È trascorso oltre un anno da quel 20 giugno, quando alla luce del primo focolaio di dermatite nodulare bovina, i confini dell’Isola sono stati congelati e il cuore della stessa si è trasformato nel più rovente inferno.

La diramazione dell’allerta e il conseguente divieto di movimentare i capi per una malattia sconosciuta al mondo allevatoriale sardo, ha trascinato la provincia nuorese nel caos. Scetticismo, paura, rabbia e frustrazione sono state compagne degli allevatori, testimoni inermi della condanna inappellabile rivolta a decenni di lavoro, che dal primo istante hanno percepito nell’aria.

«Fortunatamente quest’anno non siamo direttamente interessati dal problema – racconta Giovanni Maria Zidda, direttore S.C. Sanità animale –. Malgrado i nove focolai di Lumpy skin disease presso Asl di Cagliari, possiamo ritenerci assolutamente soddisfatti del risultato. Lo scorso anno, nonostante le difficoltà dovute all’assenza nel territorio sardo di stabilimenti per lo smaltimento degli animali e problematiche relative al trasporto degli stessi verso la penisola, la situazione è stata mantenuta sotto controllo. In tutta la Sardegna abbiamo contato 79 focolai, dei quali nove a Sassari, tre in Gallura, uno in Ogliastra, 2 a Oristano e 64 nell’Asl di Nuoro. Come promesso, tutti gli animali abbattuti sono stati indennizzati a norma di legge.

Inoltre, l’agenzia Laore ha erogato ulteriori aiuti per le aziende colpite relativi ai capi morti – l’Asl “rispondeva” solo di quelli abbattuti – e concesso una tantum in regime di de minimis, per consentire la ripresa produttiva delle aziende colpite dalla malattia e per tutte quelle, sottostate allo stallo forzato in seguito al blocco sanitario, terminato a febbraio 2026».

Iniziata a maggio, è al momento in atto la seconda campagna di vaccinazione che copre il 40% dei bovini del territorio nuorese.

«Senza dubbio è stata la vaccinazione lo strumento che ci ha permesso di bloccare l’epidemia – spiega Zidda -. In totale l’anno scorso le aziende che hanno rifiutato la vaccinazione sono state 27 su 1745, incorrendo in sanzioni, al blocco delle movimentazioni e, qualora diventassero sede di focolaio, non avendo diritto agli indennizzi. Gli allevatori hanno collaborato e stanno collaborando, senza di loro una campagna di questa portata sarebbe risultata irrealizzabile. Inizialmente erano diffidenti, trattandosi di un vaccino sconosciuto, ma una volta dimostrato che non vi erano effetti collaterali sugli animali, l’adesione è stata un crescendo arrivando a percentuali di copertura ottime».

Ricorsi e proteste da parte di un corposo numero di allevatori non sono bastati per annullare la severa decisione di sacrificare “pochi” per il bene di molti. Dell’impatto socialmente gravoso di tale sentenza, sono pienamente consapevoli i veterinari investiti del ruolo di responsabili.

«Ahimè – confessa Zidda – senza ombra di dubbio il 2025, da un punto di vista professionale ed etico, è stato l’anno più duro che abbia mai dovuto affrontare. L’Asl di Cagliari sta vivendo la nostra stessa situazione nonostante sia passato un anno dalla comparsa del primo caso, non ci si è abituati a una misura così dura. Ogni focolaio creerà tensione tra chi subisce e chi deve applicare.

Non esiste una misura giusta e una sbagliata, ma semplicemente quella prevista dalla legge per una malattia di categoria A, per la quale in caso di insorgenza di focolaio deve essere abbattuto tutto l’effettivo aziendale presente. Eventuali deroghe sono escluse poiché il modello allevatoriale sardo e le razze coinvolte non rientrano nelle caratteristiche previste. Perciò, nonostante sia la misura più dolorosa, non vi è alternativa. Un altro esempio di malattia di categoria A non trasmissibile all’uomo è la peste suina africana, con cui combattiamo da quarant’anni e per la quale è previsto il medesimo intervento. Purtroppo il bovino nel sentito comune ha un ruolo diverso, dovuto ad un ciclo di vita differente che crea inevitabilmente un attaccamento maggiore. È inutile negarlo, è una misura molto drastica che non sarà mai accettata di buon grado dagli allevatori».

Oggi le misure previste sono dettate da una nota del Ministero della Salute che richiede: controllo dell’azienda interessata alla movimentazione, per cui non devono esistere presunti focolai nel raggio di 50 km; l’allevamento deve essere stato sottoposto a vaccinazione e i capi da movimentare – ad esempio vitelli -,  devono essere vaccinati da almeno 28 giorni, non presentare assolutamente sintomi di malattia, trattati con prodotti insetto repellenti da almeno 10 giorni prima e, una volta arrivati a destinazione, non possono essere soggetti a ulteriori spostamenti per i successivi 28 giorni.

«Il fatto che non siano stati scoperti focolai nella penisola – conclude Zidda -, è una chiara conferma che stiamo movimentando animali sani e che le misure attuate siano corrette».