24 Agosto 2026
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di Angelo Mocci
Commemorare una figura della statura di Giovanni Deiana, scomparso prematuramente a soli 58 anni, porta con sé un rischio: cedere alla retorica d’occasione o cadere nelle formule di circostanza. Ricordarlo è un atto di doverosa testimonianza per chi ha potuto apprezzarne lo spessore umano e professionale.
Conobbi Giovanni nel lontano 1991/1992, quando, giovanissimo, laureato da qualche mese col massimo dei voti e la lode presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi dal titolo “Il rinvio presidenziale della legge”, mi chiese se poteva frequentare, da praticante procuratore legale, il mio studio professionale. Inutile dire che al primo colpo superò l’esame di abilitazione alla professione.
Giovanni rivelò da subito una maturità e un’attitudine al diritto davvero fuori dall’ordinario; mi parlò dei suoi studi, dei suoi interessi e delle sue aspirazioni ed ebbi quindi modo di rendermi conto che la sua formazione, sotto la guida di maestri come i professori Giorgio Berti e Vittorio Angelini, aveva impresso nel suo modo di intendere una visione altissima del diritto pubblico. Da Berti aveva assimilato il principio — innovativo e quasi profetico per quegli anni — secondo cui la Pubblica Amministrazione non è un freddo apparato di potere autoritativo ma una funzione posta al servizio della persona e della sua dignità. Un’amministrazione che si legittima attraverso la partecipazione, che si apre al modulo consensuale e che distingue nettamente tra indirizzo politico e gestione, a presidio dell’imparzialità. Da Angelini, il rigore della trasparenza come canone sostanziale e l’idea — oggi quanto mai attuale — che semplificare non significa ridurre le tutele, ma restituire senso al rapporto tra cittadino e istituzioni.
Questa sintesi tra rigore tecnico e visione etica lo ha guidato nella sua intensa attività professionale a partire dalle prime esperienze dirigenziali presso le Asl e, poi, in rapida successione, presso il Comune e la Provincia di Nuoro, ed, in crescendo, alla Direzione amministrativa di aziende del Servizio sanitario regionale, ai vertici delle Direzioni Generali degli Assessorati della Pubblica Istruzione e della Sanità ed infine, e sino alla sua morte, della Direzione Generale della Presidenza della Regione.
I gravosi impegni istituzionali non gli hanno impedito di coltivare i suoi amati studi; di conseguire il Dottorato di ricerca in Diritto Costituzionale discutendo una tesi sulla dichiarazione di illegittimità conseguenziale; di laurearsi in Scienze Politiche, ancora col massimo dei voti e la lode, con una tesi dal titolo “Indirizzo politico e funzione amministrativa. Il ruolo della dirigenza pubblica”; di insegnare, come docente a contratto, fra gli altri, per nove anni Istituzioni di Diritto Pubblico presso la sede di Nuoro dell’Università di Cagliari e, per cinque anni, Diritto Regionale e Locale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari.
Chiamato a gestire settori complessi — come le riforme e le criticità interpretative del sistema sanitario regionale — Giovanni affrontava la scrittura talvolta imperfetta della legislazione mettendosi al servizio delle istituzioni con pazienza, precisione e uno scrupolo orientato sempre alla tutela dei cittadini.
In lui, la profonda matrice cristiana e la lezione dei suoi maestri non hanno mai scalfito la più rigorosa laicità dell’azione amministrativa: la fede gli forniva la bussola morale, lasciando alla tecnica del giurista la sua autonoma e imparziale neutralità.
Un ingegno così vivo lo avrebbe condotto naturalmente verso la docenza universitaria a tempo pieno, per la quale possedeva ogni virtù. Eppure, quando capitava di parlarne e di riflettere su come l’impegno amministrativo avesse preso il sopravvento sulla ricerca accademica, Giovanni non cedeva mai al rammarico.
Ricorreva spesso, con un sorriso sereno, a quella considerazione manzoniana sulla Provvidenza e sull’imperscrutabile volontà dell’Onnipotente: con profonda fede, vedeva nel disegno della sua vita la mano di Dio che gli aveva riservato una felicità più grande e superiore rispetto alla carriera universitaria, donandogli l’incontro con la moglie e la nascita dei loro tre figli. Una pienezza d’affetti che riconosceva, con immensa gratitudine, come il suo bene più prezioso.
