Domenica 3 maggio alle ore 18 Federico Bandinu, Alessandro Mesina e Alessandro Sale verranno ordinati presbiteri dal Vescovo Antonello nella chiesa Cattedrale. A pochi giorni da questo evento di grazia li abbiamo incontrati.

Sono passati quasi due anni esatti dall’ordinazione diaconale. Dove e con chi hai svolto il tuo ministero in questo periodo?

Bandinu
«In questo tempo ho svolto il servizio come animatore nella comunità del Seminario diocesano con don Luciano Monni e don Paolo Carzedda, tra i ragazzi della propedeutica, del minore e le suore; ho collaborato con la pastorale giovanile e vocazionale e ho scritto per L’Ortobene. Da settembre scorso servo con gioia, accanto a don Salvatore Goddi, la comunità di Orgosolo. Intanto cerco di concludere lo studio accademico per il conseguimento della Licenza in Teologia dogmatica e fondamentale a Cagliari. Infine collaboro con il Vescovo Antonello, portandomi a conoscere la nostra Diocesi in modo più ampio».

Mesina
«Sono stato inizialmente nelle parrocchie della Cattedrale e del Rosario a Nuoro, dove già mi trovavo da accolito, con il parroco don Giovanni Maria Chessa e il collaboratore don Giovanni Cossu. Da ottobre 2024 a settembre 2025 sono stato nelle parrocchie di Siniscola, La Caletta e Santa Lucia, con il parroco don Antonello Tuvone e il collaboratore don Fabio Ladu. Attualmente sono collaboratore presso le parrocchie di San Giuseppe e San Giovanni Battista a Nuoro, affiancando il parroco don Roberto Carta e il diacono Maurizio Cossu, e collaboratore nell’Archivio storico e nella Biblioteca diocesana di Nuoro».

Sale
«Dall’aprile del 2024 ho svolto il mio ministero presso la parrocchia di Sarule, al fianco di monsignor Luigino Monni. Nel primo periodo ho abitato nel Seminario diocesano, condividendo la vita comunitaria; mentre l’anno scorso stabilmente a Sarule. Dal settembre 2025 il Vescovo mi ha designato come collaboratore delle parrocchie di Siniscola, La Caletta e Santa Lucia: un ritorno per me, considerato che ho vissuto in queste comunità l’esperienza pastorale durante il 6° anno di formazione».

Dalle ultime esperienze appena citate, hai potuto maturare una consapevolezza per te nuova e/o originale, che magari negli anni del Seminario nemmeno immaginavi?

Bandinu
«Metterei in evidenza la forza dell’umiltà. Essa permette due cose fondamentali: da una parte che io sia raggiunto da Dio con la sua presenza e la sua Parola, così come dagli altri, con i propri bisogni e le proprie storie; dall’altra che sia trasparenza di Cristo, cioè che attraverso di me possa emergere sempre la bontà di Dio che sta accanto, tocca, osserva, ama e guarisce. In Seminario avevo studiato la teoria e avevo “incassato”, con non poche resistenze, gli inviti all’umiltà; nel ministero sperimento nella carne la profonda necessità».

Mesina
«Sono state tante le nuove scoperte, dal punto di vista personale e ministeriale. Quella che sento maggiormente di condividere, essendo stato in diverse parrocchie e con tanti sacerdoti, è quella di quanto sia importante la comunione e la collaborazione fraterna, tra i pastori come tra i fedeli. Ho toccato con mano che davvero, come dice Gesù stesso, ci riconosceranno come suoi discepoli nella misura in cui avremo amore gli uni per gli altri. È la sfida della quotidianità, che a volte costa ma dà soprattutto tante soddisfazioni».

Sale
«Consapevolezze nuove, almeno per quello che riguarda la pastorale, direi di no: durante gli anni di Seminario ho avuto la fortuna di aver fatto esperienze che non hanno nascosto nulla della vita pastorale, sia in parrocchia che in altri ambiti (penso all’esperienza vissuta al Policlinico di Monserrato). Piuttosto ho riconsiderato le stesse con maturità. Tra le tante sento fondamentale una su cui ha anche insistito monsignor Meini negli esercizi spirituali che ci ha guidato: dalla mia azione deve trasparire Cristo, non sono io il protagonista; d’altronde è quello che ha ricordato Papa Leone nella sua prima omelia “Sparire perché rimanga Cristo”».

La liturgia del 3 maggio sarà quella della V Domenica di Pasqua e comunque non si può ignorare la festa dei santi Filippo e Giacomo: vedi già da adesso, tra le letture del giorno e l’esempio degli apostoli, un messaggio pensato per te e il tuo sacerdozio?

Bandinu
«Il 3 maggio è, tra le altre cose, l’antica ricorrenza dell’Invenzione della Vera Croce. Felice coincidenza ha voluto che questo tassello arricchisse la già piena di significati V Domenica del tempo pasquale. Se dovessi pensare a un messaggio, direi: essere portatore infetto di amore di Dio che sgorga dalla Croce e nel ministero sono chiamato a portare a tutti. La prima lettura suggerisce che sono scelto per i più bisognosi. Come? Rimanendo in Lui che è nel Padre, credendo e abbandonandomi a Cristo, lasciandomi amare perché anch’io possa amare con il dono del suo amore crocifisso e redentivo».

