9 Settembre 2025
8' di lettura
Riportiamo il testo dell’omelia del Vescovo in occasione della festa del Redentore. Letture bibliche: Es 17,8-13; Salmo 120; 2Timoteo 3,14-4,2; Lc24,46-53.
Per guardare il Redentore sul Monte Ortobene, è necessario alzare lo sguardo, altrimenti non lo vedi. Gli puoi girare attorno e osservare un bel paesaggio, ma se non fissi gli occhi in alto non lo scopri, non lo inquadri.
Oso dire che attraverso un’opera come quella di Jerace, che rappresenta una città e un territorio, Dio si diverta, ironizzando su tutti i giri che faccio fare agli occhi, ricordandomi che se non vedo in alto non posso capire ciò che è in basso, e se guardo sempre rasoterra non mi accorgo di nulla; così come se sono impastato solo di terra non capisco nulla del cielo, e se sono invischiato nelle cose terrene non saprò mai apprezzare quelle eterne.
Oggi il Risorto, attende il nostro sguardo, è lui che può elevarci e contemporaneamente sollevare i nostro occhi. È lui che ci offre lo slancio per camminare a testa alta, non con la presunzione di aver capito tutto di noi, degli altri o della vita, ma perché accanto a lui i nostri occhi, finalmente, posso essere meno ciechi, meno superbi, più umili, maggiormente attenti alle cose vere, belle e giuste.
Non è un caso che quando guardiamo la statua del Redentore gira un po’ la testa, e ci sembra di essere raggiunti dalle vertigini, anche del cuore, alle quali purtroppo non sappiamo abituarci perché, all’opposto, siamo immersi in pensieri piccoli piccoli, talvolta meschini, rasoterra appunto.
Che bellezza è mai questa alla quale siamo chiamati!
La risurrezione di Gesù è la sconfitta non solo delle nostre tombe, ritenute perenni, ma anche del nostro minuscolo sguardo.
E Dio è come se ci metta alla prova perché impariamo a credere in un orizzonte di vita ampio, che vince i confini tra cielo e terra, sorprendendoci ogni volta.
Il suggestivo brano della prima lettura, oggi proclamata, ci aiuta a capire il fascino e la fatica di rapportarci a un Dio che è in alto, ma allo stesso tempo non vuole allontanarci dalla terra nella quale viviamo.
Si tratta di un brano tratto dal libro dell’Esodo: il popolo si imbatte in un nemico potente e rischia di perdere la battaglia.
Solo quando Mosè si mette a pregare con le braccia alzate, sulla cima di un monte, il popolo sembra vincere. Ma la battaglia è lunga e dura e a un certo punto le braccia di Mosè sono stanche; per aiutarlo altri due uomini, ai suoi lati, sostengono le sue braccia affinché rimangano elevate verso il cielo.
Solo così, alla fine, il popolo supera la dura prova.
È una bella immagine che ci parla della fatica di reggere il ritmo non solo della preghiera ma anche della vita, di ogni impegno per la vita.
Oggi non si tratta più, come in quel biblico contesto culturale, di avere Dio con noi per vincere una guerra – diciamo basta anche ora a tutte le guerre! – ma piuttosto di sconfiggere ogni piccola o grande manifestazione del male.
Se è vero che veniamo qui per affidarci al Redentore, non per questo dobbiamo rinunciare a lottare, ad avere le braccia alzate al cielo tenendo i piedi ben saldi sulla terra.
Perché la preghiera non ci esime certo dall’assumere impegni responsabili e coraggiosi nelle situazioni della vita quotidiana. Ed è per questo, ad esempio, che incoraggio con voi tutti gli operatori di pace, che Gesù anche in questo tempo continua a chiamare Beati.
E mi rammarico con voi, contemporaneamente, per tutti coloro che invece di sostenerle fanno cadere le braccia a chi vuole affrontare con fede e con coraggio gli ostacoli quotidiani.
Purtroppo lo sport preferito di molti continua ad essere quello di gioire più delle sconfitte altrui che di collaborare alle vittorie di tutti. E capisco umanamente tutti quelli, nessuno escluso, che di fronte a questo spettacolo, talvolta sfrontato, di non collaborazione, sentono la stanchezza, percepiscono che le braccia cadono, perché non trovano sostegno, non possono contare su collaboratori fidati, non riescono a tenere le braccia alzate, perché chi poteva aiutare è fuggito con ben altri interessi, preferendo amare se stesso e solo, solo, la sua vittoria. Ed è così che le braccia di molti sono stanche e cadono.
