Dopo la denuncia del Vescovo, anticipata dal nostro sito web e condivisa sui nostri canali social il 17 dicembre, molteplici sono state le reazioni arrivate dalla società civile e dal mondo politico, impossibile riportarle tutte per ragioni di spazio

«Forte preoccupazione» ha espresso il sindaco di Nuoro Emiliano Fenu:«Un’ipotesi del genere richiama un’idea di relegazione e marginalità che si pensava definitivamente superata e non può essere affrontata come una mera riorganizzazione amministrativa. Deve essere chiaro che la città, impegnata in un percorso di rilancio chiaro e riconoscibile, non può apparire come una colonia penale». Anche la Presidente della Regione Alessandra Todde ha raccolto la preoccupazione del Vescovo: L’ipotesi di una struttura destinata esclusivamente al 41bis «Se confermata, sarebbe una scelta gravissima per Nuoro e per l’intero territorio. Non un intervento temporaneo, ma una decisione strutturale, assunta senza alcun confronto con la Regione. Una punizione per una città, per un territorio e per un’Isola che faticosamente stanno rialzando la testa».

Per la garante dei detenuti di Nuoro Giovanna Serra i trasferimenti in atto «avranno un forte impatto sia dal punto di vista umano che del percorso di reinserimento sociale intrapreso a Badu ‘e Carros. Non sappiamo quando sarà reso definitivo il futuro dell’Istituto ma, se dovesse concretizzarsi l’ipotesi del 41bis, sarà non più un carcere aperto, vocato al reinserimento dei detenuti, ma un istituto di mero contenimento».

«È paradossale e inaccettabile che lo Stato mostri attenzione verso questo territorio solo per scelte che lo penalizzano, anziché valorizzarlo come merita – ha affermato il presiedente di Confindustria Sardegna Centrale Pierpaolo Mila -. Da decenni la Sardegna centrale, il Nuorese e le sue aree interne attendono risposte concrete dal Governo centrale su infrastrutture, mobilità, opportunità per le imprese e per i giovani. Invece, l’unica risposta che arriva è quella di un ulteriore isolamento sociale e territoriale».

Il senatore Marco Meloni, intervenuto in aula citando le parole del Vescovo ha rivolto «un appello alla società sarda e ai parlamentari della Sardegna, di tutti gli schieramenti: dobbiamo mobilitarci ed essere uniti nell’ottenere la rimozione dal testo dell’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario della “preferenza insulare” per la destinazione dei detenuti sottoposti al carcere duro, e nel contrastare con tutta la nostra forza questo disegno».

Il deputato di Forza Italia Pietro Pittalis ha depositato un’interrogazione con risposta orale al ministro della Giustizia chiedendo chiarimenti sul progetto. Per Pittalis il rischio è di «trasformare Nuoro in una grande enclave dell’alta sicurezza, creando una vera e propria servitù penitenziaria, con pesanti ricadute sulla comunità locale sarda che già sostiene una condizione di significativi spazi sottratti alla comunità». Ancora, «destinare l’intero istituto a un simile scopo metterebbe in atto un trattamento che più che di rieducazione parla di annientamento della persona», esponendo al contempo il territorio «all’attecchimento di nuove forme di attività criminali, ad oggi sconosciute». 

Mentre il partito della premier Meloni tenta di minimizzare, per il segretario regionale del Pd Silvio Lai «i dati, gli atti, le dichiarazioni del sottosegretario Delmastro in Conferenza Stato-Regioni e i movimenti concreti del sistema penitenziario raccontano un disegno che esiste ed è già in corso. Questo assetto potrebbe portare le carceri di Sassari, Cagliari e Nuoro a ospitare tra i 500 e i 550 detenuti al 41-bis su un totale di circa 750, trasformando di fatto la Sardegna nel principale polo nazionale del regime speciale». 


