Agostino Cicalò è il presidente della Camera di Commercio di Nuoro. Con lui abbiamo provato a fare una panoramica della realtà commerciale della città e del Nuorese.

Si dice che tra aperture e chiusure delle imprese siamo quasi in pareggio. A cosa è dovuto questo fenomeno? 
«L’andamento di quello che si chiama turnover, cioè il saldo fra imprese che aprono e imprese che chiudono, è in parte frutto del normale cambiamento. Per un’altra parte abbiamo dei settori che stanno subendo una contrazione, il commercio è uno di questi, come anche l’edilizia dopo il boom del Bonus 110%. Abbiamo una crescita dell’agricoltura che però assorbe un numero di lavoratori inferiore a quello delle imprese. Questo a causa dei molti lavoratori stagionali del comparto. Quindi abbiamo una dimensione media delle imprese agricole ancora più piccola rispetto alla media delle imprese in generale del nostro territorio, già piccola per sua natura.
Le nostre aziende, al 64-65% di ditte individuali, stanno diminuendo a favore di quelle più strutturate, quindi di società di capitale. L’unico settore in crescita, dal punto di vista numerico, è quello dei servizi. Stiamo parlando per esempio della parte turistica, cioè alberghi, ristoranti, bar, ma anche servizi verso la persona, di assistenza, di estetica, di consulenza. Questo è un fenomeno abbastanza normale nell’economia occidentale, è la cosiddetta terziarizzazione dell’economia. Il settore primario da noi purtroppo è scarsamente presente, perché l’industria non c’è, l’artigianato, che ne è una componente, è in calo anch’esso».

Qual è il contesto economico nuorese?
«Il problema di fondo è che abbiamo un tessuto economico debole in generale, perché la dimensione è piccola, c’è una scarsa capacità di aggregazione fra le imprese e abbiamo un mercato interno che non è più neanche stabile, è in decrescita. Abbiamo una popolazione che cala in Sardegna e a Nuoro in modo particolare. Questo vuol dire che i consumi interni, che sono una delle leve che muovono l’economia, sono in diminuzione. I redditi non crescono e calando il numero delle persone, il valore assoluto del prodotto interno lordo è in diminuzione. Questo cambia anche le metodiche di consumo. Come si facevano gli acquisti un tempo, non si fanno più e non si faranno più. È un altro modello e quindi occorre adattarsi.
Stiamo affrontando un mondo che sta cambiando rapidamente e tutto questo è la conseguenza di uno stato di fatto, cioè che Nuoro, e il suo territorio, non ha una sua identità economica. Se ti domandi qual è il valore economico di Nuoro, non lo sai, perché non siamo riconoscibili per qualche aspetto peculiare. Nuoro ha una componente significativa di pubblico impiego e di pensionati: questo è dovuto all’evoluzione demografica del nostro territorio, siamo abituati a volare bassi e continuiamo a volare bassi». 

Un particolare che colpisce a Nuoro è la mancanza di iniziativa privata, di imprenditoria. I pionieri dell’attività economica significativa sono o continentali oppure gente che viene dai paesi del circondario.
«Perché Nuoro, essendo un capoluogo di provincia, ha avuto la fortuna di sfruttare questo suo ruolo principale che fanno tutti i capoluoghi. Ed è il motivo per cui verso il capoluogo si muovono da più parti per andare a vivere, a trovare opportunità perché la concentrazione di popolazione rende possibile averle. In realtà ci manca la cultura dell’impresa. Essa è cultura del rischio che non è esattamente nelle corde della nostra storia ancestrale. Noi arriviamo da una cultura agropastorale che affronta in maniera meno significativa il rischio d’impresa».

C’è anche un altro aspetto per cui il 60% delle attività sono società individuali, la difficoltà di collaborare tra imprese. Prevale la concorrenza deteriore piuttosto che la solidarietà. 
«Esattamente, questo è uno dei grandi limiti. Il fatto che noi abbiamo un numero di imprese individuali così elevato è lo specchio preciso di una situazione in cui non siamo attrezzati per svolgere l’attività in maniera coordinata insieme agli altri. Ma se vuoi crescere e fare economie di scala, se vuoi diventare efficiente, devi mettere insieme le cose».

La creazione di Spazio Impresa quale ricaduta pensa possa avere sul territorio? 
«È un modello che si trova ormai abbastanza frequentemente. Nasce proprio con l’obiettivo di mettere insieme i soggetti, avere un’area che si chiama co-working (lavoro condiviso) e imparare che si può creare un sistema di collaborazione di impresa volto a generare crescita imprenditoriale. Dall’altra parte, come Camera di commercio, facciamo un servizio a favore delle imprese e apriremo dei bandi per consentire soprattutto a quelle neocostituite – quelle di giovani – di entrare a condizioni agevolate o a condizioni gratuite, per un certo numero di mesi o anni, all’interno di quel locale, avere un ufficio e non doversi far carico nella fase di avvio dei costi di impianto di un’azienda».  