Mesina
«Nella prima lettura san Paolo dice ai Corinzi: “Vi trasmetto anzitutto quello che anch’io ho ricevuto”, e parla del dono che Gesù fa di sé stesso nell’Eucarestia. In questa frase di Paolo riconosco di essere stato anch’io oggetto di amore e misericordia da parte di Dio, come da parte delle tante persone che Lui mi ha avvicinato in questo cammino. Vorrei poter vivere il ministero con la consapevolezza che non porto nulla da me stesso, se non quello che Dio mi dà di ricevere da Lui attraverso gli altri. È una sorta di “staffetta” di amore di Dio, dove nella Chiesa tutti ci passiamo il testimone».

Sale
«Pensare che i brani saranno quelli proposti dalla liturgia del giorno e non altri scelti magari per l’occasione, mi conferma come Dio, tramite la sua Parola, dica sempre il giusto al momento giusto: sono letture tutte orientate al sacerdozio. Oltre alla bellezza del gesto dell’imposizione delle mani, richiamato nella prima lettura, è assolutamente di consolazione sapere che la chiamata a cui ho aderito è una chiamata alla luce, la sua luce, di Dio che è via, verità e vita».

Tra i riti esplicativi della liturgia di ordinazione, quale ti affascina di più per il suo significato e perché?

Bandinu
«Il primo tra i riti esplicativi è, a parer mio, il più affascinante. Dopo la prostrazione e poi lo stare in ginocchio per ricevere nella preghiera il dono del ministero, senza dire nulla, ci si alza, segno eminentemente pasquale. Come uomo nuovo, rinnovato da un dono più grande di me, vengo rivestito, sopra il camice bianco battesimale, di una veste nuova. Il rito non prevede nessuna parola che accompagni il gesto; si capisce da solo. Oggi non sono io ma è Dio che opera in me meraviglie e nel mio ministero la storia della Salvezza. Sono rivestito di Cristo e vivo il mio ministero in lui». 

Mesina
«Penso che l’abbraccio di pace sia un segno molto significativo, perché nella sua semplicità dice tantissimo del presbitero. Il fatto che il vescovo e i confratelli accolgano con un abbraccio i nuovi sacerdoti è segno che non da soli, ma tutti insieme siamo il corpo di Cristo. Vedo il prete non come un supereroe che fa tutto da solo, ma come un uomo che nel ministero mostra l’immagine bella della Chiesa quanto più si impegna a vivere la missione in comunione con il Vescovo e i confratelli sacerdoti».

Sale
«Tra i riti esplicativi quello che mi affascina di più è sicuramente l’unzione con il Crisma. Certamente per l’antichità del gesto, attestato già nell’Antico testamento; ma mi piace pensare di essere unto con l’olio alla cui benedizione partecipano tutti i sacerdoti, che mi accoglieranno poi nell’ordine sacerdotale, con il gesto del tendere la mano, gesto non previsto per gli altri due oli». 

Con sincerità, apprezzando e rispettando la nostra umanità, c’è qualcosa che ti spaventa pensandoti prete per sempre?

Bandinu
«Per rispondere a questa domanda prendo in prestito un invito che santa Caterina da Siena fece ad un sacerdote nelle sue lettere: “Sempre vegga e ragguardi quanto egli è amato da Dio; il quale amore ci ha manifestato per mezzo del Figliuolo suo. La volontà sempre ami e non cessi mai, ne allenti l’amore verso il suo Creatore, né per diletto, né per pena, né per veruna altra cosa che ci fusse fatta o detta: ma se tutte le altre operazioni ed esercizi corporali venissero meno, questo non debbe mancare”. Mi abbandono a Dio che, nonostante la mia piccolezza, mi doni la grazia di rimanere in Lui».

Mesina
«Penso che il modo migliore per vivere il dono del sacerdozio sia il “per sempre”, sì, ma un giorno alla volta e un sì alla volta. Se non fosse per sempre non sarebbe un dono totale di Dio, ma se non fosse un sì alla volta non sarebbe alla portata dell’uomo. Mi consola che il “per sempre” è anzitutto di Dio, e che la sua si farà sentire sempre, in ogni momento, quando e come vorrà. Ciò che mi spaventerebbe sarebbe vivere un “per sempre” egoista e volontaristico; dimenticherei che non sono prete con le mie forze, ma per un dono di Dio».

Sale
«Sono sicuro che il “per sempre” porta insito, come tutte le scelte definitive, difficoltà e giorni di scoraggiamento: aspettarmi le stelle ogni giorno sarebbe illusorio. Al momento penso di individuare una cosa in particolare che mi spaventa: il ritrovarmi a fare il prete, piuttosto che esserlo; mi spaventerebbe dare spazio ad un ruolo a discapito del centro, il fondamento, della mia vocazione».