1 Agosto 2026
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Pubblichiamo l’intervento di Giovanni Antonio Piga.
Antonio Fronteddu ci ha invitato a immaginare una Nuoro senza muri, più aperta, più verde. È un esercizio che apprezziamo: il dibattito pubblico è sempre un bene, e va riconosciuto a Orizzonti Urbani il merito di averlo riacceso. Ma la questione merita un confronto serio, non solo sull’opportunità di aprire due varchi, ma sul modo in cui Nuoro tratta la propria memoria. Da qui il proverbio che ci portiamo dietro da sempre: Lassae su mundu comente l’azes connotu, lasciate il mondo come l’avete conosciuto, a voler richiamare il valore che dovremmo dare a Su Connotu. Non è, infatti, uno slogan nostalgico o un misero invito all’indolenza, tutt’altro. Basti pensare, ad esempio, che a metà degli anni Settanta un centinaio di cittadini del rione Santu Predu (lo racconta l’archivio storico de L’Ortobene) spingeva il Comune per abbattere il mulino Gallisai, giudicato un rudere indegno della città, covo di topi: se ne prevedeva la demolizione e la ricostruzione per ospitare anonimi esercizi commerciali, come a Istiritta e a Ubisti o, ancor più miseramente, Sos Sette Fochiles. L’iniziativa non vide la luce solo perché la Regione aveva, nel frattempo, posto un vincolo sull’edificio. Oggi nessuno ne discuterebbe il valore, e persino tra i promotori di allora c’è chi pubblica le foto della statua eretta al buon Don Franceschino Gallisai. La differenza, allora come oggi, è che c’è chi vede solo un muro dove altri riconoscono un bene identitario. Come scrisse il compianto Antonello Monni, delegato Wwf Sardegna e tra gli artefici dell’operazione Monte Arcosu, «anche un semirudere può rivelarsi un bene identitario che vale la pena conoscere e custodire, perché Nuoro rischia di non sapersi identificare con niente».
Sullo Zonchello la questione non è solo estetica: è, prima di tutto, una questione di cura. Non parliamo di un parco qualunque, ma di spazi verdi a servizio di un ospedale che ospita anche un Hospice, dove la privacy e la protezione dal frastuono di due tra le arterie più trafficate della città non sono capricci architettonici, ma parte del percorso di cura. Lascia perplessi che, a sostegno dell’abbattimento delle mura, Fronteddu, sui social, abbia usato la foto del Guys Hospital di Londra: un palazzone di vetro dentro una metropoli, che con un muro a protezione di un giardino di cura ha poco in comune. Meglio guardare, semmai, a Monte Urpinu o Monte Claro, a Cagliari: parchi che sopravvivono grazie alle mura e ai varchi controllabili, in un contesto di vandalismo diffuso. È anche vero che nel 1939 il perimetro dello Zonchello era un’elegante inferriata, non un muro pieno, come mostrano le foto d’epoca. Ma allora il traffico non era quello di oggi, e le recinzioni furono innalzate per tutelare la quiete dei pazienti malati di tubercolosi, in anni in cui la malattia era ancora diffusa, e per il decoro del parco poiché quegli spazi diventarono, troppo spesso, il ritrovo di giovani innamorati. Tornare al 1939 significherebbe ignorare perché le cose sono cambiate.
Sull’ex Artiglieria, invece, la proposta arriva tardi rispetto a progetti già approvati da un decennio, e il dibattito rischia talvolta di somigliare a una vetrina personale. Come ricordato dall’ex consigliere Graziano Siotto, l’abbattimento del muro fu stimato in circa 150.000 euro e, vieppiù, esso è parte di un complesso militare storico, capace di raccontare tecniche costruttive e storia urbanistica. Soprattutto, ci ricorda che quell’area fu recuperata non per mostrarne il giardino, ma per istituire il tanto sospirato campus universitario nuorese: facoltà, corsi in presenza, studenti, docenti.
Ed è qui il punto che più ci sta a cuore: in tanti riteniamo che Nuoro abbia ben altre priorità che intervenire su un paziente, seppur anziano, in perfetta salute. Prima di progetti milionari per abbattere ciò che non va abbattuto, vorremmo vedere percorsi che colleghino il centro a Pratosardo, interventi sulle periferie carenti di servizi e decoro, il ripristino di fontanelle pubbliche e dei dazieddos, la sistemazione delle case storiche comunali, strutture sportive, il rifacimento delle strade, recupero dell’acciottolato storico, valorizzazione delle vie attorno al Corso, l’intitolazione della toponomastica a personaggi nuoresi e sardi, per davvero valorizzare la città e la memoria storica, fondamento di qualsivoglia futuro sostenibile. Interventi meno spettacolari, ma che restituirebbero dignità e identità alla città.
Il pensiero non può che correre, quindi, a chi ha davvero amato e difeso Nuoro pagando l’incomprensione dei propri tempi: Nicola Porcu, che negli anni Sessanta e Settanta fotografò lo sventramento della città e per questo fu a lungo ridicolizzato, salvo essere rivalutato solo a cose fatte, sull’onda della nostalgia provocata dai suoi mirabili scatti, quando però, ormai, non si poteva più tornare indietro; e Mario Corda che nel suo libro Nuoro e le sue architetture, descrive il modus operandi dietro tanti di quegli scempi che hanno cambiato Nuoro per sempre: da un lato la frenesia demolitoria dove non ci sono vincoli, dall’altro, dove i vincoli esistono, l’attesa che l’immobile diventi collabente per abbatterlo comunque. Il risultato è sempre lo stesso: si cancella la memoria, cambia solo il tempo necessario. Un amico l’ha detta meglio di me: «Non semus mai istracos de isperdere sos ammentos nostros pro sa neuledda de sa modernidade». Forse, allora, la domanda giusta non è quale muro abbattere, ma quale memoria vogliamo custodire per la Nuoro di domani: perché ogni orizzonte, a seconda della prospettiva, può offrire sia luminose albe che tristi tramonti.
Chi è. Giovanni Antonio Piga, nuorese classe 1976, avvocato, direttore amministrativo per il Miur, fondatore del gruppo Nugoro eris e oje, presidente de su sotziu culturale Aps Limba e Poesia Sarda, studioso e appassionato di storia e cultura sarda e nuorese.

