Stefania Calvisi da anni combatte due guerre: la prima contro la sua malattia, la sclerosi multipla e la seconda con la città di Nuoro, non inclusiva perché non alla portata di tutti i suoi abitanti.

Fermandoci anche solo un istante a riflettere, dovremmo tutti domandarci: è normale che si debba lottare per poter vivere nella propria città?

Stefania, che convive con la sua malattia da trent’anni – le è stata diagnosticata quando era solo poco più che una ragazzina – non si è mai data per vinta, non si è mai fermata. Esempio di resilienza porta avanti un messaggio: la vita è bella e nonostante le difficolta poste nel nostro cammino dobbiamo affrontarla col sorriso. Nuoro rende però ardua l’impresa di non sentirsi diversi ed esclusi, costretti a vivere ai margini di una città che collabora a limitare le possibilità di vita già di per sé compromesse.

«La quotidianità nella città di Nuoro è un disastro – afferma Stefania –, marciapiedi impraticabili perché troppo alti e dissestati, strisce pedonali con scivolo da una parte e gradino dall’altra, negozi e locali con gradino all’ingresso e servizi inadeguati, uffici pubblici con montascale non funzionante e via dicendo».

L’invito che la donna rivolge alle istituzioni è quello di coinvolgere persone con disabilità durante i lavori, così da testare la praticità delle opere ed evitare come risultato marciapiedi inidonei e scivoli con pendenze completamente errate, come gli ultimi appena realizzati.

Una situazione che mette in difficoltà non solo persone con disabilità motorie ma anche famiglie col passeggino e anziani.

«Mi è capitato spesso di vedere entrare un cane col proprio padrone dalla porta principale di un locale e non c’è niente di male, se non fosse per il fatto che a me invece è stato riservato l’ingresso sul retro, qualche volta addirittura sono dovuta passare per le cucine – racconta Stefania –. Queste circostanze si ripetono anche in strutture fresche di apertura».

Sono sempre più numerose le lamentele per quanto riguarda i lavori che quotidianamente abitano le vie della città, con cantieri abbandonati a se stessi per giorni, errori evidenti nella realizzazione delle riparazioni che portano come risultato finale strade ancor più dissestate, segnaletica orizzontale spazzata via o che verrà dimenticata per anni.

Un Paese civile, per essere definito tale, deve offrire a tutti le stesse possibilità e questo purtroppo non sta avvenendo.

Stefania Calvisi

«La più grande barriera architettonica è la mente umana»: sono queste le parole di Stefania Calvisi, una donna che combatte per i pari diritti e desidera una comunità più unita che si interessi maggiormente al bene comune. «Siamo poco ascoltati. Io mi sento poco ascoltata, nonostante in prima persona lotti continuamente per ciò in cui credo… poi alla fine mi chiedo, perché devo lottare? Al nuovo sindaco – conclude, pensando alle prossime elezioni comunali – vorrei dire di avere più accortezza nei confronti degli ultimi, perché solo così potrà essere fiero di aver portato a termine il suo mandato, creando una città per tutti».

Appare lampante il disinteresse e la scarsa capacità di istituzioni e concittadini di comprendere i disagi ai quali in tanti sono costretti a sottostare tutti i giorni della loro vita. Ed è con questa esatta consapevolezza che il messaggio di positività e resilienza di Stefania diventa una battaglia.