C’era una volta una città che produceva ricchezza. O almeno aspirava a farlo. Aveva commercianti, artigiani, imprenditori, professionisti e una borghesia che, con tutti i suoi limiti, immaginava di poter costruire qualcosa. Poi, lentamente, abbiamo scoperto una formula economica assai più rassicurante: perché rischiare di produrre ricchezza quando possiamo limitarci ad aspettare che venga accreditata?

Nuoro, città capoluogo, dei servizi, della cultura e, soprattutto, città dove il calendario più importante dell’economia potrebbe essere quello dei pagamenti dell’Inps e degli stipendi della pubblica amministrazione. Il problema non è che a Nuoro ci siano troppi dipendenti pubblici o troppi pensionati. Ci mancherebbe. I primi svolgono funzioni indispensabili, i secondi hanno lavorato una vita e hanno pieno diritto alla propria pensione. Il problema è un altro: che cosa rimane dell’economia cittadina se togliamo la sicurezza economica garantita da questi redditi?

Un dato aiuta a comprendere il contesto. Secondo il rendiconto sociale dell’Inps, nel 2024 la provincia di Nuoro contava circa 91.000 pensionati su 141.779 abitanti. Attenzione, parliamo della provincia, non del solo capoluogo. È una platea considerevole, che garantisce un flusso continuativo di reddito nel territorio. Accanto alle pensioni ci sono gli stipendi della scuola, della sanità, degli enti locali, degli uffici statali, delle forze dell’ordine e delle numerose amministrazioni che caratterizzano una città capoluogo. Tutto legittimo, tutto necessario. 

Ma la questione economica è un’altra. Pensioni e stipendi pubblici garantiscono stabilità ai consumi. Non assicurano, da soli, la nascita di nuove imprese, l’aumento della produttività, la conquista di nuovi mercati o l’attrazione di investimenti 

Naturalmente esistono ancora imprese. E per fortuna. Ci sono commercianti che ogni mattina alzano la serranda, artigiani che continuano a lavorare, ristoratori che investono, professionisti che cercano clienti e imprenditori che, nonostante tutto, assumono personale. Sono loro che tengono accesa una parte fondamentale dell’economia cittadina. Ma basta passeggiare per alcune strade di Nuoro, osservare i locali commerciali vuoti e interrogarsi sulle prospettive delle nuove generazioni per capire che qualcosa non funziona.

La provincia, secondo i dati Istat, nel 2024 ha perso lo 0,9 per cento dei residenti. Non è un dato riferito soltanto alla città, ma descrive bene la difficoltà del territorio. Perché un’economia che perde abitanti perde anche consumatori, lavoratori, competenze e potenziali imprenditori.

Si innesca così un meccanismo perverso: meno imprese significano meno opportunità, meno opportunità favoriscono la partenza dei giovani e meno giovani rendono ancora più difficile aprire nuove attività. Un circolo vizioso che rischiamo di affrontare con la nostra specialità: organizzare un convegno per discuterne. Possibilmente seguito da un buffet,

possibilmente con contributo regionale. E qui arriviamo al capolavoro. Mentre ci interroghiamo sul futuro economico della città, una cosa sembra non mancare mai: la capacità di organizzare eventi. Feste, festival, celebrazioni, spettacoli, rassegne, manifestazioni culturali, appuntamenti enogastronomici. Un calendario che potrebbe far invidia a una metropoli. Sia chiaro: le manifestazioni culturali sono importanti. Le tradizioni vanno difese, gli eventi possono attrarre visitatori e produrre ricadute economiche. Ma sarebbe interessante cominciare a misurarle, queste ricadute.

Perché se una manifestazione costa denaro pubblico e produce soltanto qualche ora di affollamento, forse abbiamo finanziato un momento di socialità. Cosa rispettabilissima. Ma non necessariamente sviluppo economico. Il rischio è confondere l’animazione con l’economia, il calendario degli eventi con una politica industriale, l’applauso finale con un indicatore di crescita.