23 Maggio 2026
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«Nuoro è una città senz’anima», disse molto amareggiato Francesco Bundone, assessore comunale nell’allora giunta di Annico Pau, dopo un omicidio avvenuto nel centro cittadino. Un giudizio che allora, a me orunese, mi lasciò sbalordito. Poi mi è rimasto impresso nel passare del tempo tanto da ritenerlo valido ancora oggi, perché “su tempus n’ischiti prus de nois”.
Il vizio o, se preferite, il peccato originale, la culla, sta nel manico: Nuoro si è sviluppata grazie all’inurbamento e alla desertificazione demografica dei paesi vicini. Ai nuovi inquilini è stata incapace di offrire un’identità, un’anima comune, un tessuto sociale coinvolgente e convincente. Basti pensare alla dislocazione urbanistica degli inurbati: abbiamo una sommatoria di paesani distribuiti in precisi quartieri e ognuno in bella vista del paese di origine. Orunesi, baroniesi, mamoiadini, lollovesi ecc formano paesi dentro la città. Una sommatoria non fa una comunità; un quartiere non è un “vicinato”; un condominio non è un gruppo di famiglie che convivono a “muru ‘e messu”, a stretto contatto. L’estrazione paesana, quando è sentita, diventa antidoto contro la solitudine e l’emarginazione sociale, principium individuationis. E dire che l’imprenditoria della città capoluogo non è stata animata dal “nuorese naschiu e paschiu” ma dagli inurbati paesani e continentali. Nuoro è stato un insediamento di pastori. Finita l’epoca del pastoralismo, i suoi figli sono andati ad ingrossare le fila della pubblica amministrazione, dei servizi, del terziariato, della rendita patrimoniale ereditata e parassitaria. Oggi un nuorese che faccia il muratore o l’idraulico (con infinito rispetto per loro) non è facile trovarlo.
Tempo fa, Natalino Piras annotava: «Si sono create, dentro il quotidiano di una città che non è città e di un paese che del paese ha perso le coesioni e le vicinanze, una serie di stratificazioni, un linguaggio di gerarchia e subalternità invece che una rete di comunicazione orizzontale». Difficile dargli torto. È così. Si parla tanto di “inclusione”, “accoglienza”, “integrazione” pensando allo straniero e ignorando nel frattempo il vicino.
Ogni paese del circondario ha una sua caratteristica, una sua specialità, una radice identitaria. Nuoro ne ha rivendicato e ne rivendica, ad oltranza, molte senza identificarsi in nessuna. È la città della cultura, dell’Isre, l’Atene Sarda, la patria dei cori e dei musei, ed effettivamente moltiplica, in tal senso, incontri ed iniziative variegate, associazioni e comitati. L’impressione resta comunque quella di una città omologata, che adotta, sposa e ricicla modelli culturali e sociali che vengono da fuori. Propone poco o nulla di suo; assembla ciò che passa il supermercato dell’apparenza e della moda del momento. Cambia il trucco ma non la sostanza; la sigla ma non lo schema.
Che io ricordi, da un quarantennio, ossia il doppio del tanto famigerato regime fascista, stiamo a parlare delle stesse cose e ad addebitare ad altri le medesime colpe. A Nuoro sono stati scaricati vagoni di soldi pubblici, qualcuno si interroga come sono stati spesi? Per fare la Cittadella Sportiva? Per realizzare il Polo universitario? Per mettere su la Scuola Forestale? Per le innumerevoli incompiute? Per le periferie tanto declamate e sistematicamente dimenticate? Per qualcosa di concreto e strutturale (non di convegni, balli e canti) in ricordo di Grazia Deledda o Salvatore Satta? Per un uso intelligente di beni dismessi? Per il tanto declamato Monte Ortobene? Per evitare piani urbanistici funzionali ad eredi parassitari? Per moltiplicare l’inutile ed il futile?
