28 Febbraio 2026
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Dalla fine del secolo scorso in Sardegna si è imposta una nuova modalità di realizzare una famiglia. I diversi “tipi” di famiglia hanno comunque un tratto in comune: pochi figli e spesso nessuno. Non è un mistero che la Sardegna da molto tempo detenga gli ultimi posti nella graduatoria delle regioni italiane per numero di figli per donna: la nostra media oscilla sull’unità.
Questo mutamento nel modo di concepire il matrimonio e la famiglia non può essere ricondotto semplicemente alle precarie condizioni economiche dei giovani sardi. Di mezzo c’è uno stravolgimento culturale ed antropologico. La famiglia tradizionale sarda era la carta di identità dei suoi componenti. Non ti veniva chiesto “chi sei?” ma “de sos cales ses? Il gruppo identificava l’individuo, il noi veniva prima dell’io. Un soggetto senza una famiglia di riferimento era una sorta di apolide. Michelangelo Pira parlava di famiglia-nazione e Luca Pinna di “famiglia esclusiva”. Per fare un esempio terra terra, racconto questo episodio di quando, per un brevissimo tempo, sono stato supplente di lettere allo Scientifico di Bitti. Ad un compito di italiano avevo messo un quattro. Ai colloqui tento di spiegare alla madre dello studente il perché ed il percome. Ad un certo punto mi chiede sdegnata “battoro a nois?”
Capite: quel giudizio non riguardava un tema di italiano, uno studente, una prova scritta bensì un parentado, un “noi” da difendere con orgoglio.
Oggi accade il contrario esatto: l’io prevale sul noi. Nella stessa famiglia, tra fratelli, ognuno pensa per sé, non si ha una coscienza ed una visione comune del proprio futuro. I figli non sono più un investimento per il futuro. Gli stessi genitori diventano una parentesi della vita e non un contesto.
In Sardegna le nozze, civili o religiose, sono sempre più tardive; le convivenze sono diventate una regola; il numero dei nati fuori dal matrimonio primeggia nettamente; le coppie con più di due figli diventano sempre più rare mentre crescono quelle senza figli. Da un recente studio risulta che nubili e celebi sono in numero maggiore rispetto agli sposati. Difficile comunque fare stime di questo tipo essendovi di mezzo le convivenze e coloro che alle spalle hanno un matrimonio andato in frantumi (fenomeno frequente cui non corrisponde quello della “vergogna sociale” di un tempo).
Tra l’ieri e l’oggi vi è anche un mutamento antropologico. Nel passato si diventava adulti presto. Se non si intraprendeva la strada degli studi occorreva trovarsi un lavoro. La famiglia-azienda rispondeva in larga parte a questa necessità ma in ogni caso non era pensabile arrivare ai diciotto anni trascorrendo il tempo in festini e appuntamenti conviviali a spese della famiglia. Bisognava crescere e diventare autosufficienti il prima possibile. Oggi si dipende dai genitori (con la loro complicità) ben oltre l’età della maturità, sembrerebbe che i giovani hanno paura di diventare adulti. Tra i venticinque e i trentacinque anni i giovani sardi vivono in una sorta di limbo: anagraficamente adulti e socialmente ragazzi. Si rimandano ad un domani imprecisato scelte e responsabilità cruciali: fidanzamenti eterni ma scarsa progettualità.
L’economia marginalista dell’800 fondava il valore dei beni sull’utilità soggettiva e sul principio dell’utilità marginale decrescente. Io non ci ho mai creduto ma debbo arrendermi dinanzi alla realtà. Messi a scegliere tra il comprare un’auto o fare un figlio si preferisce la prima opzione. La famiglia, i figli sono scelte marginali nella scala delle priorità e qui sta il mondo mutato. Senza contare i contraccolpi derivanti nei figli dalle separazioni matrimoniali. Un capitolo su cui meditare tenendo presente anche il fallimento allarmante di affidi ed adozioni.
