7 Marzo 2026
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Il mondo è a pezzi come spiegato negli interventi dei premier di Canada e Germania pubblicati sul nostro settimanale. L’equilibrio internazionale nato dopo la seconda guerra mondiale è saltato. L’Onu e le altre istituzioni sovranazionali sono degli apparati vuoti e impotenti. Il diritto internazionale è solo sulla carta: viene invocato da chi lo viola per lamentarsi delle violazioni degli altri. L’economia (da ricordare che pecunia non olet, i soldi ed il potere non hanno volto) ridisegna l’assetto geopolitico globale spesso mascherandosi dietro proclami umanitari. Come sempre accade dopo grandi guerre e relativi trattati di pace, si riinizia daccapo. Ciò che nasce dalla guerra pone i semi per nuove guerre.
Per tutta la mia vita ho sempre cercato di dimostrare che uno dei primi filosofi greci, Eraclito di Efeso, non avesse ragione quando diceva che il conflitto (polemos) è “padre di tutte le cose e di tutte re”. La guerra insomma come dimensione costitutiva del creato, innata ed incarnata negli esseri umani, animali e vegetali.
Secondo Eraclito accanto alla guerra c’è il Logos, un termine greco traducibile con “ragione”, “discorso” o “parola”. Ma la guerra è talmente radicata da offuscare la ragionevolezza, il dialogo, la verità. C’è una conflittualità intima negli uomini che li porta a fare la guerra ai propri simili, sui campi di battaglia come nella quotidianità, nelle relazioni internazionali ed interpersonali. Nel linguaggio biblico diremmo che siamo figli di Caino e Abele, tifando oggi per l’uno e domani per l’altro.
La guerra è per sua natura irrazionale ma diventa illuministicamente razionale quando in gioco c’è qualcosa di più seducente. In sardo si dice di uno chi hat perdidu su cherbeddu, ha perso il lume della ragione ed è in balia di istinti e pretese divenute come un ciclone ingovernabile. La storia umana è un tessuto di questa conflittualità che inizia in famiglia e se non governata diventa universale. Certo che c’è una differenza grande tra la guerra in Crimea, in Iran, in Sudan, rispetto alla guerriglia quotidiana ingaggiata tra gli operatori degli ospedali, scuole, uffici, condomini, enti e associazioni. La radice però, paragonando le cose grandi alle piccole, è la stessa. Dite voi, cari lettori, se ha ragionevolezza ingaggiare una battaglia legale trentennale, tra fratelli, per l’eredità di un appartamento che alla fine viene a costare di meno di quanto si è speso in avvocati e tribunali.
Ogni guerra, pubblica o privata, cancella il dialogo. Accade nelle diplomazie internazionali ma anche nelle nostre faide. Carl von Clausewitz diceva che la guerra è la “prosecuzione della politica con altri mezzi”, è “un atto di violenza per imporre all’avversario la nostra volontà”, è “un gioco di interazioni” tra incertezza, frizioni, odi, calcolo di probabilità e scommessa di successo. Per questo ha bisogno della menzogna, dell’affermare un particolare come se sia il tutto. La guerra uccide la verità. I protagonisti si guardano bene dallo spiegare la reale motivazione di un conflitto, le vere cause che lo scatenano. Fanno proclami ai quali dare credito a seconda della simpatia ideologica di chi li proclama.
La guerra è la negazione del Logos, di cui parla Giovanni nel Prologo del suo Vangelo, cioè di quel Verbo di Dio, Gesù Cristo fattosi uomo per la nostra salvezza, pace e felicità.
