9 Settembre 2026
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Pubblichiamo il testo dell’omelia del Vescovo Antonello, con l’indicazione dei riferimenti biblici della Liturgia della Parola: Ez. 37,1-6; Salmo103 (104); 2Cor 4,7-15; Mc 10,35-45
Il Redentore non è solo una statua bella e imponente come quella posta su questo nostro monte; non è neanche solo un luogo come l’Ortobene, che ancora una volta ci accoglie, ricercato e amato, che già solo nel nome invita a custodire un bene ricevuto in dono.
Per noi il Redentore è un vivente, meglio ancora: è il Vivente. Nessuna statua potrai mai sostituirlo, nessun luogo potrà mai contenerlo. Il Redentore è la concreta presenza di Dio fattosi uomo, è il vincitore della morte per sempre, è il Vivente perché è il Risorto. Questa è la fede che oggi celebriamo, e noi – come dice la liturgia – ci gloriamo di professarla.
I lineamenti di una statua parlano sempre di colui che essa rappresenta, e Jerace l’ha disegnata facendola quasi parlare. Osservandola è immediato cogliere infatti parole e gesti che passano dall’altezza, dall’imponenza, dallo sguardo, dalle braccia e dai movimenti che vi sono simboleggiati e, naturalmente, dalla croce che l’accompagna.
Negli anni scorsi ho scelto di commentare, anno dopo anno, ognuno di questi aspetti, immaginandomi le scelte dell’artista che disegnava. Quest’anno voglio soffermarmi sulla sua immagine globale, sul fatto che come vivente ci parla e vuole guidarci per presentarci alternative al nostro modo di pensare e di essere.
Il Redentore non intende rimanere in mezzo a noi come una statua. Come Risorto vuole essere un Maestro di vita. Perché non basta apprezzarlo se poi lo lasciamo lì, bello da vedere, ma non coinvolto nella nostra vita.
Oso dire che il nostro atteggiamento migliore è quello lasciarci disturbare da lui. Il suo sguardo libero, i suoi slanci ben espressi dai movimenti, la sua croce mai lasciata da parte, possono ricordarci ogni volta, con il Vangelo in mano, cosa significa ammirarlo, apprezzarlo e seguirlo.
Lui ci disturba anche distogliendoci dalla tentazione di diventare indifferenti alla vita e agli altri, magari per coltivare egoismi personali e comunitari.
Lasciamoci quindi disturbare dal Redentore, per assumerne idee e progetti. Vivendo finalmente da risorti, secondo la bella immagine descritta dal profeta Ezechiele nella prima lettura, quando le ossa inaridite riacquistano forza e vigore, ritrovando finalmente un’anima. Questa è la salvezza che il Redentore ci offre fin d’ora, anticipatrice di quella definitiva.
Il Vangelo ci parla spesso di esperienze di risurrezione, racconti di persone che si era perse dietro scelte sbagliate, che dopo recuperano vita e futuro, anche quando sembravano irrimediabilmente perdute. I primi a farne esperienza diretta sono stati gli stessi apostoli, chiamati continuamente a convertirsi a lui.
Il brano di oggi ricorda quando Gesù, per la terza volta, preannuncia la sua passione. Al primo annuncio Pietro si ribella all’idea, e lo rimprovera; al secondo annuncio, i discepoli lungo la strada discutono su chi fosse il più grande fra loro; al terzo annuncio i due fratelli Giacomo e Giovanni ne fanno una questione di posti: “facci sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nella tua gloria“.
I discepoli parlano molto tra loro, eccome parlano! E pretendono, fino ad apparire quasi degli spudorati. “Noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo“. Gesù invece continua a ripetere: “Voi non sapete ciò che domandate!“.
Interroghiamoci su questi atteggiamenti. Essi rappresentano non solo i discepoli di ogni tempo, ma la nostra stessa umanità! Quando chiediamo posti, privilegi, carriera, troni e dominazioni è come se ignorassimo la verità su noi stessi, non accorgendoci dei sentimenti che ci muovono, delle pulsioni e delle mire segrete che si agitano dentro di noi. Anche le nostre richieste a Dio, fatte preghiera, sono talvolta frutto di superbia e di prepotenza e, quando manca la sincerità del cuore, generano preghiere che diventano solo pretese.
