C’è una nuova specialità amministrativa in Sardegna: la delibera con il cerotto. Si nomina, si revoca, si corregge, si impugna, si sospende, si reintegra, si comunica, si smentisce, si annuncia una vittoria e poi si aspetta il prossimo pronunciamento del Tar. 

L’ultima figuraccia arriva dall’Isre. Il consiglio di amministrazione dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico viene ricostituito con tre uomini e zero donne. Una composizione che pare uscita da una riunione di circolo degli anni Cinquanta, non da una Regione che predica pari opportunità, inclusione, modernità. La Sardegna raccontata dall’Isre è questa: le donne vanno benissimo nei manifesti, nelle celebrazioni, nei gay pride, magari anche nei costumi tradizionali da esibire alle inaugurazioni. Ma quando c’è da sedersi nel consiglio di amministrazione, improvvisamente spariscono. Tutto questo accade (o meglio, si ripete) con una Regione guidata dalla prima presidente donna. Una nemesi perfetta. 

Ma l’Isre è solo l’ultima cartolina di questa galleria dell’approssimazione. Prima c’è stata Forestas, dove il commissario nominato per rimediare a un problema è diventato a sua volta un problema. Una specie di matrioska amministrativa: apri una nomina sbagliata e dentro ne trovi un’altra ancora più fragile. Il precedente amministratore unico viene travolto da questioni di inconferibilità, la Regione corre ai ripari, nomina un commissario straordinario e il Tar interviene sospendendo anche quella scelta. Risultato: l’Agenzia che dovrebbe occuparsi di territorio, foreste, cantieri, patrimonio ambientale e prevenzione diventa il palcoscenico di una commedia burocratica.

Il capitolo sanità, poi, meriterebbe un volume a parte. La vicenda dei direttori generali delle Asl è il manifesto plastico di una politica che confonde il governo della sanità con il trasloco delle poltrone. Via gli uni, dentro gli altri, commissariamenti, decadenze, ricorsi, sentenze, reintegri, pareri, appelli. Tutto questo nel settore più delicato, quello dove ogni mese perso non è un dettaglio amministrativo, ma una lista d’attesa che si allunga, un servizio che non parte, un ospedale che arranca, un cittadino che aspetta.

Ma qui siamo oltre il problema politico. Siamo al costo industriale dell’improvvisazione. Ogni ricorso costa. Ogni difesa legale costa. Ogni eventuale risarcimento costa. Ogni dirigente prima nominato, poi contestato, poi forse reintegrato, poi magari affiancato o sostituito, costa. E non costa solo in euro. Costa in credibilità, in continuità amministrativa, in fiducia dei cittadini. Costa in paralisi. 

Poi arriva Cala Finanza, altra prova generale di dilettantismo istituzionale. La Regione rivendica la propria opposizione alla procedura Zes e oggi canta vittoria sulla revoca dell’autorizzazione. 

Cala Finanza ha mostrato però, ancora una volta, il volto peggiore della politica regionale: correnti, componenti, ex appartenenze, affari, sospetti, silenzi e posizionamenti. Tutto condito dalla solita retorica della difesa del territorio, che arriva sempre dopo, quando il caso è esploso, quando l’opinione pubblica comincia a rumoreggiare. 

Non è più sufficiente scaricare la colpa sugli avversari, sui governi precedenti, su Roma, sui giudici, sulla burocrazia cattiva. La differenza tra opposizione e governo è tutta lì: all’opposizione puoi denunciare, al governo devi saper amministrare.