23 Maggio 2026
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Il dottor Salvatore Salis, specialista in cure palliative e terapia antalgica e direttore dell’Unità Operativa Hospice e Cure Palliative dell’Ospedale Cesare Zonchello di Nuoro, specialista di anestesia e rianimazione, qualche anno fa ha scritto un libro molto interessante e commovente, dal titolo Storie di vita dell’Hospice. Da quel libro prendiamo le mosse per una conversazione che può essere illuminante sotto molti punti di vista.
Lavorare all’Hospice dà l’impressione che un medico sia come un assistente sociale, piuttosto che un sanitario. Per un malato di tumore, quali sono le varie fasi del male?
«Nella malattia oncologica esistono diverse fasi. Esiste una fase curativa, una fase palliativa e una fase terminale. Mentre nella fase curativa l’obiettivo è la guarigione del paziente, nella fase palliativa e soprattutto terminale non ci sono più possibilità terapeutiche. Quindi l’obiettivo, non essendo più la guarigione, deve essere la qualità di vita che resta al paziente».
Nella prima fase magari il paziente si presenta con la pretesa che tu medico mi devi guarire.
«Qui proprio esiste la differenza. Nella fase curativa il paziente non è da inserire nelle cure palliative. Nelle cure palliative va inserito quando lo specialista, per esempio l’oncologo, affida il paziente a quelle cure non essendocene più di tipo terapeutico».
Le cure palliative in che cosa consistono?
«Partiamo dal termine palliativo, da cosa deriva. Può sembrare una cosa inutile ma in realtà non lo è. Palliativo deriva da un termine latino pallium, che vuol dire mantello. Il nostro Santo protettore è San Martino che, come sappiamo, divise il proprio mantello e ne diede metà all’ignudo. Esattamente quello che facciamo noi con le cure palliative. Cerchiamo di coprire con il nostro mantello tutte le esigenze del paziente».
Palliativo vuol dire non sentire dolore?
«Nell’ambito delle cure palliative la prima cosa da correggere sono i sintomi, che in primo luogo sono il dolore, la nausea, il vomito, tutto quel corredo sintomatologico che sta intorno ad una malattia in fase avanzata».
E poi c’è la fase terminale.
«È una fase molto importante, l’essenza vera di tutta l’assistenza a questo tipo di pazienti. Il fine vita va gestito».
Ma per uno come lei che ha tutta questa esperienza non è deprimente?
«Assolutamente no. Non è deprimente. Essendo un anestesista, mi sono iscritto in Medicina perché pensavo di voler salvare il mondo. Per poi rendermi conto, col passare degli anni, che il mondo non lo potevo salvare ma che esisteva una parte dell’umanità sofferente della quale, purtroppo, quasi nessuno si occupava perché andava oltre la nostra idea medica salvifica. Bisogna chiedersi se non ci fossero le cure palliative questi pazienti che tipo di fine vita avrebbero? Avrebbero un fine vita drammatico. Mentre invece con le cure palliative riusciamo a portare i pazienti fino alla fine, correggendo la maggior parte dei sintomi e dando dignità al morire».
Quindi medico non solo per curare e sanare, ma prendersi cura del paziente?
«Le cure palliative sono una rivoluzione dal punto di vista della medicina per due motivi. Intanto si passa da una medicina di tipo piramidale dove al vertice c’era il medico e alla base il paziente. Quello che diceva il medico era sacrosanto. Si è passati ad una assistenza di tipo circolare dove il paziente è al centro dell’assistenza e tutte le varie figure professionali ruotano intorno a lui e cercano di rispondere alle esigenze. Parlo dei medici, degli infermieri, degli Oss, dell’assistente spirituale, della psicologa, dei preziosissimi volontari, cioè di tutta una serie di figure che contribuiscono a dare il meglio dell’assistenza possibile a quel paziente. È un passaggio importante: dal curare all’aver cura e questa è la grande rivoluzione. Non potendo più curare bisogna aver cura, gentilezza».
Una persona come lei che si spende in questo campo quali regole si dà?
