13 Giugno 2026
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«Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo». È la riflessione che Albert Camus pone sulle labbra di Caligola nell’omonima opera teatrale. Dopo la morte di Drusilla, sua sorella e amante, Caligola è preda di azioni crudeli, ingiustificate ed ingiustificabili. È il modo scelto per proclamare il suo potere senza limiti e la voglia di ergersi a padrone degli uomini, a misura della realtà. Ma, in fondo, l’imperatore è insoddisfatto, inquieto perché desideroso di un compimento e di una totalità che vada oltre la «sanguinante matematica che regola la nostra condizione».
Caligola ben rappresenta l’uomo di oggi, preda di piaceri finiti e di una voglia di potere per il potere. Eppure porta dentro di sé un desiderio di felicità infinita, di un qualcosa che non è di questo mondo, di umanamente impossibile da colmare. Questo sentimento è la vera cifra dell’essere uomini, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo. «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito», scriveva Cesare Pavese.
Alla base di ogni progresso umano, della stessa scoperta scientifica, vi è questo insaziabile desiderio di infinito. «Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo» scrive ancora Albert Camus. «La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga».
Una considerazione davvero significativa nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Uno dei modi per distruggere, o appiattire, il mondo è quello di confondere intelligenza e ragione. Spiegato terra terra: La prima riguarda la capacità di connettere un mezzo con un fine e di questo sono capaci, per imitazione, anche gli animali. La seconda invece è legata alla domanda sul perché delle cose, sul loro senso, sulla conoscenza della realtà in tutti i suoi fattori, sul modo migliore di utilizzare i mezzi rispetto ai fini. Da tempo le due sono ridotte ad una e si parla di “ragione strumentale”, ossia indifferente ad un giusto fine e funzionale a logiche merceologiche e di utilità immediata, al dominio sulla natura e sugli uomini. Invece l’intelligenza gioca su tempi rapidi, la ragione su tempi lunghi.
Si perde la differenza tra il pensiero e l’atto: pensare e agire appaiono come indistinti l’uno dall’altro. Viene meno la passione per il vero sostituita dal giudizio di un’opinione pubblica appositamente ammaestrata dal feudalesimo informatico di una manciata di stramiliardari.
L’IA ci permette di vedere e ascoltare personaggi del passato, oppure mai esistiti, riprodotti a nostra immagine e somiglianza: così reali e così finti. Suadenti a tal punto da immedesimarci in essi ed ignorare le persone che in carne ed ossa ci stanno accanto. La tecnologia, per sua natura, è neutra, la si può usare per la vita o per la morte. Questa scelta non può dipendere da un algoritmo ma solo da una ragione oggettiva. La sola tecnologia è la morte del desiderio di infinito, di felicità, la quale, per dirla con Pavese «è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare». In fondo è una delle tante cose che l’enciclica Magnifica Humanitas tenta di farci capire.
