Il cuore della sua «missione», come la chiama lui, è sintetizzato in un messaggio da poco ricevuto. Dice, tra le altre cose, così: “Sono trascorsi pochi mesi dalla perdita di due giovani figli, in un gravissimo incidente stradale, il buio è precipitato nella nostra vita, col profumo della morte, per sempre. Francesco abbiamo divorato il tuo libro e non possiamo che ringraziarti, perché ci ha portato una scintilla di luce e di speranza nelle nostre vite spente. Quello che hai realizzato non è un libro, è una cura per l’anima, che arriva ad carezzare il cuore. La speranza riaccende la voglia di vivere”.
Francesco Delpiano ti sta davanti con il suo sorriso disarmante, si commuove leggendo queste parole ma poi riprende subito in mano la situazione con fermezza: «Vorrei finire velocemente sullo sfondo – dice -, sto accompagnando il mio libro come un bambino, sto consegnando dei frammenti di carne, di anima, perché so che ci sono dentro dei frammenti di umanità che appartengono non a me ma che le persone possono prendere e portare via nella loro vita. Non perché abbia da insegnare nulla ma perché da bravo allievo consegno quello che ho sperimentato su me stesso al mondo perché ne faccia l’uso migliore». 

Stai in qualche modo restituendo qualcosa. Ma la vita cosa ti ha insegnato?
«La vita mi ha insegnato molte cose, ma ce n’è una che è preziosissima: da soli non si fa nulla, siamo esseri imperfetti e abbiamo bisogno di qualcosa di superiore. Però abbiamo il dovere di occupare quella fetta che è nostra per svolgere tutto ciò che sta nelle nostre possibilità, che sono ben oltre quelle che ci immaginiamo. Se mi avessero detto quello che avrei dovuto vivere probabilmente mi sarei buttato giù da un ponte perché non è umanamente possibile credere di avere le risorse per sopravvivere a una cosa simile. Invece abbiamo veramente una quantità e un mondo di risorse a noi sconosciute. La porta è stretta ma oltrepassandola c’è una stanza enorme dentro la quale si impara a dire “Sia fatta la tua volontà”. Questo significa che io faccio il mio, ma ho fede che anche Lui farà il suo».

Il libro allora che ruolo ha?
«L’altra notte ho fatto un sogno, avevo questi libri in mano che poi diventavano come piccoli semi e io li spargevo al vento. Dove li porterà non lo so, ma il contadino non si domanda cosa succede, perché sa che il suo compito finisce lì, nel seminare. Lui depone nel ventre della terra, dopodiché germoglierà, non germoglierà, sarà rigoglioso, non lo so, ma io ho fatto il mio».

C’è un messaggio in particolare che tu vuoi lasciare, non solo a chi legge, ma anche a chi ti incontra, a chi scopre la tua storia? Cosa vuoi che rimanga più di tutto?
«A me è successo questo, che a 33 anni, nel fiore della mia vita mi sono trovato a cadere come una tazzina di ceramica che si frantuma in mille pezzi. Chiunque osservi una scena simile pensa: “Prediamo la scopa, puliamo e gettiamolo nel sacco”. È quello che è accaduto per qualche istante, però poi in realtà c’è una scintilla in cui dici “perché no?”. Significa: perché non provarci, cosa ho da perdere? Male che vada arriverà chi pulirà quei cocci. Ma c’è un viaggio che può iniziare da lì, c’è l’obiettivo ardente di provare a rimettere a posto i pezzi di quel coccio, rimettere a posto la propria esistenza, il proprio corpo, partendo dalla salute. Il viaggio a volte è molto meglio del traguardo e anche se non lo raggiungi ti porterai via un mondo di vita reale perché hai condotto la tua esistenza, la tua anima attraversando terreni sconosciuti, incontrato persone sconosciute, hai vissuto esperienze che non avresti mai immaginato, hai incontrato parti di te che non avresti mai potuto incontrare. Se c’è un messaggio potente che mi piace pensare di poter consegnare è che la vita veramente va goduta istante per istante. Attenzione, non come se fosse l’ultimo istante, come se dovessi divorarla, ingurgitarla, no. La vita invece va veramente goduta lasciando spazio perché non tutto è sotto il nostro controllo e quindi possiamo stupirci, come bambini».

Alla luce di tutto questo, te lo chiedo col massimo tatto possibile: quello che ti è successo può essere considerato un dono, una benedizione? 
«Di più, è il più grande regalo della mia vita. Questo è un messaggio che scrivo, perché se tornassi indietro, se potessi ripercorrere la pellicola, non toccherei nulla, neanche quel fotogramma. C’è ancora in ballo l’aspetto doloroso della giustizia, un processo lungo 25 anni nonostante la dinamica chiara di un ubriaco contromano che investe un pedone. Eppure io sono arrivato – attraverso un processo non di elaborazione, ma di trasformazione interna – non solo a perdonare quell’uomo che ha continuato a farmi in qualche modo soffrire ma addirittura a ringraziarlo. Sono convinto che ci sono strumenti attraverso i quali in questa vita noi veniamo indirizzati e quando iniziamo a non sentire, la vita ci manda degli altri segnali un po’ più forti, più fai sordo e più c’è qualcuno lassù che ti dice le cose in maniera diretta, anche facendo accadere degli eventi».