Questa straordinaria pace interiore gli fu di sostegno anche quando la vita lo mise di fronte al calvario di una vicenda giudiziaria, facendogli vivere sulla propria pelle il dramma antico del giurista: la contraddizione tra la verità sostanziale dei fatti e la verità processuale temporaneamente ricostruita nelle aule dei palazzi di giustizia e troppo spesso enfatizzata da operazioni mediatiche fuorvianti. Una prova durissima che Giovanni ha superato con dignità incrollabile e senza mai covare rancore, attendendo in silenzio quella piena e totale assoluzione che ha restituito la realtà alla storia e confermato la sua onestà.
La Sardegna perde un servitore dello Stato di rara lealtà e intelligenza. Chi lo ha conosciuto perde un uomo mite, colto e profondamente buono.
A sua moglie e ai suoi tre amati figli va un abbraccio affettuoso e commosso. Possa la certezza di quella fede che ha guidato e illuminato ogni suo passo essere per loro, in questo momento di indicibile dolore, fonte di conforto e di speranza.
Il testamento spirituale
Giovanni non avrebbe voluto che si fosse dato alcun tributo alla sua persona con discorsi d’onore, la sua famiglia ha voluto perciò lasciare di lui il tratto più intimo che traspare dalle sue stesse parole. Poco prima di subire l’operazione a Milano, l’anno scorso, ha voluto vergare alcuni suoi pensieri su un piccolo quaderno poi ritrovato in casa.
Milano, Istituto dei tumori
16 marzo 2025 ore 9.10
Mia adorata famiglia,
tra qualche ora inizierà l’operazione, necessaria, ma delicata e complessa. Confido che con l’aiuto di Dio, andrà bene e potrò così proseguire nel mio percorso di cura. Ma bisogna mettere in conto tutto. Anche che non possa sopravvivere all’intervento.
Voglio quindi lasciarvi alcuni miei pensieri.
Intanto, che vi voglio e vi vorrò sempre bene. A tutti e ad ognuno di voi.
Alla mia dolcissima sposa, Carla, che è stata la fortuna della mia vita, che è stata tutta la mia vita. Che mi ha reso felice e che ha messo al mondo le nostre gioie più grandi.
Ti ho amato da sempre e per sempre. (…)
A tutti voi figli miei, voglio dirvi due cose: Non rinunciate a realizzarvi pienamente secondo le vostre attitudini e le vostre ambizioni. Non è mai troppo tardi per raggiungere ciò che si vuole. Mettete in parte gli altri dei vostri talenti. Siate generosi con il prossimo. Questa è la gioia più grande della vita.
(…)
Voglio ricordare le persone che mi sono state care e vicine. Don Giovannino, che da quando ho conosciuto, nel settembre del 1981, è sempre stato la mia guida spirituale, che mi ha aiutato tanto e mi ha accompagnato nelle tante tappe della mia vita. A Francesco Pirari, fra le persone che ho incontrato dopo la laurea, è stato un maestro di diritto e di rettitudine. Mauro, l’amico di sempre, con il quale abbiamo ripreso a frequentarci dopo la malattia. Ed è stata una grande gioia. Angelo Mocci perché ero carcerato ed è venuto a trovarmi. Maria Chiara, Eraldo, Giovanna e tutta la famiglia di Carla che mi ha accolto e mi ha dato tante gioie.
Penso ai miei cari defunti.
(…)
Io la mia vita l’ho vissuta. Ringrazio il Signore per questo. Ho sentito su di me l’ingiustizia degli uomini e ne sono stato soppiantato. Ma ora penso alla Scrittura: beati i perseguitati della giustizia, di essi è il regno dei cieli.
Chiedo di essere seppellito accanto a mia mamma. Chiedo perdono a tutti e a tutte per il male che ho arrecato.
Un bacio e una carezza a tutti.
Vorrei concludere con le parole di Aldo Moro nell’ultima sua lettera: “vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”.
Ci sarà luce perché credo nella Risurrezione. Ringrazio Dio per la mia vita.
Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la Fede.
Arrivo davanti a te, Signore, giusto giudice, purificato dalla malattia. Chissà se basta, Dio, buono e misericordioso.
Gianni