La stessa indignazione degli altri discepoli i quali, dice il Vangelo, all’udire questo si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, appare – dentro un’apparente unanimità – quasi irreale, nascondendo la gelosia e le rivalità tra loro.
Dio comunque, con i suoi metodi fermi e teneri, non smette di desiderare e chiedere che ci convertiamo nella verità, anche quando noi resistiamo. Ostinato lui, resistenti noi. Fino quasi a dirgli: Quanto sei pesante, Signore!
Per cambiare c’è infatti un prezzo da pagare, e non sempre siamo disposti a farlo. Un prezzo chiamato croce. Diventa allora uno spartiacque la domanda di Gesù: Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?
E aggiunge: Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di essi il potere. Ma fra voi non è così.
Gesù ha il coraggio di dirci che l’unica soluzione perché il potere non diventi dominio, sia nella vita personale come in quella pubblica, nel campo educativo e in quello sociale, è quella di essere consapevoli che c’è un’alternativa: Tra voi non sia così!
Il potere e il suo utilizzo per sottomettere gli altri è sempre un tradimento del bene comune. Arraffare posti guida, cercare riconoscimenti e privilegi, chiedere di arrivare prima degli altri, soverchiare senza scrupoli, aggiustare tutto a proprio vantaggio, non fa crescere, né salvare e né risorgere le nostre comunità.
Gesù ha una soluzione da Redentore. Si può bere al suo calice solo quando si conoscono i drammi della gente e li si condivide dal di dentro, non dall’alto; perché se non siamo coinvolti nel calice amaro, non ci sarà risposta né ai problemi, né alla vita, né alla morte. Si reciterà una commedia, niente più di una commedia.
Dobbiamo sempre incoraggiare coloro che ricevono il compito di ricoprire dei servizi pubblici. Disponibilità delle quali ne avremo sempre bisogno, anche per evitare quel malinteso e tremendo giudizio a priori che vuole sospettare di tutti, e mette negativamente tutti sullo stesso piano.
Ma impariamo anche a valutare lo spirito che anima questi compiti, le intenzioni e le conseguenti scelte di coloro ai quali sono affidati, perché non ce la facciamo più a sopportare chi mette al primo posto un io arrogante e un interesse personale che generano solamente il bene di pochi e dissanguano la società. La vanagloria e le rivalità appartengono sempre ai nemici del bene comune.
Permettetemi di dire quanto sia sempre indecoroso assistere allo spettacolo di coloro che, per vantaggio personale, sono sempre disponibili a cambiare casacca in ogni campo – indecoroso anche nel campo ecclesiale, perché anche noi rischiamo di essere burocrati di Dio –, così come vedere la disinvoltura con la quale prima si è avversari degli altri e poi si diventa complici, naturalmente quando l’aria che tira inizia a cambiare.
Non basta però indignarsi, come fanno i dieci discepoli con gli altri due. Accanto al Redentore e con il vangelo in mano, chiediamoci: ma noi siamo diversi? Io sono così diverso? Io, che oggi sono qui, che ascolto, di che cosa parlo dopo? Cosa scelgo?
E non è forse un’altra forma di superbia, ad esempio, verificare quanti – magari ammantando tutto di apparente legalità – chiedono e offrono favori dimenticandosi facilmente che tutti hanno in partenza gli stessi diritti?
Tra voi però non è così. Aggiungo: “Non sia così”. Sconfessare l’apparenza e l’arroganza è la prima condizione di possibilità per aiutare tutti a redimersi, a risorgere su questa terra inaugurando ogni volta un bene da non dimenticare mai: il bene comune.
Il Redentore, ricordiamocelo, è solo uno! E possiamo imitarlo solo imparando da lui che vince solo in un modo: servendo gli altri, fino a morirne.
E quindi amando sempre, perché solo l’amore vince ogni morte. Amare portando la croce delle nostre scelte.
Questo è lo stile del Redentore. Questo è il Vivente!
Solo questo tiene insieme sguardo e movimenti, cuore e gambe di ognuno di noi.
Maria, Madre del Redentore e della Chiesa, ci incoraggi a rimanere viventi e a risorgere ogni giorno dalle nostre inaridite energie.
Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
