Mohand Abulihya è un giovane medico palestinese, nato nel 1989. A Nuoro sta completando la sua formazione nella citofluorimetria e in particolare nella conta delle cellule staminali emopoietiche, per poter poi avviare i trapianti di midollo osseo presso l’Istishari Arab Hospital di Ramallah (vedi il box dedicato al progetto). Mohand insegna anche presso l’università arabo americana di Ramallah.

Lo abbiamo avuto come ospite nella nostra redazione e negli studi di Radio Barbagia.

Puoi raccontarci qualcosa di te?
«La mia famiglia è di Gaza, io sono nato a Tripoli ma ho compiuto la mia formazione a Gaza dove ho studiato medicina generale. Poi ho deciso di specializzarmi in patologia al King Hussein Cancer Center in Giordania perché questa figura manca in Palestina».

Mancano i medici patologi?
«Sì, è corretto. Quando i pazienti ammalati di tumore fanno una biopsia non trovano medici che la possano analizzare. Questa specializzazione ci permette di fare una diagnosi di tumore al microscopio. Sono venuto l’ultimo mese a Nuoro per migliorare le mie abilità professionali con l’aiuto dei medici italiani».

A Ramallah c’è un centro che si occupa di trapianti?
«Non ancora, è un progetto che viene supportato da medici italiani e inizierà nei prossimi mesi grazie ai colleghi italiani, medici, infermieri e tecnici di laboratorio, che lavorano insieme a noi».

Adesso i pazienti a chi si rivolgono?
«In questo momento hanno molte difficoltà, sono costretti a spostarsi verso altri Paesi, in Giordania soprattutto dove c’è un buon centro per la cura del cancro, ma con altissimi costi per le famiglie e per lo Stato, e spesso non hanno i soldi per poterlo fare. Viaggiare è un grosso problema, perché bisogna attraversare tanti checkpoint. I confini vengono chiusi ogni giorno alle 2 e anche il sabato. Ma ci sono problemi anche per poter trasferire i pazienti da una città all’altra della Palestina per via dei punti di controllo da attraversare. Molti sono chiusi, si creano lunghe file e gli ammalati non hanno una corsia preferenziale, devono attendere come tutti gli altri. Questo naturalmente è un problema per tutti, anche per chi ha necessità di spostarsi per motivi di lavoro». 

È difficile fare il medico e vivere in un clima come questo.
«Ogni giorno viviamo la preoccupazione di cosa farò domani. Ho paura di non poter tornare a casa. La mia famiglia è a Gaza e mia moglie a Ramallah. Prima della guerra tutti lavoravano e non avevano bisogno di nulla, dopo la guerra non hanno più la casa, vivono nelle tende e io sono l’unico supporto per la mia famiglia».

Che cosa possiamo fare noi per te?
«Continuare a supportarci a tutti i livelli, soprattutto in campo medico abbiamo bisogno di restare in contatto per poterci consultare e discutere sui casi più difficili. I bambini in particolare hanno bisogno di cure. Occorre anche supportare tutte quelle associazione che possono poi destinare gli aiuti a seconda delle necessità più urgenti. Da parte mia ho imparato che bisogna mettere in gioco se stessi per i bisogni degli altri e continuerò a farlo una volta rientrato in Palestina mettendo a disposizione dei miei colleghi quello che ho imparato qui».

Come ti trovi a Nuoro?
«Per me è come un dolce sogno. Mi piace lavorare con i medici dottor Angelo, dottor Marco dottor Luca e Sabrina, ho stretto molte amicizie. Sono tutti generosi, gentili e molto accoglienti. Sono stato ospite nella casa Ail. In queste settimane ho visitato molte città e paesi. Sono stato a Cagliari dove ho anche potuto assistere alla partita di Serie A tra Cagliari e Lazio, ho visitato i nuraghi, sono stato a Mamoiada dove ho visto le maschere e a Oliena. Qui in particolare mi ha colpito una persona che ho incontrato insieme a sua moglie e suo figlio: appena ha saputo del progetto mi ha chiesto tutti i dettagli e ha preso subito i contatti con l’associazione Soleterre perché vuole sostenerlo. Quando verrete in Palestina sarò felice di farvi visitare l’ospedale e mostrarvi quello che siamo riusciti a implementare grazie all’aiuto dei medici italiani».


Il progetto

L’Istishari Arab Hospital di Ramallah

Un progetto di respiro internazionale vede protagonista la città di Nuoro e, in particolare, l’Ematologia dell’Ospedale San Francesco diretta dal dottor Angelo Palmas, impegnata nell’avvio della prima Unità di Trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche in Palestina.

L’iniziativa nasce nell’ambito delle attività di cooperazione sanitaria promosse dall’associazione Soleterre e punta alla creazione del primo centro trapianti presso l’Istishari Arab Hospital di Ramallah, attraverso un percorso strutturato di formazione, affiancamento e supporto clinico che coinvolge professionisti italiani e palestinesi.

Il ruolo di Nuoro
L’Ematologia del San Francesco è coinvolta in diverse fasi operative del progetto: Formazione pratica “on the job”: nei mesi di febbraio e marzo 2026 un medico proveniente da Ramallah – Mohand Abulihya (vedi l’intervista in questa pagina) – è a Nuoro per acquisire competenze nelle tecniche di analisi e numerazione delle cellule staminali emopoietiche, passaggio fondamentale per l’esecuzione dei trapianti autologhi.

Redazione del manuale operativo del futuro Centro Trapianti di Ramallah, in collaborazione con altri centri italiani coinvolti – tra cui Monza (adulti e pediatrico) e il San Camillo di Roma – e con il personale sanitario palestinese.

Avvio clinico progressivo, attraverso la formazione del personale locale e l’esecuzione dei primi trapianti.

Mentorship continuativa, con supporto da remoto per analisi citofluorimetriche e consulenze specialistiche a distanza.

Il progetto rappresenta un importante esempio di cooperazione sanitaria internazionale, ma anche un riconoscimento delle competenze professionali presenti nel presidio nuorese. Il know-how maturato a Nuoro contribuisce alla nascita di un servizio salvavita in un territorio che fino ad oggi non disponeva di un centro trapianti di cellule staminali ematopoietiche.