Anche questa città amata e amabile, quando smetterà di crearsi nemici per comodità e avversari per calcolo? Quando smetterà di farsi del male per non dare ragione a nessuno? Quando smetterà di dare un’occhiata al Redentore e, subito dopo, si guarderà attorno per contare amici e nemici? Quando, finalmente, amerà se stessa?
Ma noi non siamo credenti per caso!
Il dono della fede ci rende forti e coraggiosi, robusti interiormente. Come canta il salmo: “Il Signore ti custodirà da ogni male” e come invita l’apostolo Paolo rivolgendosi attraverso il suo discepolo ad ogni credente: “Tu rimani saldo e credi fermamente”.
Veniamo dunque al monte Ortobene con gioia, ma oltre ad ammirare la natura, bellissima e quindi da custodire, c’è un’immagine del Redentore da custodire anch’essa, da non sciupare: bella, vigorosa, slanciata, che sembra voler correre, aprire strade con parole di Vangelo, al quale neanche la croce, cioè la fatica e il fascino di essere fedele a Dio nell’amore, appare un ingombro, un ostacolo.
La storia del mondo non sarebbe quella che è se la speranza cristiana non alimentasse i nostri sforzi e la carità non illuminasse la nostra vita quotidiana. Chi spinge le ruote del mondo continua ad essere la Resurrezione di Gesù.
Quando nelle gare della vita, le logiche del mondo sembrano vincere e vediamo trionfare i violenti, gli arroganti, gli arrivisti, coloro che costruiscono il loro successo sul disprezzo e sull’infelicità degli altri, per favore non rassegniamoci, non addormentiamo le nostre coscienze. Perché rassegnarsi vuol dire non alzare più lo sguardo, vuol dire imprigionare i nostri occhi alla terra, trasformando la vita in un lamento che non sa più vedere oltre.
Cristo Risorto è un crocevia tra terra e cielo, una fessura aperta sull’oltre, su ciò che dura al di là tramonto del giorno. Sapere che il nostro amare non è inutile, anzi non sarà mai perduto, scoprire che anche che il nostro lottare per la vita ha un senso, così come la nostra dolorosa pazienza, tutto questo ci renderà annunciatori di risurrezione.
Non esiste nel mondo solo la forza di gravità verso il basso, ma anche una forza di gravità verso l’alto, che ci fa eretti, che fa verticali anche gli alberi e i fiori, che fa insorgere e risorgere anche l’umanità. E che ci fa sentire la nostalgia di Dio.
“Non vi sono altezze troppo alte – diceva Papini – ma soltanto ali troppo corte”. Quando le nostre ali sono corte, il nostro volo è basso, radente a terra, e l’inerzia ci impedisce di sviluppare i muscoli anche interiori, non facendo crescere le penne.
Dio ci chiama ad altro. Quando Israele uscì dall’Egitto e si avvicinò al Sinai, prima di proclamare il decalogo, Dio disse: “Io vi ho portato su ali d’aquila e condotti a me” (Es 19,4). Con Dio potremmo essere “aquile”, ma talvolta ci accontentiamo purtroppo di essere “polli”.
Ed è un peccato perché questo nostro mondo ha bisogno di “aquile”: di uomini e donne che abbiano il coraggio di diventare con tutta la loro vita delle esistenze significative di fede, di amore, di carità, di perdono, di speranza … segni di Dio, capaci di uno sguardo profondo e appassionato a sé, agli altri, alle cose.
Ha bisogno di uomini e donne che abbiano lo slancio dei passi decisivi, che vivano solide scelte. In amore, nella giustizia, nella vita parrocchiale, nel quotidiano …
Forse abbiamo bisogno di persone un po’ più folli, come diceva un poeta, padre Lebret: Abbiamo bisogno di amanti della pace, liberi dal compromesso, decisi a non tradire mai, obbedienti e insieme spontanei e tenaci, forti e dolci. O Dio, mandaci dei folli.
Che il Redentore non ci tolga il suo sguardo e che Maria, sua e nostra madre, continui a condurci da lui.


