18 Agosto 2026
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La vergognosa vicenda Lavitola-Ranucci ha degli aspetti surreali ancora in fase di accertamento. Lavitola sostiene di aver commissionato l’attentato per rafforzare le misure protettive e di sicurezza riguardanti il suo amico. In altre versioni emerge invece l’obiettivo di renderlo più popolare con l’aureola del perseguitato.
Stando alle carte, c’è un aspetto che a noi interessa in particolare: l’idea di un sondaggio per valutare la popolarità di Ranucci e preparargli il terreno per diventare il futuro premier. Il 20 aprile 2026, l’imprenditore ha inviato al conduttore una bozza delle domande da sottoporre agli elettori. Si trattava di un classico sondaggio con ‘nome coperto’, ossia senza citare il candidato di cui si vuole sondare il consenso. In altre parole, si chiede ai cittadini di indicare un personaggio che vorrebbero vedere candidato per quindi misurare il gradimento del personaggio in questione.
A quanto emerge, per stilare le domande erano stati contattati anche l’attuale direttore (all’epoca vicedirettore) di Repubblica Stefano Cappellini e l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli. Entrambi confermano il contatto con Lavitola ma negano di aver apportato alcun contributo al questionario. Insomma non sapevano che si trattasse di un sondaggio per l’entrata in politica di Ranucci. Il quale era a conoscenza del questionario e del sondaggio.
Tutta questa vicenda fa tornare alla mente quanto scritto su L’Ortobene di alcuni numeri fa, prima che esplodesse il caso in questione, sul marketing dei sondaggi, sulla loro utilità e strumentalizzazione. Vi si legge: «Il problema nasce quando il sondaggio smette di essere uno strumento di analisi e diventa uno strumento di marketing. Quando non serve più a capire cosa pensano gli elettori, ma a convincerli che gli altri stanno già pensando una certa cosa. Qui il sondaggio cambia mestiere. Non osserva più: suggerisce; non misura, orienta; non descrive un fenomeno politico, prova a crearlo. È il vecchio meccanismo del carro del vincitore. Se uno appare in crescita, se viene presentato come “il più amato”, “il più apprezzato”, “il più credibile”, “il leader che sfonda”, “il candidato che vola”, una parte dell’opinione pubblica inizia a guardarlo con occhi diversi. Non perché abbia letto il programma, non perché ne abbia verificato la competenza, non perché abbia scoperto doti nascoste da statista, ma perché lo ha visto in testa a una classifica. A quel punto il leader non è più un leader: è un prodotto da scaffale. Il partito non è più una comunità politica: è una marca. Il consenso non è più una scelta: è posizionamento».
Lavitola è un esperto di queste cose e per raggiungere il traguardo non ha escluso nulla.
