7 Marzo 2026
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«Io cerco colui che amo», ha cantato Suor Alessia Maria dopo il Rito della Professione temporanea, con le parole del Salmo 44. È un ritornello che bene sintetizza il significato della sua scelta e vocazione che domenica primo marzo, nella Santa Messa presieduta dal Vescovo Antonello, ha conosciuto un importante passaggio. Per una di quelle che non si possono chiamare coincidenze quanto casomai “Dio-incidenze”, la Professione si è celebrata nella domenica il cui Vangelo è dedicato alla Trasfigurazione: quale migliore eco alla scelta del nome di Suor Alessia Maria del Santo Volto di Gesù. Il riflesso di quella luce che fece brillare il volto del Signore traspariva negli occhi e nel sorriso di Suor Alessia Maria, a cui facevano da corona le sorelle Carmelitane Scalze del Monastero Mater Salvatoris.
Chiamata dal Vescovo, dopo il suo «Eccomi» la candidata ha chiesto a Dio e alla Chiesa «la misericordia del Signore, la povertà dell’Ordine e la compagnia delle sorelle», per poi ripetere per tre volte il suo «Sì» manifestando la volontà di vivere in castità, povertà e obbedienza consacrandosi unicamente a Dio nella solitudine e nella perenne orazione per tutta la Chiesa.
Sono questi impegni – ha detto il Vescovo nella sua omelia – «dono e conquista», che sempre «cammineranno insieme». «Questa è la scelta di chi, in un monastero, sembra chiuso al mondo e invece ha compiti grandi quanto il mondo».
Richiamando poi il brano della prima lettura tratto dalla Genesi monsignor Mura ha commentato: «Il Signore entra all’improvviso nella vita di Abramo e lo invita a partire. Dovremmo essere sempre aperti alla sorpresa di Dio nella nostra vita. Quest’uomo, senza che si comprenda bene perché e proprio lui, è stato scelto e invitato a partire, a lasciare terra, affetti, per iniziare un cammino di cui non conosce la meta. Sa soltanto una cosa, che questo Signore così originale gli ha promesso la benedizione, la felicità e la vita. E non solo per lui, ma grazie a lui anche per l’umanità, per tutte le famiglie della terra. Ecco, per la Bibbia, ricordiamocelo anche nel nostro cammino di fede, è sufficiente anche una sola persona che è disposta a seguire il Signore, perché altri cambino. Quando ci lamentiamo delle poche vocazioni, abbiamo poca fiducia in Dio e soprattutto in noi stessi. Io sono scelto, io sono benedetto, io devo benedire. L’unica cosa che conta è questo. Una sola persona, quando accoglie la chiamata di Dio, permette alla storia di Dio di ripartire nella nostra vita».
Tornando al brano evangelico non poteva sfuggire il parallelo tra il Tabor e il colle sui cui sorge il Monastero della Carmelitane Scalze. I tre discepoli per bocca di Pietro avrebbero desiderato costruire tre tende: anche noi abbiamo questa tentazione di esclusività. Ma in realtà «le nostre tende non sono belle perché ci chiudiamo, ma perché sono luminose agli occhi degli altri. Ecco perché in una comunità non conterà la quantità della presenza, ma la luminosità dei volti. Per questo, anche un monastero splenderà come questo, dall’alto, e quando si vedrà dal basso, uno potrà pensare, “lì c’è luce, perché c’è Dio”. E anche quando si scenderà dal monte, come capiterà a noi, dovremmo scendere con Lui, per entrare nella vita quotidiana. Quella provvisoria, perché lo sarà sempre, ma con il sapore della definitività. Quella faticosa, ma in vista della gioia perenne. Quella casta, per essere il segno del dono più grande, che Suor Alessia Maria oggi ci ricorda. Essere libero da tutto, da tutti, per amare tutti».
L’episodio della trasfigurazione porta però con sé anche un altro messaggio, prepara i discepoli ad affrontare il cammino della croce: «Curioso che la cosa più bella che ci può capitare ci apre anche al senso della sofferenza, per mantenere la vita – ha spiegato il Vescovo -. L’intimità con Dio, che è presente in questo monastero, per scelta, e che vede nella preghiera, nella vita comunitaria, nella povertà e nella castità riferimenti essenziali non è per proteggerci, per non farci del male, per non avere le croci e sofferenze, è per illuminarvi, come noi talvolta non riusciamo a fare in pianura. Che il Signore ci dia coraggio e forza per affrontare ogni passaggio, ogni tappa. Diceva Santa Teresa d’Avila, “liberaci Signore dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste”. Guardo Suor Alessia Maria con tutti voi – ha concluso -, è nascosta per essere più rivelante, è qui presente per essere volto di Gesù, e noi con lei impariamo ad essere gioiosi».
La formula della professione recitata in ginocchio, la voce tremante, tenendo le mani della priora Suor Mariantonietta della Risurrezione in un crescendo di emozione che si scioglie infine nell’abbraccio di pace con i familiari e le consorelle hanno suggellato una mattinata davvero luminosa. Resta la tentazione di ripetere, anche noi, “è bello stare qui”, su questo colle. Ci consola, nella discesa verso la quotidianità, di poter sempre contare su una dolce compagnia.
