desideri, verificare difficoltà e fatiche. Mai tramortito, mai sconfitto da persone che, ignare del suo impegno, spesso sono divenute anche un ostacolo. Straordinario il suo impegno per i dimenticati e gli esclusi, in collaborazione con enti e congregazioni. Aveva voglia di vivere e di servire. La medicina è stata per lui un progetto di umanità, sempre da redimere, mai da dimenticare nei suoi bisogni. La sua fede è stata forte e coraggiosa. Con la sua vita ci ha presentato, da laico e da medico, un Dio amante della vita. Per me è stato un esempio, un amico, un confidente di gioie e di sofferenze. Un uomo di fede, sempre in dialogo con quella scienza che vuole migliorare il mondo, e vuole contribuire a salvarlo. Grazie dott. Macis. Rimarrai indimenticabile.
+ Antonello Mura
Anche alla penna più ferma è concesso tremare dinanzi ad accenti di commozione rari a concedersi nel paradigma medico, scosso e attonito, alla notizia della scomparsa del Dottor Giuseppe Macis. Pino nella nativa Busachi, a cui restò sempre legato, laureatosi all’università Cattolica, passò da ricercatore a docente nelle scuole di specializzazione di chirurgia toracica, pneumologia, diagnostica per immagini e scienze radiologiche. Primario, professore, contribuì come pochi allo sviluppo della materia, lasciando un segno significativo sul piano scientifico, ma soprattutto umano. Stimato, amato da pazienti e colleghi, raccontano arrivasse al lavoro all’alba e fosse l’ultimo ad andarsene.
Lo piange la famiglia, la moglie Teresa sempre al suo fianco, i brillanti figli, Salvatore e Laura e gli adorati nipoti. Un male incurabile, la cui risultante era l’esposizione prolungata alle radiazioni consequenziali all’attività svolta, ne intaccò gli organi, ma non l’attività. L’audacia lo portò oltre i confini pragmatici della professione, pur di non abbandonare i bisognosi, accogliendo ogni richiesta senza lasciare indietro nessuno. Era questo il suo motto e per ogni paziente si spese in toto. A fine anni Novanta l’ospedale di Nuoro, da report del Sole 24 Ore nelle ultime posizioni in indice di gradimento dei pazienti, lo volle a tutti i costi per un auspicato processo di miglioramento. Giunto nella sua amata Sardegna, lungi da logiche politiche, lobbistiche, esuli dalla sacrale professione, trovò ostilità, reticenza e stallo, in luogo della volontà di migliorarsi. Benché fosse più semplice voltarsi, non smise mai di essere fedele ai suoi principi. Naturali di lì a poco le dimissioni.
La sua integrità non era ostentata, ma semplicemente il suo modo di essere. L’apparente fermezza sottendeva una profonda generosità. Chi bussava alla sua porta trovava ascolto, consiglio, una mano tesa, senza chiedere mai nulla in cambio. Aiutare gli altri per lui era naturale come respirare.
Stracolma la camera ardente allestita alla Cattolica. Commozione nei telegrammi giunti perfino dall’associazione radiologica del Nord America. Nel sollievo che l’esistenza non si risolva con la sua fine, tre giorni fa la firma al varo di un decreto a coronamento del suo sogno. Un Poliambulatorio gestito dalla Cattolica e dal Gemelli per garantire assistenza sanitaria agli ultimi. Dottor Macis da promotore a coordinatore spese le ultime energie in tale impresa. Verrà dunque edificato e intitolato a suo nome. Resta il rammarico che gli occhi di colui che pose l’umanità come strumento d’attacco alla patologia non vedranno il coronamento di un sogno di tale portata sociale. Non stupisce che la Sardegna se lo sia lasciato sfuggire, non più della sua scelta, estraneo a sentimenti negativi, di eleggerla ugualmente a sede per l’eterno riposo.
Gianluca Bardeglinu
