
7 Novembre 2026
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Nell’ambito del progetto didattico-laboratoriale “Presidio Climatico Permanente – Le casette dei bambini”, ospitato a Nuoro presso lo Spazio Ilisso in collaborazione con la Scuola Materna Guiso-Gallisay, dal 2 al 6 novembre i piccoli allievi della Scuola sono stati protagonisti di un’esperienza artistica e creativa unica guidata dall’artista americano Gino Robair.
Compositore, improvvisatore, batterista, percussionista e dottore di ricerca in papermaking (letteralmente “produzione di carta”) presso l’Università della California Davis, Robair ha focalizzato gran parte del suo percorso recente sulla percezione della materialità e sulle connessioni tra arte, fibre vegetali e ambiente. Questa sensibilità prende ora vita in un laboratorio in cui i bambini diventano costruttori di comunità immaginate.
Per realizzare questo progetto, Robair utilizza carta riciclata da macero e di altro tipo, declinata in svariati colori. La struttura di base delle casette è costituita da una rete metallica assemblata direttamente dai bambini, che successivamente ricoprono le pareti e il tetto con la carta arricchita da elementi naturali come foglie e petali. Il risultato è un’opera collettiva e suggestiva, un vero e proprio rifugio climatico poetico che unisce manualità, educazione ambientale e ricerca espressiva.
L’artista
Gino Robair è un compositore, musicista e redattore di riviste americano la cui lunga e variegata carriera musicale è caratterizzata da un incredibile eclettismo, versatilità ed instancabile ricerca sulle possibilità sonore ed improvvisative. Ha composto musica per danza, teatro, televisione, film muti: le sue opere sono state eseguite in Nord America, Europa e Giappone. Suona percussioni preparate/modificate, sintetizzatore analogico, ebow, piano preparato e theremin. Si è esibito come solista e in ensemble di improvvisazione passando attraverso generi diversi e con artisti del calibro di Tom Waits, Anthony Braxton, John Zorn e Nina Hagen, Eddie Prevost solo per citarne alcuni.
Negli ultimi anni ha focalizzato il suo lavoro su come la percezione della materialità possa influenzare i sistemi dell’umana interazione. Si tratta di un processo performativo che pone gli artisti in comunicazione con i loro strumenti, con materiali come fibre e piante, con elementi dell’ambiente come aria e umidità: da queste interazioni risulta un’effimera memoria degli oggetti che riportano pure tracce della materializzazione eventualmente utili come risorse per l’interpretazione all’interno del contesto di una performance.
