Tre giorni di grazia: così il cappellano del Carcere di Badu ‘e Carros don Roberto Dessolis riassume l’esperienza del Giubileo dei detenuti, ultimo appuntamento dell’Anno Santo 2025 celebrato nella terza domenica di Avvento. Un gruppo di 18 persone tra ristretti, volontari, agenti e personale del penitenziario nuorese si è imbarcato per Civitavecchia il giovedì precedente la giornata. Prima tappa, «come forma di preparazione all’evento che avremmo vissuto domenica – racconta don Dessolis – la visita alle catacombe di Prsicilla. Subito dopo abbiamo raggiunto Sacrofano, dove ci attendevano altri 600 pellegrini giunti da tutte le carceri d’Italia, presenti tanti altri cappellani, diverse centinaia di detenuti e qualche volontario, oltre a rappresentanti dell’amministrazione penitenziaria. Lì c’è stata la possibilità di ascoltare delle testimonianze di conversione di alcuni detenuti, poi un momento molto intenso di adorazione e eucaristica, dove tutti insieme – detenuti, operatori, volontari – abbiamo pregato in modo specialissimo per il mondo carcerario. Sabato la Messa con monsignor Gianfranco Sabba, l’Ordinario militare per l’Italia. Durante la celebrazione un catecumeno ha ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana». 

Domenica 14 dicembre sveglia presto per raggiungere San Pietro e passare la Porta Santa prima di partecipare alla celebrazione presieduta da Papa Leone XIV. «Tutte le persone – sottolinea il cappellano – hanno avuto la possibilità di confessarsi anche perché tantissimi sacerdoti si sono messi a disposizione. A San Pietro uno dei partecipanti della delegazione nuorese ha vissuto un momento specialissimo. Tra le migliaia di persone presenti in dodici hanno avuto la possibilità di colloquiare per un momento con il Papa: un detenuto di Badu ‘e Carros è stato scelto per vivere questa esperienza, per lui unica e inaspettata. È un uomo in età avanzata e ci tenevamo anche noi in modo particolare che fosse uno di quelli a poter stringere la mano al Santo Padre e scambiare qualche parola con lui», confida don Dessolis. 

Da parte sua il Papa ha rinnovato l’invito a forme di amnistia, come tradizione giubilare, un appello rimasto inascoltato. «Dobbiamo riconoscere – ha detto – che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare». Sono tanti i «problemi da affrontare: pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro». Ma ci sono anche le questioni «a livello più personale»: il «peso del passato», le «ferite da medicare» ma anche «la tentazione di arrendersi o di non perdonare più». Il carcere «è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli». «Sono molti – ha osservato il Papa – a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione». Ma anche «dal terreno duro della sofferenza e del peccato, sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia». Perché «il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia». E ha ricordato che i «miracoli avvengono», sia con gli «interventi straordinari di Dio», ma «più spesso essi sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni».

La sera di domenica, dopo la visita alle tombe dei Papi e un breve tour romano, il gruppo ha fatto ritorno in Sardegna, «pieni di grazia e con un’immensa gioia nel cuore di tutti. È stato un gruppo che ha avuto la possibilità di incontrarsi, di vivere dei momenti insieme, ma soprattutto, ciascuno con il proprio ruolo, di vivere davvero da fratelli. Sono stati tre giorni di vera grazia, intensi e molto belli», conclude il cappellano.


La volontaria

Il Giubileo dei detenuti mi ha toccato profondamente, lasciando in me emozioni che porterò a lungo. Come volontaria mi sono sentita parte di un’esperienza autentica e preziosa. Con il gruppo con cui sono partita ho condiviso momenti intensi, silenzi, domande, sorrisi e abbracci che mi hanno fatto stare bene e sentirmi accolta. L’incontro con i detenuti mi ha ricordato quanto la fragilità e la speranza possano convivere nello stesso cuore. Ringrazio di cuore don Roberto e suor Pierina per avermi dato l’opportunità di vivere questo momento così forte, che ha arricchito il mio cammino umano e spirituale.
Francesca Seddone