Il 18 ottobre 1985 per la prima volta un Papa (poi riconosciuto Santo) metteva piedi in Barbagia e in particolare a Nuoro. Mai accaduto prima e forse mai più accadrà. Fu un evento storico cui non si è dato rilievo. Tale visita fu merito delle intercessioni e dialoghi tra il Pontefice e monsignor Ottorino Alberti e l’allora vescovo monsignor Giovanni Melis (due personaggi di grande statura cui non è stato dedicato neanche un vicolo, una piazzetta, un pensiero). 

Papa Woytila, nell’incontro in Cattedrale con gli operatori della pastorale diocesana disse alcune cose che oggi, dopo 40 anni, sarebbe interessante sapere se le abbiamo tenute presenti o le abbiamo sepolte nel cimitero della memoria. Proponiamo alcuni passaggi. 

Iniziamo citando: «La messa in opera di un organico piano pastorale diocesano, fondato su tre importantissime consegne: “Evangelizzare – Santificare – Testimoniare”. “Testimonianza” è collegata con l’“evangelizzazione”; essa ne è “il primo mezzo” essa rende credibile la verità del messaggio evangelico che viene annunciato. Ma l’“evangelizzazione”, a sua volta, è ordinata alla santificazione di coloro che vengono evangelizzati. Non basta evangelizzare. Occorre santificare. Occorre essere strumenti e canali della grazia per la salvezza del mondo. E ciò non è compito soltanto del ministero sacerdotale, che trasmette la grazia alle anime mediante l’amministrazione dei sacramenti; ma ogni battezzato, ogni cresimato deve sentirsi, in quanto evangelizzatore e testimone, uno strumento dello Spirito Santo per la salvezza dei fratelli.

Evangelizzare nella comunione e nella pacificazione: questa potrebbe essere la sintesi e la consegna di fondo del vostro programma pastorale. Apprezzo in modo particolare l’importanza che vi si è voluta dare alla catechesi. Essa è un aspetto fondamentale di quella realtà più complessa, che è data dall’evangelizzazione. Di fronte all’enorme e multiforme quantità di messaggi che vengono proposti agli uomini d’oggi dai grandi mezzi della comunicazione sociale, è più che mai necessario presentare alle anime, in modo ordinato e sistematico, un cammino di fede che consenta loro di approfondire sempre meglio le verità essenziali del messaggio evangelico, e acquisire così quel discernimento soprannaturale che permette di orientarsi con sicurezza sulla via della salvezza.

Io stesso, come ben sapete, nelle udienze generali del mercoledì mi impegno, in conformità al mio ministero apostolico, in questo servizio, che ritengo fondamentale.

A proposito dell’evangelizzazione, non bisogna mai dimenticare che essa si fonda sostanzialmente su due fattori: un fattore umano – la trasmissione delle verità da credere, e un principio divino – l’azione dello Spirito Santo nelle anime degli evangelizzandi.

Ordinariamente l’una e l’altra componente devono insieme concorrere nell’azione evangelizzatrice, anche se a volte lo Spirito predispone in modi che hanno del meraviglioso il terreno destinato alla semente evangelica. Avviene così che in certi casi l’evangelizzatore si accorge con gioiosa sorpresa di essere stato come prevenuto, nel suo compito di portare la luce al mondo, dallo Spirito Santo.

Questa constatazione, tuttavia, non può dispensarlo dalla fatica connessa con l’annuncio e l’illustrazione di un messaggio che si qualifica per il suo carattere di novità, giacché non si limita a realizzare le esigenze dell’uomo, ma gli dona una condizione di vita, quella di “figlio di Dio”, che supera infinitamente – colmandole – le esigenze della sua natura e del più nobile degli umanesimi.

L’evangelizzatore e il catechista devono essere ben consapevoli di questo carattere trascendente del messaggio evangelico rispetto a tutte le culture umane e alla stessa ragione dell’uomo presa nel suo complesso».

C’è da chiedersi: Cosa abbiamo realizzato di tutto questo?