L’associazione Nino Carrus esprime in una nota «indignazione profonda per l’ennesima decisione imposta dall’alto sulla provincia di Nuoro. Ancora una volta il nostro territorio viene trattato come un luogo da penalizzare, mai da valorizzare: nessun investimento per creare ricchezza e opportunità, solo scelte che lo declassano e lo isolano ulteriormente. La prospettiva di destinare a Badu ’e Carros un numero crescente di detenuti in regime di massima sicurezza rappresenta una scelta che stigmatizza il territorio, ne compromette l’immagine e rischia di introdurre una contaminazione criminale e culturale che la nostra comunità rifiuta e combatte con determinazione, impegnata da tempo a difendere legalità, coesione sociale e sviluppo.

Su questo punto siamo chiari: ci uniamo all’appello del Vescovo Mura, sosteniamo la posizione della Confindustria della Sardegna Centrale e rafforziamo le parole della Presidente Alessandra Todde. Di fronte a una scelta così grave, il territorio deve presentarsi unito, senza distinzioni politiche o di categoria, coeso nel difendere la propria dignità e il proprio futuro.

Chiediamo al Governo di ritirare immediatamente questa decisione e di aprire un confronto serio con le istituzioni locali. La Sardegna centrale non può essere trattata come un luogo dove scaricare funzioni sgradite: è una comunità viva, che merita rispetto, investimenti e futuro.

Chiediamo al mondo associativo sardo – conclude l’associazione – di condividere e firmare questo documento, così da rafforzarne il significato e l’efficacia in un momento in cui l’unità del territorio è fondamentale».


La lettera. 41bis in Sardegna: dignità, autonomia e futuro dell’Isola

La discussione sul trasferimento di detenuti al 41bis in Sardegna non riguarda solo sicurezza o gestione carceraria. Parla di legalità, responsabilità istituzionale e del diritto della Sardegna a governare il proprio futuro con piena autonomia.

Il clamore sollevatosi attorno alla prospettiva di un trasferimento significativo di detenuti sottoposti al regime di cui all’art. 41bis dell’Ordinamento Penitenziario verso istituti penitenziari della Sardegna rivela molto più di quanto appaia in superficie. Dice, in realtà, meno dei detenuti coinvolti e molto di più di chi solleva l’allarme. Dice del nostro rapporto irrisolto con la pena, con la legalità e, in ultima analisi, con l’idea stessa di Stato di diritto.

Le preoccupazioni espresse – il rischio di una presunta alterazione del tessuto sociale e di infiltrazioni criminali – si collocano su un piano prevalentemente emotivo e simbolico, che fatica a reggere a un esame razionale, giuridico e istituzionale.

Il regime di cui all’art. 41bis è, per sua natura normativa e per consolidata giurisprudenza costituzionale, una misura eccezionale e temporanea. Eccezionale, perché deroga al regime ordinario di esecuzione della pena comprimendo diritti fondamentali esclusivamente in funzione dell’interruzione dei collegamenti con le organizzazioni criminali. Temporanea, perché applicata attraverso provvedimenti di durata limitata, rinnovabili solo a seguito di una verifica rigorosa e attuale delle condizioni che ne giustificano l’adozione, sotto il costante controllo dell’autorità giudiziaria. La legittimità del 41bis non risiede nella sua severità, ma nella sua funzionalità, proporzionalità e non automaticità: elementi senza i quali la misura degenererebbe in una pena aggiuntiva, incompatibile con i principi costituzionali.

Nel discorso pubblico, tuttavia, il 41bis viene spesso trasformato in una categoria assoluta, quasi ontologica. I detenuti cessano di essere persone sottoposte a un regime detentivo specifico e diventano simboli astratti di un pericolo da allontanare, presenze da collocare altrove. È qui che si compie lo slittamento più grave: dal diritto penale del fatto a una logica di esclusione che incrina le fondamenta dello Stato costituzionale. Si obietta, a questo punto, che la questione non riguarderebbe il rispetto della dignità dei detenuti, ma altro: la sicurezza, l’equilibrio territoriale, l’opportunità politica. È un’obiezione solo apparentemente neutra. In uno Stato di diritto, sicurezza e garanzie non abitano piani separati, né possono essere bilanciate attraverso la rimozione simbolica del problema o la sua proiezione su territori ritenuti più esposti o meno rilevanti. Il modo in cui uno Stato tratta i detenuti sottoposti al regime più duro è parte integrante della sua idea di legalità, non un tema accessorio.

