Le braccia si allungano al suo passaggio, finché le nostre mani non stringono le sue. Il Presidente ci si avvicina e ci saluta. Il suo è un sorriso luminoso, ha il fare di un nonno affettuoso, orgoglioso dei suoi giovani nipoti. È l’ultimo atto di una mattina piena di emozioni il saluto così ravvicinato con il Presidente Mattarella. 

La mattina, all’uscita da scuola, la nostra delegazione del Consiglio comunale dei Ragazzi non immaginava a cosa avrebbe assistito. Ci eravamo preparati con un cartellino di riconoscimento, lasciapassare colorato per superare i controlli di sicurezza all’ingresso del Ten. Nel breve tragitto da via Malta alla via Roma la pioggia ci aveva fatto compagnia, non smorzando il senso di responsabilità per il compito che ci era stato affidato, cioè quello di rappresentare la nostra scuola come delegazione ufficiale. 

Per molti di noi era la prima volta di tante cose: lo spazio delimitato dalle transenne, gli agenti di polizia incaricati della sicurezza, il controllo delle identità dei nostri accompagnatori, l’ingresso in un teatro. Respiravamo un’aria di attesa, carica di una sola domanda: “Quando arriverà?”. Dentro, il teatro continuava a riempirsi. Dai nostri posti potevamo assistere alla sfilata di autorità, riconoscibili dalle uniformi, dalle fasce tricolori, dai tacchi alti e dalle cravatte eleganti. Le voci si sovrapponevano, ma con toni controllati. Anche noi, così abituati a lasciarci andare fuori dai banchi e dalla scuola, misuravamo i gesti e le parole. Abbiamo approfittato dell’attesa per realizzare qualche intervista. Ci interessava conoscere lo stato d’animo degli adulti presenti, capire quali fossero le loro aspettative, quale il significato della visita della più alta carica dello Stato, arrivato “in periferia”, come poi avremmo sentito definire la nostra città dagli interventi degli esperti sul palco. Tutti erano accomunati da un comune sentire: una grande emozione, insieme all’orgoglio di poter essere presenti. Niente di diverso da quello che sentivamo noi ragazzi. 

Poi, improvviso, un silenzio quasi irreale aveva invaso il teatro. Era bastato il movimento degli addetti alla sicurezza per farci capire che era il momento. Il Presidente era arrivato, attraversava la sala: i capelli bianchi, l’abito scuro, le spalle curve si materializzavano davanti ai nostri occhi, non davanti allo schermo del cellulare o a quello della televisione. Era vero, ed era lì!

L’emozione poteva sciogliersi in un primo applauso di benvenuto, lasciarsi andare nell’ascolto dell’inno di Mameli, non come allo stadio, prima di una partita, ma per salutare il nostro Presidente. Poi, abbiamo imparato che il protocollo deve seguire le sue regole. I saluti istituzionali ci hanno permesso di vedere dal vivo, per molti di noi di conoscere, il sindaco di Nuoro e la Presidente della Regione. Dalle loro parole abbiamo capito il perché della visita di Mattarella: inaugurava l’anno dedicato ai festeggiamenti per il centenario della consegna del premio Nobel a Grazia Deledda! Abbiamo faticato, certo, a comprendere tutte le parole pronunciate dagli esperti saliti sul palco, ma abbiamo capito che i luoghi citati ci coinvolgevano direttamente. La nostra scuola di San Pietro si trova a pochi passi dalla casa natale della scrittrice, ogni giorno molti di noi attraversano l’acciottolato di quelle vie e possono leggere sui muri le frasi tratte dai suoi romanzi, dalle finestre della nostra scuola scorgiamo quello stesso monte Ortobene che lei tanto amava. Ci ha incuriosito sentire raccontare del viaggio di Grazia e del marito per arrivare a Stoccolma a ricevere il premio, un viaggio scomodo, umile, di tanti giorni, sempre seduta. E il suo breve discorso, concluso con un l’augurio tipico delle nostre zone, che spesso abbiamo sentito pronunciare ai nostri nonni: “Salute!” È stata una sorpresa sapere che in rete circola una fake a questo proposito. La studiosa Neria De Giovanni ci ha detto che quello che compare sui social come il discorso del Nobel era stato in realtà registrato molti anni dopo, nel 1932, da un musicista sardo, Gavino Gabriel! 

Che bello pensare che una donnina così piccola sia stata una bambina, poi una ragazza e una donna tenace, orgogliosa e ambiziosa, che non si sia data per vinta di fronte alle critiche di chi voleva che stesse al suo posto, cioè in casa ad aspettare un marito. Invece ha studiato finché la scuola glielo ha consentito, e poi l’ha fatto da sola per assecondare la sua curiosità e il suo bisogno di sapere. Ed è arrivata in alto, esattamente dove voleva arrivare. 

Anche il Presidente ce lo ha ricordato nel suo intervento tanto atteso. Volevamo sentire la sua voce, infatti, dopo le parole difficili degli studiosi, e lui si è rivolto anche noi, facendoci i complimenti per la pazienza e la costanza che hanno caratterizzato la nostra presenza.

Accompagnato dagli applausi, infine, lascia il teatro, passandoci accanto. Le nostre mani, ora, rassicurate dal suo affetto, dalla vicinanza sincera a ciascuno di noi, possono lasciarsi andare a cercarlo. E trovano le sue. Grazie, Presidente.

Consiglio comunale dei Ragazzi
Scuola secondaria “San Pietro”