
20 Dicembre 2025
9' di lettura
Nuoro - Non è solo una immersione nella Sardegna degli anni Cinquanta e Sessanta. La mostra del Man “Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953-67” consente una lettura su più livelli dell’opera di uno dei maestri della fotografia italiana del Novecento.
Il percorso è composto da circa ottanta stampe fotografiche a colori, recuperate e restaurate, accompagnate da materiali d’archivio, strumenti di lavoro e diapositive provenienti dall’Archivio Franco Pinna a cui si deve l’ideazione e la direzione scientifica della mostra, mentre la cura è di Paolo Pisanelli.
Alle immagini scelte si accompagnano alcuni scatti dei medesimi soggetti in bianco e nero e, soprattutto, alcune pubblicazioni d’epoca fra cui Vie Nuove, Noi Donne, L’Espresso e Panorama, alle cui pagine erano destinati i racconti fotografici a colori.
Si diceva dei vari livelli di lettura: il primo è strettamente documentale, si dà conto di un repertorio a colori a cui è stata riservata scarsa attenzione data l’esiguità dei materiali superstiti se confrontata con le riprese in bianco e nero. Solo il materiale relativo all’Isola conta oltre settemila immagini in bianco e nero contro alcune centinaia a colori: le ricerche d’archivio dimostrano invece come il corpus a colori disperso ammonti almeno al doppio del superstite. Il secondo livello è quello tecnico, e riguarda – com spiega Giuseppe Pinna nel saggio che illustra il catalogo della mostra edito da Nomos – la precarietà di resa e il mantenimento delle pellicole utilizzate nei primi anni Sessanta, il che ha richiesto un lavoro di recupero digitale dei colori originari. Il terzo livello è, si potrebbe dire, più strettamente storico-antropologico. Pinna è figura centrale del Neorealismo fotografico, una corrente – nel cinema come nella fotografia – associata al bianco e nero. Paradossalmente questa scelta era sinonimo di una maggiore autenticità e addirittura naturalezza mentre in realtà “destoricizza”. Proprio l’uso del colore restituisce invece l’attualità. La datazione della prima sezione della mostra, Orgosolo 1953, è significativa. Già dagli esordi della sua carriera (1952) Pinna punta sul colore. Realizza alcune riprese per il settimanale comunista Vie Nuove, tra le prime a rappresentare un paese che in seguito sarà tra i più amati da Pinna e a cui lo introdurrà l’amico antropologo Franco Cagnetta.
La sezione Canne al vento (1958) ha lo stesso titolo del reportage realizzato dal fotografo nelle vesti di inviato per il Radiocorriere Tv, un racconto che servirà come lancio dell’omonimo sceneggiato televisivo a puntate trasmesso dalla Rai. Pinna riprende la casa natale della Deledda a Nuoro e si sposta poi a Galtellì: i soggetti variano dal contesto naturale della valle del Cedrino, alle lavandaie al fiume, ai ritratti specie femminili oltre alla devozione popolare al Santuario del Rimedio di Orosei.
In “Argia” a Tonara (1960) il colore testimonia il lavoro per un reportage realizzato invece in bianco e nero.
Sardegna 1961 riporta le immagini realizzate per il volume Sardegna. Una civiltà di pietra edito dalla casa editrice del’Automobile Club d’Italia. Si tratta di una viaggio durante il quale lo stesso fotografo ritorna nella sua terra d’origine quasi per riappropriarsene e insieme per testimoniarne il passaggio alla modernità.
Le contraddizioni di quel periodo emergono dai soggetti che illustrano l’ultima sezione della mostra, quella dedicata al 1967. Da una parte il banditismo con le immagini di una terra militarizzata, dall’altra le proteste dei pastori culminate in una manifestazione a Cagliari, a raccontare la crisi dell’allevamento meno modernizzato.
Al visitatore – specie sardo – il compito di scegliere uno tra i vari livelli di lettura di questa importante esposizione, provare a intersecarli o ancora, più semplicemente, quello di guardare come in uno specchio qualcosa di sé magari andato perso, magari dimenticato, eppure presente perché parte del proprio dna.


L’Isolitudine di Alfredo Casali
L’Isola fotografata a colori da Franco Pinna dialoga idealmente con le opere della mostra personale di Alfredo Casali, “Isolitudine”. C’è nel titolo scelto dalla direttrice del Man Chiara Gatti – che cura l’esposizione insieme a Massimo Ferrari – il neologismo coniato da Gesualdo Bufalino per descrivere il siciliano (altro isolano come il sardo) nella sua accezione esistenziale ma anche strettamente geografica, come specifica Casali: «Quando ci sono certi tagli di nuvole – ci ha raccontato – le cime delle montagne sembrano isole», isole nell’Isola, appunto, com’è anche la Sardegna dell’interno. Nella pittura di Casali predominano il grigio, varie tonalità d’azzurro, ma compare anche un verde: «Mi ha colpito, vedendo scorrere il paesaggio dal finestrino della corriera per Orosei, questo colore inaspettato. Per il resto è il grigio che predomina come gamma cromatica: è un colore mimetico, ti permette di dire ma allo stesso tempo di mimetizzarti». Ed inconsapevolmente, forse, l’artista scopre e dice così qualcosa di noi, del nostro modo di essere sardi, isolani dentro l’isola.
