28 Novembre 2025
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«Quando sono china sulla tela entro in una dimensione tutta mia e libera da ogni cosa, libera di potermi esprimere, sto bene, non mi accorgo del tempo che scorre e tutto ciò che mi circonda non esiste più. Disegnare per me è terapeutico, devo farlo perché la mia vita non sempre è stata semplice».
Si racconta così Maria Antonietta Fois, nata a Nuoro dove ha frequentato l’istituto d’arte, sezione architettura e arredamento. Avrebbe voluto proseguire gli studi ma la situazione economica della famiglia non glielo ha consentito. Felicemente sposata da 30 anni, ha due figli: Marika con la passione per il canto e Mattia, studente in architettura e designer.
Ricorda di aver cominciato a disegnare molto presto, con i suoi soldini comprava pennelli, acquerelli e tele. Poi dall’acquerello è passata alla matita, in tutte le varie gradazioni. Ora lavora coi pastelli Schmincke, gessati, fini e morbidi, che spalma con le dita. «Per arrivare al dettaglio – dice -, uso matite gesso Carbothello con una mina sottilissima».
Ha sempre osservato con molta attenzione i quadri degli altri artisti. Sentiva di dover esperire altre vie e quando si è imbattuta in Paul Cadden, straordinario maestro iperrealista scozzese (1964) che imprigiona la vita e fotografa il mondo con i suoi ritratti in gesso e grafite, si è sentita oltremodo attratta da quella corrente pittorica. Da quel momento ha iniziato a studiare l’iperrealismo, in una sfida incessante con se stessa. Numerose le sue estemporanee e collettive in Sardegna e oltre Tirreno.
«Prima di realizzare un quadro – confessa -, avviene in me una sorta di percorso emozionale. Osservo bene la foto da tutte le angolazioni, la studio, la introietto e mentre lavoro vado alla ricerca maniacale del dettaglio. È nel dettaglio che riesco a cogliere le sfumature e le emozioni più nascoste dell’essere umano».

Cosa significa per lei essere ritrattista?
«Saper penetrare l’intima essenza di una persona perché ogni solco, ogni segno del viso racconta. Ogni dettaglio dello sguardo custodisce l’anima del soggetto che vado a disegnare e voglio che tutti colgano nel mio ritratto quanto ho visto io. Il mio obiettivo è sorprendere, impressionare e catturare l’osservatore».
Quali temi rappresenta?
«Generalmente esprimo temi sociali, spesso forti e destabilizzanti come la guerra e la violenza. Forse nessuno potrà mai acquistare il mio quadro, di recente in mostra al Polifunzionale e raffigurante mani grondanti di sangue, perché molto crudo. Ma il mio intento è scuotere le coscienze. Il Mamuthone, tempo fa esposto al castello san Michele a Cagliari, piange lacrime di sangue ma l’opera racchiude anche germogli di pace in quanto si tratta di una maschera propiziatoria evocata per il buon raccolto. Nel 2016, al concorso nazionale Lamezia Terme, il quadro Il pianto dei bambini con l’immagine di un bambino di colore che piange, ha vinto il secondo premio di pittura “Maggio dell’arte”».
Qual è il suo artista preferito?
«Caravaggio. Trovo il suo iperrealismo straordinario con l’uso drammatico del chiaroscuro».
Qual è il quadro a cui maggiormente è affezionata?
«L’Opera Dal buio, realizzata nel 2016, rappresentante una bambina e prima classificata alla XIV^ biennale internazionale di Roma del 2022. In quel viso ho percepito la purezza dell’energia vitale. Mi sono stati offerti tanti soldi ma non voglio privarmene».
La prima mostra?
«A Lodine dove ho avuto una menzione speciale per un paesaggio. In commissione c’era Antonio Corriga, il grande maestro di Atzara».
La prossima?
«Dal 14 al 29 di novembre alla “Galleria Picasso” in una collettiva a tre con Veronica Cosseddu e Massimiliano Mellino».
Altri hobby?
«La scultura, ci sto provando. Amo la lettura che per me è vita e, infine, sono una vespista temeraria».

