Quid est veritas? È la domanda di Ponzio Pilato dinanzi ad un silenzioso Gesù. Una domanda, tra l’ironico ed il beffardo, risuonata nei secoli ed attuale ancora oggi. Essa tocca infatti i gangli del nostro vivere.

Per Pilato, procuratore romano della Giudea, rappresentante in loco dell’imperatore Tiberio, governatore inflessibile e spietato nelle reazioni verso rivoltosi e contestatori, la verità era un dato di fatto: «Ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce», sono padrone della tua vita, arbitro e giudice dei miei sudditi. Potremmo riassumere così: la verità è il mio volere. E, di fatto, era così. Certo e vero (cioè effettivo) era il potere che esercitava e dunque la facoltà di far fare agli altri ciò che a lui aggradiva. Insomma è il potere a definire la verità, a stabilire cosa essa sia. Chi sostiene il contrario, ossia che è la verità a definire il potere, bestemmia ed è quindi da sorvegliare e punire.

Rileggendo le storia dell’umanità la certezza di Pilato, seppure declinata con diverse sfumature, è una costante della logica “di questo mondo”. Cambia il detentore del potere e modella la sua verità, la sua menzogna che diventa verità e come tale passa alla storia. Il meccanismo cambia nei modi ma non negli obiettivi. A questo proposito c’è un’interessante osservazione del filosofo e storico tedesco Oswald Spengler: «Un tempo non era permesso a nessuno pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Oggi la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo si considera libertà». Secondo lui, nella modernità, la verità pubblica è un prodotto del sistema dell’informazione. Per la massa vero è ciò che si legge e si ascolta continuamente, ripetuto in maniera ossessiva. I padroni dell’informazione producono, mutano e scambiano la verità in base ai loro interessi. Una versione diversa della presunta verità la si può avere se scende in campo un’altra potenza finanziaria più forte e con interessi differenti. La verità confusa con il proprio tornaconto.

Pilato ha davanti la Verità (Est vir qui adest, è l’uomo qui presente, dice Sant’Agostino con un gioco di parole). In qualche modo la intuisce. Per ben tre volte riconosce e dichiara: «Quest’uomo è innocente». Vuole liberarlo per questo motivo e anche per fare un dispetto ai giudei che detestava profondamente. Ma cede alla menzogna. La verità del potere ha vari interessi. Dinanzi alla minaccia di essere accusato di slealtà presso Cesare Tiberio cede ai suoi avversari. «Pilato vedendo che non otteneva nulla ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla dicendo “Io sono innocente del sangue di questo giusto, pensateci voi». I paradossi del potere: i Giudei dichiarano di essere schiavi dell’odiato Cesare e Pilato diventa loro schiavo, consegnando ad essi Gesù. Lo fa per salvare il suo potere dinanzi ad una opinione pubblica abilmente manipolata, non maggioritaria presso il popolo ma più efficacemente addomesticata. Vinse la menzogna dell’uno e degli altri. Pensando all’oggi… siamo diversi da Pilato?