
4 Febbraio 2026
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Solo 3 italiani su 10 credono che i propri figli avranno un futuro migliore. Lo rivela il “Report Fragilità” 2025. Ciò significa che l’ascensore sociale (ossia la capacità di un individuo o di una famiglia di migliorare la propria posizione socio-economica rispetto alla generazione precedente) si è fermato, è bloccato. Nascere in una famiglia “povera”, ossia con poche risorse economiche, relazionali e culturali, comporta avere poche possibilità di migliorare il punto di partenza. E’ ciò che accade nelle società conservatrici, “vischiose”, preoccupate di preservare l’esistente e non di preparare il domani.
Per molti decenni abbiamo creduto e detto che studiare, lavorare e fare sacrifici era condizione indispensabile per salire nella scala sociale. Il che va bene quando c’è una dinamicità sociale mentre non funziona quando la priorità diventa la difesa dello status quo. Il merito non è sufficiente se il sistema non lo riconosce e non lo premia. Ed è quello che accade oggi: le competenze ed il merito contano poco rispetto al cognome, alle reti parentali e affaristiche, all’origine geografica e al capitale di partenza. Un esempio clamoroso sono i “boiardi di Stato”, ossia i dirigenti di altissimo livello di grandi aziende pubbliche o partecipate dallo Stato, possono cambiare appartamento ma non palazzo e la loro progenie eredita appartamento e palazzo. Accadeva anche durante il vituperato (a parole) regime fascista. Il nepotismo non è mai finito, specie laddove si annida il potere vero.
Bloccare l’ascensore sociale ha effetti collaterali mica da poco: crea sfiducia e rabbia, spinge i giovani più preparati ad andarsene, alimenta la prepotenza e supponenza di chi è già beneficato. Gli stessi sindacati, strumento decisivo nell’ascensore sociale, sono assorbiti nel tutelare chi è già tutelato dimenticando chi sta fuori dalla porta. Si gioca in difesa. Non si combatte più per dare la possibilità di competere ad armi pari.
Viviamo in un’epoca dominata dal potere finanziario, dove i ricchi diventano smisuratamente ricchi (in taluni casi dispongono di fondi superiori al Pil del loro paese) e la classe media pendola verso il basso. Il monopolio finanziario, i super profitti generano puntualmente disoccupazione: è il denaro, non il lavoro, che genera denaro. Non essendo legati ad un luogo fisico preciso, come lo è un’industria, i nuovi “padroni” possono spostare i loro capitali da un punto all’altro del mondo. Il risultato finale è chiedere sacrifici senza indicare una meta, predicare flessibilità e dedizione senza tutele.
Rimettere in moto la mobilità sociale richiede scelte politiche e sociali coraggiose. Per esempio: nei concorsi occorre dire basta alle scorciatoie, ai favoritismi, alle cooptazioni e alle camarille. Occorre ripartire dal merito non dal privilegio. Senza mobilità sociale non c’è futuro, non c’è crescita e non c’è democrazia.
