Il 30 settembre è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale il Decreto Legge “Misure urgenti per garantire il regolare avvio dell’anno scolastico 2026/’27”. L’emanazione del testo pone fine all’acceso dibattito che ha fatto seguito alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio in occasione della festa della Gioventù Nazionale. In quella sede, non istituzionale, il capo del Governo dava notizia di un imminente provvedimento sulla scuola, anticipando contenuti che dovevano ancora essere precisati e formalizzati e che hanno acceso un confronto polemico fra forze politiche e culturali, certo condizionato dal clima pre-elettorale che ormai aleggia nel paese. Questo affermava la Meloni dal palco della gioventù nazionale: «…Sta per arrivare in Consiglio dei Ministri un provvedimento che introduce per legge il numero massimo degli studenti stranieri per classe e l’obbligo, per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico, a imparare l’italiano». Anticipava inoltre il divieto di burqa e niqab. L’anno scolastico era appena avviato e la scuola diveniva ancora il campo di battaglia fra forze politiche non tanto sul destino della scuola stessa quanto sui propri destini elettorali. In mancanza di un testo legislativo, non si sapeva allora se si sarebbe scelta la strada di una legge ad hoc o di un decreto legge, si registravano le dichiarazioni e le anticipazioni più diverse. Si è potuto registrare un confronto serrato tra il Ministro Valditara e la Presidenza della Repubblica che, a presidio della Costituzione e col metodo della moral suasion, cercava di fare in modo che il testo legislativo fosse il più aderente possibile ai principi della nostra Carta. Il testo legislativo, sotto forma di decreto legge, approvato dal Consiglio dei Ministri, firmato dal presidente Mattarella e finalmente pubblicato in Gazzetta, è ora fruibile senza interpretazioni.

Tanto tuonò che piovve… Il testo del decreto chiarisce che: «il numero degli alunni con cittadinanza non italiana, che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due di scuola dell’infanzia (tre anni per l’ammissione alle secondarie) non superi il 30% in ciascuna classe prima». È del tutto evidente che non di alunni “stranieri” in quanto tali si tratta ma di alunni che non hanno una sufficiente competenza linguistica in italiano, competenza che è alla base di ogni processo di integrazione e prevenzione della dispersione. Le rilevazioni statistiche mettono sistematicamente in luce come la dispersione riguardi in misura doppia proprio gli alunni che hanno minori competenze con la nostra lingua. Il decreto prevede inoltre che anche le famiglie di questi studenti siano monitorate dalla scuola. Qualora vi siano situazioni familiari di persistenti difficoltà linguistiche dei genitori, tali da ostacolare l’apprendimento della lingua italiana degli alunni, vengono previsti particolari corsi rivolti ai genitori stessi, a cura dei CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti) con carattere di obbligatorietà e penalizzazioni per coloro che si sottraessero senza validi motivi a tale dovere. Non di caccia allo straniero quindi si tratta ma di azioni concrete volte all’integrazione di una popolazione che è fortemente in crescita e in molti casi garantisce la permanenza dell’istituzione scolastica in zone a più forte calo della natalità. Ad oggi ammontano a 826 mila, secondo il Ministero, gli alunni con cittadinanza non italiana, il 9,4% del totale. 208 mila nella sola Lombardia. I nati in Italia, sul totale degli alunni senza cittadinanza è dell’85%. Il 73% nella scuola primaria e il 27% nella secondaria, a dimostrazione che è la scuola che garantisce il più sicuro processo di integrazione nel paese. Il decreto avverte che queste disposizioni avranno attuazione a partire dall’anno scolastico 2027/’28.

Non pochi si sono interrogati sul carattere di necessità e urgenza proprio del decreto legge e la decisione di far partire questo processo dal prossimo anno scolastico. Altra disposizione prevista nel decreto riguarda il divieto di partecipazione alle attività didattiche a volto coperto. Salvo specifiche situazioni sanitarie o di sicurezza. Come si vede nessun richiamo a specifiche vesti regionali o religiose come il burqa e il niqab. Del resto era già nella completa autorità del dirigente scolastico evitare che persone a volto coperto potessero partecipare alle attività scolastiche. Quanto a produzione di norme non siamo secondi a nessuno. Repetita iuvant, avrà pensato il legislatore.

Il decreto porta a compimento alcune politiche ministeriali anticipate con le nuove Linee Guida nazionali. Gli istituti tecnici e professionali cambiano nome: si chiameranno licei tecnici e licei professionali con relativi interventi sul monte ore dei percorsi dei nuovi istituti/licei. Anch’essi verosimilmente a partire dal prossimo anno scolastico. Sempre nel 2027/’28 dovrebbe essere introdotta dalla seconda classe della secondaria inferiore, un’ora settimanale di latino, 33 ore annuali e per scelta volontaria delle famiglie. Sarà interessante capire che attuazione avrà tale direttiva e se realmente il latino avrà una qualche chance di effettiva reintroduzione nella nostra scuola. Sono poi previsti, una buona decisione indubbiamente, fondi extra per 70 milioni che dovranno essere programmati dalle scuole in attività di inclusione, di orientamento e lotta alla dispersione scolastica. A una settimana dalla pubblicazione del decreto ormai tutto tace. Sembra impossibile che un testo, in larga parte scontato, abbia conquistato tanta parte del dibattito politico e istituzionale e per così tanto tempo. Una situazione che sollecita il richiamo del verso del poeta Orazio: Parturient montes, nascetur ridiculus mus.