23 Maggio 2026
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Il Ministro Valditara il 7 maggio, intervenendo con una lettera sulla stampa nazionale, ha fornito dei dati sulla dispersione scolastica che cancellano il luogo comune di una scuola italiana sempre ultima tra i sistemi di istruzione europei. Rende noti gli ultimi risultati Invalsi, secondo cui, nel 2025, l’abbandono scolastico sarebbe sceso all’8,2%, anticipando di 5 anni l’obiettivo del 9% indicato dall’Ue per il 2030. La notizia ha del clamoroso: da fanalino di coda a primi della classe. Meglio della Germania, al 13%, della Finlandia al 9,9%, universalmente citata come nazione guida tra i sistemi di istruzione europei più efficienti. Il Ministro nota come i risultati migliori si sarebbero registrati nel Mezzogiorno a seguito delle azioni poste in atto dal Governo con le Agende Sud e col decreto Caivano, per un investimento di oltre un miliardo di euro. In Campania, dove nell’ultimo anno scolastico si sarebbero recuperati alla scuola circa 8.000 studenti, la dispersione sarebbe passata dal 19% al 9,7%. Cita poi l’eccellenza della Calabria che si attesterebbe al 6,5%. Le azioni del Governo hanno portato in tre anni, dice Valditara «a tenere a bordo mezzo milione di giovani in più», portandoli sino al diploma. Molto al di sopra di queste percentuali ci sono, come sempre, la Sicilia col 13,7% e la Sardegna col 13,6%. Il dato più negativo riguarda poi il numero di abbandoni degli studenti con cittadinanza straniera che viaggia sul 26,2 % e che incide fortemente sui dati complessivi delle realtà che hanno la maggiore percentuale di studenti senza cittadinanza italiana. Questi risultati emergono dallo scorporo dei risultati Invalsi 2024/25 rispetto ai dati pre-Covid. Le competenze certificate in Italiano, in una importante realtà come Milano, sono scese al 59% rispetto al 75% del 2018/19. Così per tante altre città come Torino, Genova, Firenze, Bologna, Roma. Nelle province sarde si può notare qualcosa di simile. La provincia di Sassari è quella che registra il minor livello di competenze nei risultati di Italiano e Matematica, 37% e 26%, rispetto alle altre tre province storiche. Certo non può essere ignorata la forte presenza di studenti stranieri specie a Olbia.
Gli osservatori più attenti notano come tenere a bordo mezzo milione di giovani in più, portandoli al diploma, sulla spinta delle azioni dell’Agenda Sud, abbia abbassato il livello dei risultati complessivi. I dati forniti dal Ministro, a supporto della sua azione, hanno avviato una riflessione speciale sui risultati, rendendo ancora più approfondita l’analisi sulla dispersione. Le azioni governative stanno contribuendo a tenere dentro il percorso scolastico formale molti più giovani. Giova ricordare che, negli ultimi trent’anni, la dispersione esplicita (regolarità del percorso scolastico) è passata da oltre il 30% di ieri all’8,2% di oggi. Oltre quella esplicita tuttavia, dal 2015 l’Invalsi sta studiando con molta attenzione la dispersione implicita, cioè la valutazione delle competenze di Italiano e Matematica che uno studente dovrebbe acquisire, nelle varie età scolastiche e che sono considerate fondamentali per poter partecipare alla vita attiva, nelle relazioni interindividuali e nel lavoro. Qui ritornano i vecchi problemi, quelli che sino a ieri erano riepilogati dentro i dati sulla dispersione in generale. Esaminando i risultati degli esami di maturità del 2025, erano emerse le contraddizioni tra aree geografiche meridionali, in cui abbondavano le votazioni massime e le competenze minime e le aree del Centro-Nord in cui le votazioni alla maturità erano più proporzionali alle competenze certificate. Un recente studio del Sole 24 Ore ha disaggregato, provincia per provincia, i risultati delle valutazioni Invalsi 2025, ponendoli in relazione agli stessi risultati in periodo pre-Covid. Un confronto che ha permesso di affermare che i livelli delle competenze dei nostri studenti sono oggi inferiori a quelli del 2018/19, con un calo complessivo stimato in 11 punti. Calo che interessa non solo il Sud ma anche il Centro, il Nord e in generale, come abbiamo detto, le città più importanti. Complessivamente possiamo quindi affermare che ci sono molti più diplomati ma con minori competenze rispetto a sette anni fa. Come a dire: diminuisce la dispersione esplicita e sale, in maniera inversamente proporzionale quella implicita.
Ma a scuola non si può giocare sui numeri. I numeri non riescono a nascondere, pur variamente giocati a destra o a manca, i mali endemici della scuola e dell’Università. Le difficoltà nella gestione delle ammissioni a Medicina dello scorso anno sono lì a completare l’analisi. Dopo la riforma Gentile, che sorregge sostanzialmente ancora lo scheletro profondo della scuola superiore da 102 anni, sono intervenute le importanti riforme della scuola media unica, anni ’60, della scuola elementare e dell’istituzione degli organi collegiali per la partecipazione democratica, anni ’70. Poi la scuola è andata via via impantanandosi in molteplici tentativi di riforme, anche organiche e di vasto respiro ma sistematicamente bloccate e arenatesi nella dialettica contrastiva tra maggioranza e opposizioni, mai riconosciutesi reciprocamente, lasciando la scuola sempre in mezzo al guado. Possiamo dire che la scuola è ammalata di riformite cronica. Quante volte abbiamo abolito i voti alle elementari e alle medie a favore di giudizi per poi ritornare ai voti e viceversa? Quante volte abbiamo messo mano agli esami di diploma, di Stato e/o Maturità? E quante volte abbiamo messo mano ai programmi/Indicazioni Nazionali dei vari ordini? È già la seconda volta che si tenta di “licealizzare” anche l’istruzione tecnica. Non è difficile pensare che arriverà domani un altro ministro che rimetterà tutto come prima. Vien da ripensare al socialdemocratico E. Bernstein che in opposizione al marxismo teorizzò il riformismo, a volte inteso come movimentismo quale forza propulsiva del riformismo stesso. Nel caso della nostra scuola non riformismo ma movimentismo fine a sé stesso. Nel mentre il Paese registra una crisi demografica senza precedenti. Nel 2025 sono nati 355.000 bambini (33000 stranieri), vent’anni prima erano il doppio. Eleviamo la percentuale dei diplomati ma col livello di competenze tra i più bassi d’Europa. Siamo al penultimo posto come percentuale di laureati che poi lasciano, in numero massiccio, l’Italia dopo la laurea, prendendo atto che il paese che ha speso per formarli non è capace di accoglierli e inserirli nei processi produttivi. Quando con un moto di orgoglio nazionale porremo mano seriamente e in modo bipartisan alla rinascita della scuola e quindi del Paese?

