Il 12 settembre ad Assisi Angelo Calledda farà la sua Professione perpetua dell’Ordine dei frati minori di San Francesco. Ha 45 anni ed è originario di Nuoro, dove è cresciuto in una famiglia semplice nella quale ha imparato i valori della fede, del lavoro e dell’attenzione agli altri grazie al padre Pino (deceduto tre anni fa), alla madre Felicina e al fratello Gianni. Nell’imminenza dell’evento abbiamo chiesto a lui di raccontarsi e condividere la sua testimonianza.

Fra Angelo, come hai maturato la tua vocazione ad una speciale consacrazione?
«Fin da ragazzo ho respirato la vita della parrocchia nella comunità di Nostra Signora delle Grazie. Qui specialmente l’esperienza oratoriale mi ha insegnato il gusto del servizio e della fraternità, merito anche di padre Paolo Monni, esempio di devozione a Maria, di padre Pinuccio Demarcus, per noi ragazzi il “prete del cortile”, padre Fiorenzo Cavallotto, così appassionato di musica da contagiarmi senza ostacoli, padre Giorgio Accalai, pieno di entusiasmo nello stare accanto ai giovani, e l’indimenticabile padre Gianni Estienne. L’esempio dei sacerdoti che ho incontrato nella mia vita mi ha portato con gradualità a domandare “Signore, cosa vuoi da me?”».

Così hai trovato una prima risposta nella famiglia francescana?
«L’incontro con la figura di Francesco d’Assisi è stato decisivo. Il suo grande desiderio di vivere il Vangelo senza compromessi il seguire Dio hanno acceso nel mio cuore il desiderio di seguirne le orme. Dopo un tempo di discernimento, dal convento di Fonni ho preso contatto con i Frati minori della Provincia di Umbria e Sardegna e sono entrato a far parte dell’Ordine francescano secolare nella fraternità della Cattedrale di Nuoro. Ho iniziato così il cammino formativo vivendo il postulandato a Monteluco di Spoleto, durante il quale ho potuto conoscere più da vicino la vita francescana; poi l’abito francescano nel noviziato a San Damiano in Assisi, un anno dedicato soprattutto alla preghiera, alla conoscenza della Regola di San Francesco e al discernimento personale. Al termine del noviziato, il 28 agosto 2021 ho emesso la prima professione temporanea, iniziando gli anni della formazione che mi hanno accompagnato fino alla decisione di chiedere la professione perpetua».

Di questo percorso vuoi citare una tappa per te importante?
«Il Signore mi ha fatto incontrare guide preziose, formatori, confratelli e amici che, con discrezione e pazienza, mi hanno aiutato a crescere nella fede e nella libertà. Un’esperienza particolarmente significativa è stata quella vissuta all’Eremo delle Carceri, dove il silenzio, la fraternità e la preghiera mi hanno permesso di confermare con maggiore serenità la chiamata ricevuta».

Puoi spiegare cosa sia una professione perpetua”? E ci vedi un valore aggiunto nell’ottavo centenario dal pio transito del Poverello?
«È il momento in cui un frate dice al Signore il suo “sì” per tutta la vita. È come quando due sposi si impegnano ad amarsi per sempre: anche il frate promette di seguire Gesù per sempre secondo il carisma di san Francesco, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e nella castità, all’interno della fraternità. Non significa essere diventati perfetti, ma affidarsi totalmente a Dio, sapendo che sarà lui a sostenerla ogni giorno. Celebrare la professione solenne a 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi rende questo momento ancora più significativo. Otto secoli dopo la sua Pasqua, egli continua a parlare con una forza sorprendente, ci ricorda che il Vangelo non è un ideale irraggiungibile, ma una realtà possibile quando ci si fida di Dio».

Vuoi concludere con un pensiero personale?
«Vorrei rivolgermi ai giovani: non abbiate paura di lasciare che il Signore vi faccia delle domande! La vocazione non toglie nulla, ma dona tutto. Gesù non chiama i migliori, sceglie persone vere, con i loro limiti e le loro fragilità, e le rende capaci di amare. Se sentite nel cuore una piccola inquietudine, non soffocatela. Custoditela nella preghiera, confrontatevi con qualcuno che possa accompagnarvi e abbiate il coraggio di fidarvi. Scoprire la propria vocazione significa, prima di tutto, scoprire quanto si è amati da Dio».