
30 Ottobre 2026
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Dietro alle proteste di piazza che nei giorni scorsi hanno interessato numerose città italiane c’è una motivazione economica profonda, l’aumento generale dei prezzi. Il Paese vive un impoverimento diffuso che negli ultimi anni ha eroso i bilanci delle famiglie, colpendo beni primari come la spesa, la benzina, i mutui, gli affitti e le bollette, a fronte di stipendi rimasti sostanzialmente al palo.
L’inflazione (vale a dire l’aumento generalizzato e continuativo del livello medio dei prezzi di beni e servizi che comporta una perdita di potere d’acquisto) registrata a settembre al 4,2% (dati Istat), spinta da conflitti e crisi energetica, non basta a raccontare la realtà. Se il tasso d’inflazione è calato rispetto ai picchi del 2022, significa solo che i prezzi crescono meno rapidamente, non che siano diminuiti. Di fatto, da gennaio 2021 a oggi il costo della vita è aumentato in modo cumulato del 24,1%: ciò che costava 100 euro nel 2021 oggi ne richiede oltre 124.

A pesare maggiormente è il cosiddetto “carrello della spesa” — che raggruppa generi alimentari, detersivi e prodotti per la persona —, i cui prezzi sono balzati del 27,% nello stesso periodo. Diversi beni essenziali, come olio, caffè e alcuni ortaggi, hanno registrato rincari record intorno al 50%. Trattandosi di spese che incidono in misura maggiore sui bilanci delle famiglie a basso reddito, l’inflazione si conferma un fenomeno fortemente iniquo.
A rendere complicata la situazione è il divario tra il costo della vita e i redditi. Mentre l’inflazione correva, gli stipendi reali — depurati cioè dal reale potere d’acquisto — sono diminuiti del 6,1% dal 2021, nonostante una crescita degli stipendi nominali del 12,3%. Questo incremento nominale delle buste paga ha inoltre innescato un effetto perverso: spingendo i contribuenti in scaglioni Irpef più alti, ha fatto risalire la pressione fiscale ai massimi da dieci anni. Un problema aggravato dal mancato aggiornamento di soglie, sussidi e detrazioni. Nonostante i correttivi parziali introdotti dal governo Meloni per alcune fasce di reddito, il fenomeno del cosiddetto “drenaggio fiscale” continua a pesare sui contribuenti, e con le nuove tensioni geopolitiche ed energetiche il quadro rischia di aggravarsi ulteriormente.
A causa della crisi energetica sono poi aumentate del 18% rispetto ad un anno fa le bollette di elettricità e gas, danneggiando in particolare chi vive in case vecchie e poco efficienti dal punto di vista energetico con un conseguente aumento dei consumi.
Un capitolo a parte meriterebbe il costo della benzina e soprattutto del gasolio, da cui dipende a cascata il costo delle merci e la loro stessa reperibilità, come si è visto a seguito dei blocchi dei Tir nel Sud e nel Mezzogiorno con conseguenze in tutto il Paese. Nel grafico riguardante i carburanti si vede chiaramente il peso delle famigerate accise. È un altro argomento sul quale l’attuale maggioranza dovrebbe riflettere data la propaganda ai tempi dell’opposizione, la memoria della rete a questo proposito è spietata e il celebre video di Meloni dal benzinaio resta ancora sospeso tra il grottesco e il ridicolo. L’Eni, intanto, incasserà un’enorme quantità di liquidità (16,5 miliardi di euro) e una parte di questi guadagni (3,8 miliardi) verrà usata per far salire il valore delle azioni a beneficio dei propri investitori.




Nel numero del settimanale in edicola l’approfondimento continua con due temi: il cambiamento delle abitudini di consumo al discount e la sofferenza del settore agricolo e zootecnico.

