Siamo un paese davvero strano. Nei codici stabiliamo con cura certosina quello che è reato e quello che è illegale; nei fatti i comportamenti contra legem diventano normalità, prassi quotidiana. Senza indignazione popolare, senza reazione civica, anzi con partecipazione emotiva. Sono decenni che atti coperti dal segreto, informative investigative, intercettazioni, verbali, perizie sono pubblicati dai giornali e diventano spettacolo televisivo ed intrattenimento online. Una fuga di notizie coperte da segreto istruttorio di cui nessuno risponde, nessuno è responsabile. Poco importa se la vittima è Berlusconi (avviso di garanzia tramite Corriere della Sera) Palamara (con le conversazioni captate tramite trojan e pubblicate sui giornali e Tv) o un illustre sconosciuto. Quando, prima ancora che giudiziario, un caso diventa mediatico trionfa la gogna. Il caso di Garlasco, di Andrea Sempio è di questi mesi.

La divulgazione della nota informativa finale dei c+Carabinieri di Milano – 310 pagine – è un fatto che dovrebbe suscitare indignazione e non curiosità da salotto televisivo. Un attimo dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini a Sempio, il malloppo documentario era a disposizione di tutti. Eppure il codice di procedura penale vieta la pubblicazione degli atti di un procedimento fino alla «conclusione dell’udienza preliminare». Atti che per legge debbono essere a disposizione soltanto della difesa e dell’interessato.

Il processo mediatico precede quello giudiziario, anzi lo anticipa e condiziona. Chi ha interesse a divulgare impunemente atti riservati vuole anche che l’esito finale nei tribunali sia conforme alle sue aspettative. 

Ma nel caso di Garlasco e della Procura di Pavia si è andati oltre ogni limite. Impunemente (bisogna ripeterlo e sottolinearlo) c’è stata la pubblicazione dell’audio delle conversazioni tra Alberto Stasi e il suo difensore dell’epoca. Poco importa se quelle intercettazioni vengono oggi usate per scagionare il condannato. Un colloquio tra imputato e difensore viene trasformato in materiale mediatico. È come se il prete vada in piazza a divulgare quanto ascoltato in confessione. Il codice vieta l’intercettazione delle comunicazioni tra accusato e difensore e ne sancisce l’inutilizzabilità. Se fatte, debbono essere distrutte e non conservate. Ma il codice se la canta e se la balla da solo mentre chi lo viola diventa star televisiva. Rendiamoci conto della gravità del fatto: un cittadino non ha la certezza che le conversazioni con il proprio avvocato restino riservate. In barba alla tanto sacralizzata Costituzione che garantisce il diritto di difesa. 

La domanda che nessuno pone è molto semplice: chi ha consegnato quegli audio alla trasmissione televisiva “Quarto Grado”? Solo la Procura di Pavia aveva accesso a quel materiale. È lì infatti che sono custoditi i fascicoli, le bobine, gli atti del procedimento. Anche quelli che dovevano essere distrutti. Lo sanno anche le pietre che nel nostro paese esiste una connessione storica e vergognosa tra gli uffici delle Procure e le redazioni di giornali e televisioni. Una filiera mai seriamente indagata e che trasforma gli atti più riservati dei procedimenti penali in spettacolo da prima serata. Il meccanismo è collaudato: la Procura avvia un’indagine. Gli atti riservati vengono fatti circolare, i giornalisti li ricevono, li pubblicano, li commentano, li arricchiscono con le loro congetture. L’indagato viene processato e condannato dall’opinione pubblica prima ancora che un giudice prenda in carico il suo caso. E quando il processo vero comincia il verdetto mediatico è stato emesso, e nessuna sentenza lo modificherà del tutto. La sentenza mediatica dura molto più di quella giudiziaria.