«Mi do la regola di capire qual è per quel singolo paziente la vita migliore possibile che resta. Essendo consapevole che non esiste un paziente uguale ad un altro, posso aver seguito migliaia di pazienti ma quello che seguirò domani ha una sua storia personale, familiare, per cui devo capire, attraverso tutte le altre figure professionali dell’equipe, che tipo di paziente e di famiglia abbiamo di fronte».
Chi arriva poi nella fase terminale molte volte è costretto al silenzio, non parla.
«Il silenzio è una grandissima forma di comunicazione. Uno non ci pensa ma il silenzio nasconde tante spiegazioni e la nostra abilità, come operatori, è capire di quale silenzio stiamo parlando. Del silenzio sgomento? Del silenzio arrabbiato? Del silenzio che vuol dire lasciatemi in pace? Desiderio di solitudine? A volte si possono avere anche dei rapporti empatici molto importanti semplicemente stando zitti».
Tentando di essere vicini a questo silenzio.
«Assolutamente. Il paziente lo capisce che la tua presenza, anche il semplicemente stare, è molto importante. Non bisogna scappare».
Perché nella sofferenza uno dei problemi è la solitudine?
«Ci troviamo spesso di fronte a delle situazioni di solitudine. Tant’è vero che, pur essendo il nostro obiettivo quello di mandare a casa i pazienti, spesso siamo costretti, per ragioni sociali, a tenerli in Hospice, sapendo che non bisogna dire bugie. Questo è importante, perché il teatrino delle menzogne non porta mai bene. Questo non vuol dire che dobbiamo dire una verità in modo truce o con parole sbagliate. Il paziente deve rendersi conto e noi dobbiamo dimostrargli che comunque ci saremo pronti a combattere con lui».
Lei, nel libro, dice che il morente è un grande paziente e un grande docente.
«Assolutamente sì! Fare questo mestiere ti insegna moltissimo su dove mettere le priorità della vita. A volte noi non ci accorgiamo di tanti benefici che abbiamo, per esempio, semplicemente quello di respirare. Nessuno si rende conto che fa 15 atti respiratori al minuto ma provate a chiederlo a un paziente che ha un tumore polmonare in fase avanzata. Quindi sono docenti in questo, ci insegnano a capire le priorità vere della vita. E poi ci insegnano un’altra cosa fondamentale: ci danno la dimostrazione che il nostro passaggio sulla terra non è inutile come operatori».
Si discute molto delle fine vita. Ci puoi dire due parole su questo?
«Riguardo il fine vita la situazione è complessa. Il governo non ha mai legiferato e quindi questo vuoto è stato acchiappato dalla Corte Costituzionale che ha fatto delle delibere nelle quali dice nel caso che un paziente voglia essere lasciato in pace può compilare le Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento): il paziente in sostanza dichiara “se io mi trovassi in questa condizione non intubatemi, io voglio stare così”. E poi c’è la storia del suicidio assistito che è una cosa diversa. La Corte Costituzionale afferma che il paziente che richiede il suicidio assistito deve avere quattro caratteristiche: dipendere dalle macchine; avere una malattia inguaribile; avere una sofferenza; scrivere un consenso. In questo campo la legge dice che puoi fare il suicidio assistito, però tra eutanasia e suicidio assistito c’è una bella differenza perché nell’eutanasia tu medico compi l’atto che ha come conseguenza la morte del paziente; nel suicidio assistito tu procuri al paziente quello che serve perché lui si procuri la morte. Al lato di tutto questo c’è la sedazione palliativa che è un’altra cosa: mentre l’eutanasia e il suicidio assistito hanno come obiettivo la morte, la sedazione palliativa serve per togliere la sofferenza al paziente e per dare sollievo. L’intenzionalità non è la morte ma è il sollievo della sofferenza».
In tutti questi anni di attività è pentito di quello che sta facendo? Poteva fare altro?
«Nel 2008 ero primario di Anestesia al Policlinico Sassarese, a casa mia dove abito, e ho fatto la scelta di venire a Nuoro per questioni romantiche. Fino a vent’anni ho abitato qui, Elementari al Podda e Liceo classico compreso. Sono rientrato a Nuoro per questo, stavo benissimo a casa mia, avevo un ruolo apicale, ero accanto alla mia famiglia, però questo era ciò che volevo fare».

