16 Marzo 2026
4' di lettura
A Nuoro esiste un luogo che racconta perfettamente la storia della città: non perché sia stato sempre utilizzato, ma perché è stato sempre immaginato.
Il Mulino Guiso Gallisay è probabilmente l’edificio con il curriculum progettuale più ricco della Sardegna centrale. Se ogni proposta fatta negli ultimi vent’anni fosse stata realizzata, oggi il complesso sarebbe contemporaneamente: museo, università, centro culturale, laboratorio identitario, polo multimediale e, per non farsi mancare nulla, parcheggio multipiano.
Una sorta di coltellino svizzero urbanistico. Peccato che la lama principale – quella della realizzazione – non sia mai uscita.
Quando il Mulino funzionava davvero.
All’inizio del Novecento la famiglia Guiso Gallisay rappresentava uno dei tentativi più concreti di industrializzazione della Sardegna interna. Il Mulino nasce in quella stagione, un complesso moderno per la lavorazione del grano, simbolo di una Nuoro che voleva entrare nel Novecento non solo con la letteratura ma anche con l’economia.
All’epoca il meccanismo era semplice: grano entra e farina esce.
Oggi il processo è più complesso: idea entra, progetto nasce, studio preliminare, dibattito, cambio amministrazione, nuova idea. La farina, purtroppo, non esce più.
Il Museo dell’Identità: quando la filosofia incontra l’urbanistica.
Negli anni Duemila arriva la proposta più ambiziosa: trasformare il Mulino nel Museo e Laboratori dell’Identità. Un’idea suggestiva. Talmente suggestiva che nessuno è mai riuscito a capire esattamente come farla funzionare.
Del resto, l’identità è un concetto complesso, figuriamoci quando deve passare attraverso bandi pubblici, capitolati e determine. Il progetto rimane quindi nella dimensione più congeniale alla politica culturale nuorese avanzata, ovvero la presentazione PowerPoint permanente.
La grande stagione delle carte.
Negli anni successivi il Mulino vive una vita amministrativa intensissima.
Non apre, ma viene progettato molto. Infatti, abbiamo determine, varianti, progetti preliminari, riqualificazioni programmate e avvii di procedure.
Se qualcuno un giorno decidesse di esporre tutti i documenti prodotti sul Mulino, probabilmente si potrebbe inaugurare davvero qualcosa: il Museo della Burocrazia Applicata. E quello, paradossalmente, funzionerebbe.
Tra le ipotesi più recenti compare finalmente una proposta sensata, creare aule universitarie, spazi di formazione, ambienti multimediali. Che significa: studenti dentro, attività quotidiana e vita urbana. Insomma, una destinazione quasi normale.
Ed è proprio qui che la storia nuorese si complica quando un progetto sembra realistico, la politichetta sviluppa una naturale allergia alla concretezza.
Ed ecco riapparire il classico riflesso locale: aggiungiamo altre opzioni.
Il parcheggio multipiano: la resa alla realtà.
Tra le proposte emerse negli ultimi tempi spicca quella più disarmante, ovvero trasformare l’area in parcheggio multipiano. Una proposta che ha almeno un merito: non pretende di interpretare l’identità sarda. Vuole semplicemente parcheggiare.
Dopo anni di dibattiti su cultura, memoria e rigenerazione urbana, la conclusione potrebbe essere questa: il grande sogno culturale della città si risolve in “dove mettiamo la macchina?” Un finale che, a ben vedere, ha una sua coerenza antropologica.
In realtà il Mulino Guiso-Gallisai ha già trovato la sua funzione. È diventato il luogo dove Nuoro deposita le proprie buone intenzioni. Ogni generazione gli assegna una missione nobile: museo, polo culturale, campus, laboratorio creativo. Poi succede qualcosa – fondi insufficienti, burocrazia, cambi politici, prudenza amministrativa – e il progetto scivola lentamente nella categoria più diffusa dell’urbanistica italiana: la visione condivisa ma rinviata.
Se l’edificio potesse parlare probabilmente direbbe una cosa molto semplice:
“Quando macinavo grano mi facevano lavorare. Da quando macino progetti mi fanno riposare”.
Il Mulino resta lì, solido e paziente, a ricordare una verità urbana abbastanza universale: costruire un’industria è difficile, chiuderla è facile, ma decidere cosa farne dopo può richiedere mezzo secolo.
E a Nuoro, ormai, siamo a buon punto.

