Il passaggio della fede
Commento al Vangelo di domenica 7 giugno 2026 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A
di Alessandro Sale
Giusto di Gand, Pala del Corpus Domini (1474 ca), Galleria nazionale delle Marche, Urbino
4' di lettura
6 Giugno 2026

Ringraziamo don Alessandro Mesina, che ha curato questa rubrica cominciando a scriverla da Diacono e concludendo il ciclo delle feste pasquali da sacerdote. Il testimone passa a don Alessandro Sale, anche lui novello sacerdote dopo l’ordinazione dello scorso 3 maggio.

Il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao rappresenta uno dei momenti di più alta densità teologica e, contemporaneamente, di più forte tensione pastorale dell’intero Nuovo Testamento. Ci troviamo di fronte a una svolta drammatica: la folla, che aveva cercato Gesù entusiasta dopo il prodigio della moltiplicazione dei pani, viene ora condotta oltre la superficie del segno visibile. Gesù non offre una replica della manna del deserto, un cibo che legava l’uomo alla sola sopravvivenza terrena, ma offre Sé stesso come il Pane vivo disceso dal cielo.

In questo brano, la teologia assume una concretezza che rasenta lo scandalo. Gesù non si rifugia in metafore spirituali sbiadite o in concetti astratti; parla della sua carne come di un cibo da consumare e del suo sangue come di una bevanda da ricevere. La carne indica l’uomo nella sua totalità storica, nella sua fragilità e nella sua capacità di soffrire e di amare. Il Vangelo ci insegna così che la fede non è l’adesione intellettuale a un sistema di idee, e nemmeno un vago sentimento devozionale. Credere significa assimilare la vita stessa di Gesù, fare spazio alla sua umanità consegnata per la salvezza del mondo, permettendo che essa entri in circolo nella nostra esistenza quotidiana.

Questa radicalità provoca l’immediata protesta degli ascoltatori: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». È lo scandalo dell’Incarnazione che si prolunga nel mistero della mensa eucaristica. Per la cultura del tempo, l’idea stessa di accostarsi al sangue era legata a divieti assoluti, poiché il sangue custodiva il segreto della vita, che appartiene a Dio solo. Eppure, davanti alla resistenza dei suoi interlocutori, Gesù non attenua i toni per calcolo pastorale, né cerca un compromesso per non perdere consenso. Al contrario, ribadisce la necessità assoluta del dono: senza la sua carne e il suo sangue, non c’è vera vita nell’uomo.

Sul piano pastorale, questa provocazione ridefinisce totalmente il senso dell’Eucaristia per la comunità cristiana. La mensa del Signore non è un premio per i giusti o un rito formale di pura consuetudine, ma il nutrimento indispensabile per i viandanti della storia. Ricevere il corpo e il sangue di Cristo significa entrare in una dinamica di dimora reciproca: il credente abita in Cristo e Cristo abita nel credente. Si tratta di una profonda trasformazione interiore. Come il cibo materiale viene assimilato dal nostro organismo, così nell’Eucaristia accade il contrario: siamo noi a essere assimilati a Cristo, trasformati in ciò che riceviamo.

Motore di questo cammino è la promessa della vita eterna. La vita che il Padre comunica al Figlio, e che il Figlio riversa su chi si nutre di Lui, non è la semplice esistenza biologica sottomessa al tempo e alla morte: è la vita divina, lo Spirito che introduce l’uomo nell’intimità di Dio. Partecipare all’Eucaristia significa allora immettere l’eternità nei giorni dell’uomo, ricevendo una speranza che non tramonta.

Questo brano lancia una sfida a tutti noi cristiani: passare da una religione dell’abitudine a una fede di profonda comunione. Accostarsi al Pane della Vita impegna il cristiano a ricalcare le orme del Maestro, diventando a propria volta, nella concretezza delle relazioni e del servizio, pane spezzato e sangue versato per la fame di senso, di giustizia e di amore del mondo.

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