
27 Ottobre 2026
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Questo è un proseguo del precedente editoriale incentrato sulle pensioni ed il pubblico impiego come asse portante dell’economa nuorese in generale. Con annesse sagre, premiazioni, festival, eventi, concerti e tutto l’armamentario di intrattenimento finanziato con soldi pubblici. Il succo di tutto questo lo abbiamo chiamato un modello economico della circolazione (non pensate al sangue e al reparto di cardiologia) assistita.
Proviamo a immaginare il funzionamento di questa economia. Arriva lo stipendio pubblico o la pensione. Dopo le bollette, una parte importante viene spesa nei negozi, nei supermercati, nei bar, nei ristoranti, nei gratta e vinci, e nei servizi della città. Le imprese incassano, pagano i dipendenti, le imposte e i fornitori. È un circuito economico reale e importante. Ma quando una quota troppo elevata della domanda dipende da redditi che non nascono dalla capacità del territorio di vendere beni e servizi all’esterno, il sistema diventa fragile, si sfarina. Non perché quei redditi siano illegittimi o improduttivi in senso sociale, ma perché manca un secondo motore, capace di alimentare autonomamente la crescita. Non è facile rendere accessibili a lettori come Bachiseddu Truddaju concetti così complicati di economia e sociologia, ma tentar non nuoce.
La Pubblica amministrazione deve garantire servizi efficienti. La previdenza deve assicurare dignità a chi ha terminato la propria vita lavorativa. Ma chi si occupa di costruire l’economia dei prossimi trent’anni? Non possiamo pensare che il futuro dei figli sia affidato esclusivamente a un concorso pubblico, a un finanziamento regionale o alla speranza che qualche ufficio non venga trasferito altrove. Sarebbe una prospettiva piuttosto modesta per una città che ama definirsi capitale culturale della Sardegna.
La decadenza è spesso anche molto educata. Il declino economico non arriva necessariamente con un crollo improvviso. A volte si presenta in maniera garbata. Una serranda che non riapre. Un giovane laureato che parte. Un’impresa che rinuncia a investire. Un locale commerciale che rimane sfitto. Una famiglia che si trasferisce. Tutto avviene lentamente, senza particolari rumori. Siccome di mezzo non c’è un ciclone o un terremoto, tutto appare normale.
Questa è la vera insidia di un’economia eccessivamente dipendente dalla spesa pubblica: può rendere meno visibile la perdita progressiva della capacità di produrre nuova ricchezza. Non è una condanna inevitabile. La presenza di scuole, ospedali, uffici e servizi pubblici potrebbe anzi diventare una piattaforma per sviluppare nuove attività private. Ma occorre volerlo.
Nuoro avrebbe bisogno di una discussione meno cerimoniale e molto più economica. Quante nuove imprese vogliamo far nascere? Quali investimenti privati siamo capaci di attrarre? Quali settori possono vendere servizi fuori dal territorio? Come trasformiamo cultura, turismo, formazione e competenze in attività che producano reddito e occupazione stabile?
Sono domande meno divertenti dell’organizzazione dell’ennesimo evento. Non prevedono necessariamente un palco, un presentatore e una fotografia con le autorità, ma sono le uniche che possono determinare il futuro della città. Perché una comunità non può accontentarsi di consumare la ricchezza che arriva dall’esterno, attraverso trasferimenti, stipendi e pensioni. Deve anche imparare a generarne di nuova altrimenti rischiamo di consegnare ai nostri figli una città perfettamente organizzata per celebrare il proprio passato, ma sempre meno attrezzata per costruire il proprio futuro.

