17 Settembre 2026
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«Sconfessare l’apparenza e l’arroganza è la prima condizione di possibilità per aiutare tutti a redimersi, a risorgere su questa terra inaugurando ogni volta un bene da non dimenticare mai: il bene comune. Il Redentore, ricordiamocelo, è solo uno! E possiamo imitarlo solo imparando da lui che vince solo in un modo: servendo gli altri, fino a morirne».
È uno dei passaggi, dell’omelia tenuta dal nostro Vescovo Antonello nella messa per il Redentore, che merita seria riflessione.
La parola servizio è diventata oggi un fonema che esprime tutto ed il suo contrario. Abusata e strausata è diventata un rivestimento bizantino per condotte sostanzialmente autoreferenziali. Tutti i politici, i boiardi di Stato, gli altissimi dirigenti, i luminari per diritto dinastico, i manager per comparia dicono di svolgere il loro compito per spirito di servizio, per un dovere civico: in troppi di essi traspare invece l’egoismo, il profitto o l’interesse personale. In un qualsiasi “servizio pubblico” (sanità, scuola, uffici vari e avariati) viene ripetuto che innanzitutto l’attenzione e la premura sono rivolte al “paziente”, “al cliente”, “al cittadino”, “al bisognoso”, “all’utente” ecc. L’esperienza racconta spesso il contrario: tu sei diventato un fastidio, un avventore che se non c’è è meglio. Anche “l’umile affrancatore delle Poste nuoresi” (espressione infelice di un politico trombato per definire un impiegato qualunque) ti guarda dall’alto in basso. Ha raggiunto quella collocazione (“su postu”) grazie al mercato dei favori politici, dovrebbe essere al tuo servizio, il suo stipendio è pagato dalle tue tasse, eppure si atteggia a un semidio. A tal punto che, quando qualcuno si mostra cortese e fin troppo disponibile ad aiutarti, provi la sensazione che lo faccia solo per ottenere qualcosa in cambio o per opportunismo.
Il servizio che diventa potere è un rischio in cui incorrono non solo la politica ma anche le istituzioni, le associazioni di volontariato, i sindacati, i singoli individui quando smettono di operare per il bene comune e iniziano a utilizzare il proprio ruolo per fini personali. Tante associazioni, anche dentro la Chiesa, nascono con il nobile intento di servire il prossimo, di lenirne le ferite, di condividere i bisogni. Poi accade che il servizio si istituzionalizzi. L’obiettivo primario non è più il soccorso agli altri, ma la difesa della propria posizione, la ricerca del consenso, il lucro. Non più competenze e professionalità al servizio ma “il servizio” stesso che diventa professione e prestazione remunerata. Nascono così le oligarchie impermeabili al ricambio, preoccupate della loro autoconservazione e della gestione del potere acquisito. Il soldo (meglio se pubblico) prende il posto del servizio e diventa la preoccupazione prevalente.
Il Samaritano Evangelico, spinto da profonda compassione, soccorre il malcapitato mettendogli a disposizione quello che ha (olio, vino, la propria cavalcatura) e pagandogli il ricovero. Al Samaritano Professionista (di qualunque tipo) non si chiede di pagare di tasca ma di avere compassione, prendersi cura, «fare agli altri ciò che si vuole gli altri facciano a te». «L’autorità è servizio», ci ricorda Papa Leone.