La nostra società e la mia categoria devono ancora fare i conti con il racconto della disabilità.
«Intanto io cambierei quel termine, anni fa proposi all’allora Ministro dello Sport di eliminarlo dal vocabolario corrente e sostituirlo con divabile che è l’acronimo di divinamente abile. Frequentando un mondo in cui ci si cimentava col corpo nel raggiungimento di prestazioni di altissimo livello, seppur con menomazioni più o meno importanti, posi questo tema: il confine tra abile e disabile è davvero così chiaro? È più abile colui che ha il cento per cento delle capacità e delle risorse fisiche e ne usa il quaranta, il trenta, il cinquanta, o colui che ha il cinquanta per cento della capacità motorie, corporee e ne usa il cinquanta virgola uno? Quel virgola uno è l’intenzione, il non guardare ciò che manca, ma dare pieno potere e valore a ciò che si ha. Questo chiamo divabilità».

Allora scompare il pietismo, il piangersi addosso.
«Quando ottenevo grandi risultati nello sport, capitava che nel presentarmi si sottolineasse questo al pari della mia disabilità. Io rispondevo che non ero in gamba perché ero disabile, sarei potuto essere la persona più sgradevole e maleducata. Io ero un atleta di grande livello ma tutto questo non aveva a che fare con la disabilità. C’è un meccanismo per cui siamo ricoperti di pietà ma almeno fosse una sana compassione, condivido il tuo dolore come fosse il mio. Io credo che la diversità sia un elemento che fa bello il mondo, perché un albero di pero non è un corbezzolo, un corbezzolo non è un ginepro. È chiaro che sono condizioni di difficoltà che vanno rispettate, osservate, sostenute, ma non creiamo i ghetti, mischineddu, perché si rischia di avere un effetto contrario e le barriere diventano ancora più alte. È bello un mondo in cui le persone disabili passano inosservate, nel senso buono, invece continuiamo a trovare il parcheggio occupato».

Lo hai già accennato ma che ruolo gioca la fede nella tua esistenza e che cosa può trasmettere agli altri?
«Io sentivo nella mia vita di aver costruito una relazione di fede, di avere un credo. Poi c’è stato il buio e improvvisamente l’ho persa. In quel cammino a un certo punto c’è stata una persona, don Floris, che mi ha spiegato una cosa: mi disse che avevo raggiunto un nuovo livello di fede, avevo perso le sovrastrutture della fede. È come se a un bambino dici che la prima Comunione non è il vestito ma è quella roba che stai senti dentro. Mi sono sentito nudo. Da allora nel mio lavoro e nella mia vita ho compreso che fede significa avere fiducia. E ho capito che io sono imperfetto e che c’è qualcosa di supremo che rende perfetto, ma non solo: quel qualcuno è il mio Padre onnipotente e si occupa di me. Per cui come faccio a sentirmi da solo, se so che c’è lui che mi dà una mano? A me è stato dato un compito, io sono qua non per sperimentare ma per trasformare. Per me il nostro è un cammino di trasformazione, siamo animi che nel momento in cui arrivano in terra devono imparare, trasformare ma secondo un progetto, che è uguale per tutti. Siamo stati creati con materiale divino, ci hanno messo un pezzettino piccolissimo, è come quando fai la pizza e ci metti così poco lievito… A noi hanno messo quella scintilla e deve crescere dentro. La fede allora è sapere che noi siamo qui e siamo veramente a sua immagine e somiglianza».

Nel lavoro che fai adesso, che è molto diverso rispetto a quello che facevi prima, quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato negli altri?
«Ora mi occupo di “ristrutturazione interna” e secondo me le persone devono superare due cose: una, la paura del giudizio del mondo esterno, del giudizio dell’altro. Il secondo ostacolo più grande è credere di non avere le risorse necessarie per trasformare e attraversare quel momento, quel guado che sembra che sia insormontabile e che ti può risucchiare. Siamo una società orientata al fare e non all’essere, non al sentire, quindi la relazione sta finendo sempre più sullo sfondo. La difficoltà più grande che trovo è non avere fede, ma neanche in se stessi, quindi partire dal come ci si sente, se si sta soffrendo, cosa si può fare. Parliamo delle nostre malattie, abbiamo il coraggio di parlare di un ginocchio rotto, di un cancro, di una leucemia e abbiamo paura di parlare della sofferenza dell’uomo, di tutto ciò che sta dentro, la psiche, lo spirito, l’anima. C’è una sofferenza che non vedi con una radiografia, neanche con un esame. Ed è sempre più diffusa».

Ti senti ora una persona felice e realizzata? 
«Assolutamente sì. Ogni giorno sono curioso di scoprire che cosa di meraviglioso potrà succedere. E in questa meraviglia per me ci sono anche quegli eventi complessi, dolorosi, che fanno rallentare, soffrire. Ma non è più qualcosa che leggo su un libro ma perché so che è vero, lo sento e lo sperimento. Non voglio essere provocatore, ma quella Parola oggi è davvero mia».


Chi è

Ingegnere, Ricercatore universitario e Manager di grandi aziende internazionali, nel 2000, a 33 anni resta vittima di un grave incidente stradale come pedone. Lotta tra la vita e la morte, e dopo un breve coma segue il risveglio. La sua grave condizione fisica è il preludio all’insorgere di una rarissima Patologia Neuro Muscolare con cui convive tuttora. Partendo dal suo dramma avvia svariate esperienze formative in molteplici ambiti della salute e del benessere psico-fisico, fino a farne la sua missione lavorativa. Dal 2012 svolge attività di counselor e motivatore. 
Nato a Nuoro, attualmente vive a Parma. “Tutto il mare che ho nel cuore” è il suo primo libro.