Ero in prima elementare, andando scuola, quando ho visto una persona ammazzata, per strada, coperta da un lenzuolo, in un bagno di sangue. Avevo quindici anni quando, ai primi di luglio 1971, vidi il corpo di una donna quarantottenne, avvolta nel solito lenzuolo bianco, uccisa nella piazza centrale del mio paese, Orune. Ne avevo 23 quando, tornando da un incontro regionale di Comunione e Liberazione, da Cuglieri, con don Virgilio Cocco (cui poche ore prima era stata comunicata la morte improvvisa del fratello Luciano) che ad ogni costo ci aveva voluto riportare in paese. In un incrocio della via centrale ci siamo imbattuti nel corpo di una persona appena uccisa. Io sono andato in caserma per avvisare i carabinieri, don Virgilio alla casa della vittima per darne notizia. Che strazio!

Io, Francesco Carmelo Mariani, sono indelebilmente orunese. Un giorno magari mi deporteranno sulla luna ma non posso giammai dimenticare le coordinate dello spazio, del tempo, del vicinato, dei rapporti umani nei quali sono nato e cresciuto. Sono stato accusato pubblicamente di orunesità, in modo dispregiativo, almeno quattro volte. Nell’ultima intervenne l’allora sindaco Michele Desserra (che ancora oggi ringrazio) per ribadire che essere orunesi non è sinonimo essere omicidi, ladri, traditori, inaffidabili, odiosi o culla di inospitabilità. Debbo però ammettere che, lo spiegava bene Michelangelo Pira, meglio noto come Mialinu ‘e Crapinu, una singolarità l’abbiamo: i bittesi rubavano ed uccidevano per conto proprio mentre gli orunesi lo facevano per conto terzi, ossia dei printzipales di Nuoro. Da qui anche le differenze economico-sociali tra i due paesi.

Ma torniamo alla premessa. Sin da bambino, per me, ogni omicidio è stato ed è uno strazio. Abbiamo creduto e pregato in tanti perché questo fiume dalle acque amare si essiccasse, perché il sorriso trionfasse sulla smorfia e l’amicizia sull’invidia ed il dispetto. Abbiamo attraversato periodi di una vera e propria mattanza, di follia omicida che poi non sono stati un bene per nessuno.

Monsignor Melas arrivò a dire che noi eravamo un paese musulmano, legati alla legge “dell’occhio per occhio e dente per dente”. Aveva torto? Fino ad un certo punto. Lui metteva il dito nella piaga: il Codice della Vendetta Barbaricina (immortale studio di Antonio Pigliaru) era stato ridotto da garanzia della convivenza nel villaggio-nazione ad una pratica della giustizia faidate. Aveva capito il rivolgimento socio-culturale e religioso in atto. A monsignor Melis gli venne da dire: “Ma è mai possibile che un paese di persone molto intelligenti adotti comportamenti da deficienti?” Commoventi i suoi accorati appelli alla riconciliazione, al perdono, alla riconquista di una convivenza serena ed attraente. Papa Leone direbbe ad “una pace disarmata e disarmante”.

Ed è proprio questa preghiera e questo auspicio che personalmente, ma credo di interpretare i sentimenti di tutti i lettori del nostro settimanale diocesano, vorrei fare: cambiamo pagina, cerchiamo la pace, la serenità, l’amore ed il buon umore. Che Gesù (io me lo immagino nato ad Orune e non a Betlemme, ma sono miei sogni) ci esaudisca e ci prenda per mano.