Lei ha parlato delle nuove modalità di consumo. Le nostre aziende hanno cercato di adattarsi a uno scenario che è cambiato oppure si sono un po’ adagiate?
«L’indole umana in alcuni casi tende ad adattarsi alle condizioni che hai raggiunto. Siccome hanno funzionato replichi il modello. Il che è anche plausibile perché vuol dire che stai cercando di fare efficienza. Ma occorre avere la visione, soprattutto in periodi come gli ultimi anni di grande turbolenza, di capire che la tua capacità non è quella di ripetere il modello che hai già imparato ma di capire che ogni giorno devi inventarne uno nuovo. È la cosa più difficile». 

Possiamo leggere in quest’ottica anche la trasformazione dei Grandi Magazzini, cioè della vostra attività aziendale?
«La nostra è una struttura che è nata nel ‘62 e replicava un modello allora presente in Sardegna solamente a Cagliari, con la Rinascente, e che ha funzionato molto bene perché era la fase della grande crescita del dopoguerra. Dopodiché cambiano i modelli di consumo, arrivano le strutture che anziché stare in centro stanno in periferia e hanno dei parcheggi. La capacità di vendita che hai in verticale non è la stessa che hai in orizzontale. Già nel 2011 abbiamo deciso di ridurre le superfici dei piani superiori perché erano quelle meno accessibili, tenendo il piano terra e il piano interrato. Sono cambiati i consumi e a un certo punto, pur col legame affettivo perché quell’azienda ci ha visto nascere io ci sono cresciuto dentro, devi cambiare, devi riadattarti. Noi ci siamo potuti permettere di tenere la struttura nello stato attuale, aperta fino ad adesso, perché abbiamo avuto la fortuna dopo tutti gli investimenti fatti da mio padre, di avere l’immobile ormai di nostra proprietà.
Adesso vedremo cosa riusciremo a fare. Stiamo cercando di trovare un eventuale sostituto, una catena che possa sostituirci. Nuoro purtroppo, per le verifiche che abbiamo fatto fino adesso, non è attraente, perché ha una popolazione in calo e molto anziana e i servizi delle strutture a catena che ci sono in giro per l’Italia sono molto più ritagliati per dimensioni più grandi».

Agostino Cicalò

Prima parlando di Nuoro ha detto che manca qualcosa che ci qualifichi: il Distretto culturale ha funzionato, è un modello giusto per la nostra realtà? 
«Il Distretto culturale nasce in una collaborazione fra il mondo della cultura e il mondo dell’impresa, con la convinzione che quando si fa cultura si fa anche impresa. Allora se la cultura è un attrattore, e lo è in molte delle realtà in giro per il mondo, dobbiamo provare a promuoverla. Il successo che posso riconoscere all’istituto culturale è che abbiamo messo insieme finora quasi 84 soci, di questi 43 sono i componenti della nostra rete museale, che collaborano ormai da un po’ di anni e si scambiano informazioni, da noi coordinate nell’attività di comunicazione e promozione. Lo stesso Spazio impresa di Viale del Lavoro nasce da un progetto del Distretto culturale, perché la priorità e la premialità che noi abbiamo dedicato sarà a favore in primis delle imprese culturali. Il ragionamento fatto con la regione Sardegna è esattamente quello: se io guardo la Sardegna e metto in piedi un progetto di gestione della destinazione turistica, lo devo fare raccontando all’esterno le cose belle che ho». 

Nei suoi mandati alla guida della Camera di Commercio c’è stato qualche successo particolare?
«Ce ne sono stati tanti, ma anche progetti sui quali abbiamo provato a spingere e non siamo riusciti a trovare risposta, spesso e volentieri perché non siamo stati capaci noi. Se penso ad “Autunno in Barbagia” che è un evento di grande respiro, possiamo fare di più. Se penso a “Primavera nel cuore della Barbagia” è ancora di più».

Lei è un Presidente che attribuisce i meriti per gran parte alla squadra.
«Essere collaborativo, secondo me, è la modalità con la quale portare in casa il risultato. Quando le persone sono coinvolte e stimolate, anche in un contesto di pubblica amministrazione, rispondono, sono orgogliose e soddisfatte di quello che fanno. Per me questo è un grandissimo risultato».

Lei è nato con nel Dna la vocazione a questo lavoro oppure avrebbe voluto fare altro?
«La mia passione era quella di fare il pilota d’aereo. C’era il fascino dell’aviazione ma non poteva essere tutto divertimento. Alla fine ho lasciato perdere. Il mio lavoro è stata un’opportunità: ho avuto la fortuna di poter studiare in un’università particolarmente qualificata. Anche lì, fino all’ultimo minuto, potevo proseguire la strada da tutt’altra parte. Quando ho pensato, perché la prima offerta di lavoro ricevuta era all’Ibm di Milano, che avrei dovuto attraversare ogni giorno un viale nella nebbia ho preso l’aereo e sono tornato indietro».

Francesco Mariani, Lucia Becchere, Franco Colomo