8 Ottobre 2026
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Giuseppe Puligheddu(Direttore dell’Istituto Storico Istasac-Rete Nazionale Parri) ha realizzato, il 12 maggio scorso, un’intervista di oltre tre ore con Pietro Soddu, il grande politico sardo, nato a Benetutti, scomparso la scorsa settimana all’età di novantasette anni. Per ben sette volte, tra il 1972 e il 1980, è stato presidente della Regione. Esponente storico della Democrazia cristiana, fu anche consigliere regionale per cinque legislature, oltre a rivestire diversi incarichi come assessore. Nel 1983 l’arrivo a Roma, alla Camera dei deputati, dove rimase per tre legislature, fino al 1994. Infine, dal 1995 al 2000, la presidenza della Provincia di Sassari.
Della sua intervista, Giuseppe Puligheddu ha voluto condividere con i lettori de L’Ortobene alcuni passaggi significativi. Li proponiamo per temi.
Le radici dell’autonomia
L’idea di autonomia è qualcosa che ci portiamo nel Dna. Per comprenderla dobbiamo tornare ai Giudicati. Provengo da una zona della Sardegna mai infeudata, con una mentalità non dissimile dalla cultura agropastorale della Barbagia. È in queste radici che troviamo connaturata l’idea di autonomia, evidente in figure come Angioy, Frassu e Asproni, fino alla nostra particolare “civiltà nuorese”, descritta dal detto: «Chie cumandat fachet sa lege».
La formazione
Mio padre era un fabbro, quella di mia madre una famiglia di pastori. Dopo Ozieri andai a studiare a Lanusei, passando per Nuoro dopo quattro ore e mezza a cavallo. Mi fermavo a casa di Dino Giacobbe, dove conobbi Maria, sua figlia e mia coetanea. Ho conosciuto anche Michele Columbu, persona straordinaria e mio grande amico. In questi rapporti c’è un unico filone: una civiltà che è insieme orgoglio e dolore di chi si sente sfruttato, servo, colonizzato. Temo che questa “coscienza infelice” finisca però per lasciarci nella miseria, nel degrado e nell’abbandono.
Dai giovani della Dc ai politici di oggi
Sono arrivato in politica in un modo strano: sono venuti a cercarmi da Sassari, non sono stato io a farmi avanti. Non avevo ancora 21 anni quando proposi una sorta di primarie per cambiare i vecchi amministratori. Il problema rimane: l’assenza dei giovani dipende da chi accetta di fare il servo per fare carriera o dalla vecchia dirigenza che non accetta concorrenti?
Il conflitto generazionale ha attraversato la Dc sarda: dai giovani di Pozzomaggiore ai giovani turchi sassaresi, fino ai Giamburrasca nuoresi. Ho conosciuto da vicino la Dc nuorese, Ariuccio Carta e tutti i “Giamburrasca”. Con Ariuccio eravamo giovanissimi e siamo stati assieme amministratori in un ente regionale.
Ricordo Giuseppe Masia, di Pozzomaggiore, secondo il quale un tempo nel partito andava avanti chi lavorava, mentre poi sono andati avanti «solo i portaborse». Per un certo periodo Comunione e Liberazione era l’unica realtà ancora viva nel partito.
Conosco molto bene anche l’ultima generazione di politici espressi dal Nuorese. Non condivido affatto l’idea che la politica si riduca alla gestione dei rapporti di forza tra partiti e dentro uno stesso partito. Il primo tema dell’azione politica deve restare la moralità, i valori, non il potere, anche se la politica è potere. Io sono per i grandi ideali e continuo a pensare che Antigone avesse ragione rispetto a Creonte.
L’uomo nuorese, io mi considero tale, ha tante doti, però ha troppo orgoglio inutile, di cui dovrebbe liberarsi. La realtà è quella descritta in un passo citato da Maria Giacobbe: «Nùgoro no est prus Nugòro, sas carreras sunt tristas, ca mancant sos zigantes».
L’autogoverno
Sono convinto che alla Sardegna l’indipendenza non convenga, perché non ha le risorse per essere autonoma prescindendo dallo Stato italiano. Dobbiamo però riaffermare il diritto del nostro popolo all’autogoverno. Per avere libertà e giustizia sociale occorrono risorse, capacità produttiva, mezzi materiali e finanziari: non li abbiamo, dobbiamo costruirceli.
Lo Statuto deve essere elaborato dai sardi, non regalato da altri. Dobbiamo argomentare le nostre ragioni, negoziare e contrattare nell’interesse dei cittadini.
In questa idea di autogoverno, negli anni Ottanta tentai in Sardegna qualcosa di analogo a ciò che Moro aveva avviato a Roma, pur con le debite differenze: una Giunta di unità autonomistica fondata sul dialogo tra democristiani e comunisti, il progetto più avanzato di autogoverno sardo del dopoguerra. Fu bloccato sul nascere da alcune componenti sarde del mio partito, che chiesero l’intervento romano.
Se tornassi indietro sceglierei la poesia
La vita è veramente un mistero. A volte mi alzo al mattino e mi chiedo: «Ma io che cosa ho sbagliato nella mia vita? Nelle responsabilità che ho avuto, nelle scelte fatte anche come amministratore della Regione?». Con certezza qualcosa ho sbagliato, se siamo ancora in questo stato.
Se potessi tornare indietro sceglierei di fare il poeta. La poesia è l’espressione più forte per narrare le cose che attraversiamo ancora oggi in Sardegna. Senza esitazione alcuna: sceglierei la poesia.
Giuseppe Puligheddu