La pittura di Casali suggerisce, evoca, ma non costringe: sulle tele compaiono i titoli delle opere ma «poi chi guarda può vederci quello che vuole: io lascio le tracce poi ognuno ci crea la sua propria storia». Anche l’allestimento aiuta a immergersi, in una occasione in particolare il visitatore si trova circondato da ogni lato, con una tela anche come tetto, o meglio come cielo.

«Questi spazi del Man – ci ha spiegato il curatore Massimo Ferrari – sono particolarmente adatti, proprio perché le sue sono tante storie. Adattarle in queste stanze, che diventano quasi domestiche, familiari, con dei rimandi anche a poca distanza uno dall’altro dei quadri, è altrettanto facile ma altrettanto struggente, perché si costruiscono dei confronti, dei paralleli, degli scontri. Abbiamo cercato, anche nell’allestimento, di avvicinare dei ragionamenti più simili, di tenere isolate alcune storie che hanno bisogno di essere viste sole, senza altri accompagnamenti, e abbiamo cercato, in alcuni casi, di dare una situazione immersiva, provare a immaginare come ci si potesse sentire in questa specie di stanza che ti avvolge. Anche la Sardegna è presente, specie in piccoli quadretti costruiti in una sequenza che è quasi una tessitura. Ci siamo proprio riferiti al punto a croce del lavoro della Sardegna, costruendo quattro storie distinte, ma tenute in un disegno unitario che potrebbe essere un tessuto».
In Casali – scrive Chiara Gatti nel suo saggio sul catalogo edito da Nomos – «la ricerca formale affida alla materia-colore l’esplorazione di uno spazio illimitato e orchestra, nell’assenza apparente, pochi segni minimi come demarcatori: la roccia, la nuvola, l’ombra. Li leggiamo istintivamente come componenti di un paesaggio (…) ma di fatto sono solo tracce, geometrie irregolari, toppe nere e sbavature bianche su una superficie abissale. Il grande mare».
Il gioco dell’arte di Franco Mazzucchelli
La terza mostra che abita le sale del Man per la stagione invernale è una personale dell’artista milanese Franco Mazzucchelli, intitolata “Blow Up” e curata da Marina Pugliese in collaborazione con il Museo delle Culture di Milano di cui è direttrice.
L’esposizione ripercorre la produzione e la ricerca di Mazzucchelli dagli anni Sessanta a oggi a partire dagli Abbandoni dei primi Sessanta e i successivi A. To. A. (Art to Abandon/Arte da abbandonare) tra i quali spicca l’intervento realizzato davanti allo stabilimento Alfa Romeo di Milano (nel 1971). L’azione dell’artista consisteva nell’abbandonare grandi strutture gonfiabili in pvc nello spazio pubblico e poi fotografare la reazione delle persone. A Milano una parte dell’opera venne utilizzata dagli operai a creare quasi una barricata per bloccare il passaggio delle macchine. «La ragione degli abbandoni – ci ha raccontato l’artista – è lunga e complessa, parte da ragioni familiari, dalla cultura, ma anche dalla volontà di cercare un pubblico diverso», liberando quindi l’arte dai circuiti tradizionali.
L’altra sezione rimanda all’opera Caduta di pressione, allestita nel 1974, che prevedeva il rilevamento del consumo di ossigeno in una stanza attraverso strumenti di precisione per restituirne infine una mappatura del respiro, del vuoto e dell’apnea.
Il percorso presenta anche due sculture gonfiabili in pvc, un cono alto 12 metri che occupa in altezza tutto il vano scala del museo nuorese, e un totano di 26 metri realizzato per una “Personale personale” del 2002, una mostra per l’artista solo, in mezzo al mare, sulla sua barca. Come si vede Mazzuccheli gioca molto sul tono dell’ironia: «I miei chiamiamoli esperimenti, le mie opere, hanno sempre avuto un aspetto anche ludico, perché per me l’arte è gioia, gioia di vivere, partecipazione. Questo anche perché ho vissuto – come tutta la mia generazione nata prima della guerra e cresciuta nel dopo guerra – un periodo pesante, di incomunicabilità. Le opere, dai libri ai film, erano terrificanti, di una tristezza incredibile, c’era allora una sorta di reazione a questo. Tutta la mia generazione c’era stata questa reazione per fare qualcosa d’altro, avevamo questa cappa che ci comprimeva. E poi io sono andato avanti sempre giocando».
L’ironia è anche nel titolo delle ultime opere, Bieca decorazione, scherzando sul concetto di un’arte commerciale.
Ma al livello superiore del museo è anche l’installazione del ciclo Riappropriazioni, una membrana di film plastico nella quale il visitatore può entrare, una bolla che in qualche modo annulla i confini del museo. In dialogo con questa è una scultura giovanile di Mazzucchelli, scolpita sotto la guida di Marino Marini all’Accademia di Brera, come a chiudere un cerchio tra le varie epoche della sua produzione.

