Per tutti e semplicemente Chiara. Non c’è famiglia in città che almeno una volta non le abbia affidato un figlio o una figlia, o non l’abbia scelta per organizzare un compleanno o per frequentare il centro estivo quando la scuola è finita. Lei sorride, accoglie e soprattutto gioca. Una passione nata tra i vicoli e e piazze di Santu Predu, come lei stessa racconta. Alla soglia di un evento importante come i dieci anni di attività che arriveranno nel maggio dell’anno prossimo, l’abbiamo incontrata.

Iniziamo dal principio. Come è nata questa esperienza?
«Avevo questa idea in testa da anni, dopo aver fatto diverse stagioni. Ci ho provato grazie ad un finanziamento regionale nel 2017, a 27 anni. Una ragazza, che poi è diventata mia cliente, mi ha aiutata a strutturare il business plan, alla fine ce l’ho fatta e la Sfirs ha accettato il progetto. Ho aperto la partita Iva a febbraio, ma tra scartoffie e burocrazia comunale sono riuscita a inaugurare solo a maggio. È stata dura, ma sono stata fortunata».

E l’idea in sé come era maturata? 
«Ho frequentato per anni l’Azione Cattolica nella parrocchia del Rosario, da ragazza e poi come aiuto educatrice nei campi scuola. Eravamo tantissimi, uscivamo insieme e mi è sempre piaciuto stare in mezzo ai bambini e farli divertire. Volevo aprire una cosa mia per offrire un aiuto ai genitori: l’idea iniziale era un servizio a ore, come un parco giochi dove lasciare i figli per il tempo di fare la spesa o una commissione. Poi piano piano ho inserito anche i compleanni. La mia è un’alternativa alle classiche ludoteche, si viene solo per giocare in modo organizzato. Certo, se non ti piacciono davvero i bambini, questo lavoro non lo puoi fare».

In questi anni sei diventata la sorella maggiore di una generazione di bambini. Questa è forse la cosa più bella. 
«Assolutamente sì. Proprio l’altro giorno è passato a salutarmi un ragazzo che frequenta le scuole superiori; quando ho aperto aveva otto anni, non l’avevo neanche riconosciuto! Mi fa un enorme piacere quando si ricordano di me, significa che qualcosa di buono l’ho lasciato. Con molti clienti si crea un rapporto speciale. Ho una famiglia di clienti siciliani che conosco dal 2017, sono tornati in Sardegna per un matrimonio e sono passati a salutarmi dopo due anni che non ci vedevamo. Ricordiamo ancora le feste di Carnevale fatte insieme. Mia nipote Giovanna, nel 2017, faceva il compleanno da me dicendo che le piaceva perché era gratis!».

Come è nato il nome “Giochilù”? 
«È un gioco di parole con i nomi dei miei nipoti e il mio: “Gio” per Giovanna, “Chi” per Chiara e “Lu” per Luca. Molti bambini pensano derivi da “giochi di luce” o “ludico”, invece è solo un mix familiare. Mi hanno aiutato loro a sceglierlo ed è stato importante. Da allora, ormai, in giro per la città non ho più un nome: per tutti sono “Chiara di Giochilù”».

Dall’apertura ad oggi hai notato un cambiamento nel mondo dell’infanzia? 
«Dopo il Covid c’è stata una svolta, anche in noi adulti. Io sono di Santu Predu, cresciuta nel vicinato e con un’educazione che si direbbe “vecchio stampo”. Oggi i bambini sanno tutto, a nove anni ti parlano di intelligenza artificiale e ChatGPT, e in quarta elementare hanno già l’iPhone. C’è ancora qualche isola felice, come i bambini che vengono dai paesi vicini, tipo Mamoiada: giocano a calcio, cadono, si rialzano e non hanno paura di nulla. Altri invece hanno paura persino del pallone. Prima del Covid, nel vecchio locale, si giocava liberi. Durante i centri estivi del post-Covid ho dovuto dividere tutti in piccoli gruppi: i bambini avevano paura di stare vicini, ormai abituati a chiudersi in casa con i videogiochi».

Stare con te però è la dimostrazione che si può giocare anche senza avere uno schermo in mano. E tu sei la prima che gioca con i bambini. 
«Esatto! Poi la sera pago lo scotto con la sciatica, ma fa niente. Certo, il mondo va verso i videogame, tanto che per il centro estivo ho ideato una “settimana dei videogame” ma con giochi fisici fatti da noi a tema, ed è andata benissimo. Ma cerco sempre di proporre anche i giochi di una volta: la palla avvelenata, le bardoffule, la corda, oltre al calcio e al basket. Molti non sanno neanche cosa sia il gioco del “paradiso”».

Un altro aspetto del tuo lavoro è che vieni a contatto con situazioni familiari complicate. 
«A volte facciamo da psicologi. Io stessa ho fatto un percorso personale che mi è servito molto sul lavoro per capire certe dinamiche. Se un bambino non vuole entrare cerco di capire perché, mi metto in discussione e se sbaglio o mi esprimo male so chiedere scusa. Oggi ci sono tantissimi bambini con genitori separati, o che hanno subito un lutto recente. Ci sono molti casi di autismo e iperattività. L’anno scorso un bambino solitamente felicissimo è cambiato da un giorno all’altro, era sempre triste. La mamma mi ha chiesto di provare a parlarci giocando, ma a volte non ci riesci nemmeno tu. È una sfida continua e le responsabilità sono enormi».

Se dovessi pesare quello che ti toglie e quello che ti dà questo lavoro, qual è bilancio? 
«Toglie tantissima forza mentale, più che fisica. Quest’anno ho imparato a mettere la salute al primo posto. Quando mi ammalo sono costretta a chiudere e la gente spesso non lo capisce perché pensa che un’attività non possa fermarsi. Ma sono da sola e i compleanni senza adulti li gestisco e li animo io dall’inizio alla fine. Tra gennaio e aprile sono stata molto male; il cardiologo mi ha detto chiaramente che devo gestire lo stress. È tutto sulle mie spalle, anche le pulizie. Però mi dà tantissimo: quando sono con i bambini mi rigenero».

Dal punto di vista imprenditoriale è dura? 
«Molto. Dopo 9 anni sembra che sia ferma. Il Covid ci ha tagliato le gambe: i finanziamenti ricevuti, come il fondo garanzia di Conte, andavano comunque restituiti. Ho aperto con tre prestiti, ora ne ho quattro. Le spese non si coprono mai del tutto e fino al 2028 devo per forza resistere per estinguere i debiti. Avere una partita Iva oggi è carissimo, per non parlare dei costi fissi. Sono una ditta individuale, non posso permettermi una dipendente. Anche per trasferirmi nel nuovo locale ho dovuto chiedere un prestito. Fai e togli, vai avanti così. La burocrazia è la parte peggiore, ma spero di continuare, quando sarò vecchia affitterò la sala».

Nel 2027 “Giochilù” compie 10 anni. Sei felice? Rifaresti questa scelta? 
«Aprire un’attività è come mettersi una croce addosso, in senso buono, ma sono molto contenta. Ci sono momenti in cui dici “chi me l’ha fatto fare”, ma quando non lavoro i bambini mi mancano. Ad agosto chiudiamo due settimane per riposare, ma se resto a Nuoro vado nel locale ogni giorno. Alla fine è una cosa mia, decido io, e lavorare per se stessi è impagabile. Non devo rendere conto a nessuno. Per come sono fatta, do l’anima: una volta ho aperto persino il 24 dicembre per un’ora e mezza, solo per fare una sorpresa a un bambino che veniva da fuori. Poi, col tempo, si impara a darsi dei limiti».