Che i detenuti al 41bis siano responsabili di reati gravissimi è un dato incontestabile. Proprio per questo, la risposta dello Stato deve essere tanto ferma quanto coerente. La dignità della persona non è una concessione etica, ma un principio giuridico inderogabile, sancito dall’art. 27 della Costituzione e costantemente ribadito dalla giurisprudenza costituzionale ed europea. La pena non può mai tradursi in una definitiva espulsione dell’individuo dalla comunità giuridica, né in una delega al territorio ospitante del peso simbolico del “male”.

È in questo quadro che le prese di posizione della politica regionale assumono un significato particolarmente critico. Nel rappresentare la presenza di detenuti al 41bis come una minaccia per la sicurezza e l’equilibrio sociale dell’isola, la classe dirigente che oggi governa la Regione Sardegna finisce per trasmettere, implicitamente ma chiaramente, un messaggio di incapacità: l’idea che il territorio amministrato non sia adeguatamente governabile e tutelabile. Se si ritiene che lo Stato – e, per estensione, una Regione – non sia in grado di garantire legalità e controllo di fronte alla presenza di detenuti sottoposti al regime più rigoroso dell’ordinamento penitenziario, allora il problema non è il 41-bis, ma la fragilità delle istituzioni che lo affermano. Questa narrazione produce un doppio effetto distorsivo: da un lato alimenta l’immagine di una Sardegna vulnerabile e sacrificabile; dall’altro erode la fiducia nella capacità dello Stato di esercitare le proprie funzioni fondamentali. È una resa simbolica prima ancora che politica. L’idea che la criminalità organizzata possa infiltrarsi in un territorio per effetto della collocazione di detenuti sottoposti a isolamento rafforzato rivela una concezione semplicistica del fenomeno mafioso. Le organizzazioni criminali si radicano attraverso relazioni economiche, collusioni politiche, opacità amministrative e consenso sociale, non per prossimità fisica a un istituto penitenziario.

Affrontare seriamente il tema delle infiltrazioni significa guardare ai luoghi del potere reale: ai circuiti finanziari, alle zone grigie dell’amministrazione, ai soggetti incensurati che operano a piede libero e che, pur non essendo sottoposti a regimi detentivi speciali, esercitano un’influenza concreta e quotidiana sulla vita pubblica. Temere chi è sottoposto al massimo livello di controllo mentre si normalizza la presenza di criminalità “rispettabile” è una distorsione rivelatrice delle nostre priorità collettive.

La questione, in ultima analisi, non è geografica, ma politica e culturale. Uno Stato che applica i propri principi in modo selettivo, in base alla convenienza o al consenso locale, rinuncia progressivamente alla propria autorevolezza.

La Sardegna non è un luogo di confino né un corpo estraneo alla Repubblica. È parte integrante di un ordinamento che deve dimostrare, proprio nei passaggi più delicati, di essere all’altezza dei valori che proclama. Ma è anche una terra che, già nei primi anni del movimento autonomista sardo, è stata concepita come un popolo dotato di propria identità, storia e aspirazione politica, la cui emancipazione richiede strumenti reali di autogoverno e la possibilità di esprimere una sovranità effettiva sulle proprie scelte. Difendere la legalità significa assumersi la responsabilità di governare la complessità, non respingerla altrove; e significa, per chi crede in una Sardegna davvero padrona del proprio destino, affermare che l’autonomia piena — e, in prospettiva, l’indipendenza — non possono essere compatibili con la retorica dell’impotenza o con l’idea di un territorio passivo, ma richiedono istituzioni forti, radicate nella cultura, nella storia e nella volontà del popolo sardo, in grado di esercitare una sovranità piena sul proprio futuro.

Il modo in cui affrontiamo la questione del 41-bis non parla soltanto di carcere e sicurezza: parla della nostra idea di democrazia, della fiducia che riponiamo nelle istituzioni e della capacità di uno Stato di restare fedele a se stesso proprio quando farlo è più difficile.
Claudia Camarda