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L’Ortobene
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08100 Nuoro
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Autorizzazione del Tribunale
di Nuoro n. 35/2017 V.G.
CRON. 107/2017 del 27/01/2017
C.F. 93003930919
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
Nel Vangelo di questa domenica ripercorriamo le orme di due discepoli che, dopo la morte di Gesù, si allontanano da Gerusalemme, incamminandosi verso«un villaggio di nome Emmaus». La loro mèta potrebbe non essere casuale: a Emmaus, infatti, gli ebrei riportarono un’importante vittoria contro gli oppressori greci (cfr 1Mac 4). Questo dettaglio a prima vista insignificante ci dice qualcosa sul modo più diffuso di affrontare le difficoltà. Quando le cose non vanno come speriamo, quando cerchiamo sicurezze in un tempo di incertezza, siamo propensi a tornare a quello che in sardo chiamiamo su connottu, ciò che conosciamo già, e che per questo riteniamo un rifugio sicuro, ma che allo stesso tempo non lascia spazio al nuovo.
Di fronte all’apparente disfatta del Messia, anche i discepoli di Emmaus vanno verso su connottu, a rivivere una vittoria del passato, ma che per la loro vita può essere solo un’amara consolazione. Per questo se ne vanno «col volto triste»(Lc 24,17b). Vivere in questo modo può forse preservare dalle difficoltà, ma impedisce alla novità di Dio di entrare nella loro vita, al punto che quando Gesù in persona si affianca a loro, i discepoli non lo riconoscono: lo vedono, ma non hanno più luce nei loro occhi per riconoscerlo.
Soltanto nel dialogo con Gesù, esprimendo le loro ansie e ascoltando la sua Parola, i discepoli iniziano a lasciar entrare nel loro cuore indurito uno spiraglio di luce. Quando Gesù fa per andarsene, essi prendono consapevolezza della notte che si avvicina, e vogliono che Lui rimanga con loro, forse non solo per ospitarlo, ma per condividere ancora l’ardore del suo «rimanere con loro»(Lc 24,29).
Ed è qui che, mentre mangiano con Gesù, i loro occhi si aprono e lo riconoscono, ma lui sparisce dalla loro vista. A questo punto, l’unico indizio che hanno è ciò che hanno vissuto, la testimonianza reciproca che i due discepoli si danno: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore, mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»(Lc 24,32). Quella stessa testimonianza non solo li confermerà tra loro, ma diventerà segno ulteriore per gli apostoli, quando i due discepoli correranno a Gerusalemme (in piena notte!) per raccontare ciò che hanno vissuto, non più tristi e dubbiosi, ma «senza indugio» (Lc 24,33), come fecero i pastori all’annuncio della nascita del Messia (cfr Lc 2,16).
Sono tanti i messaggi che questa Parola ci può lasciare; proviamo a raccoglierne solo un paio.
Il primo: in tempo di crisi, quando crollano le nostre certezze, Dio vuole fare con noi una cosa nuova. Non parlo tanto di lasciare la propria famiglia, licenziarsi, cambiare città o Paese. E allora di cosa si tratta? Lo spiega bene un sacerdote romano, don Fabio Rosini, quando commentando proprio questo brano dice: «È questa la sapienza nuova: una sintesi diversa delle cose che uno ha già per le mani».
Il secondo messaggio che possiamo portarci dietro è questo: la Chiesa vive della testimonianza di chi ha incontrato il Risorto. Gli apostoli stessi sono stati confermati dai discepoli di Emmaus, e con la forza dello Spirito tutti i cristiani hanno confermato nella fede i fratelli, per venti lunghi secoli, fino a oggi.
Questa stessa missione resta valida anche per noi. Lasciamoci incontrare dal Risorto lungo le nostre strade, parliamogli di noi, delle nostre attese e speranze, e lasciamoci trasformare dall’ascolto della sua Parola, l’unica che può mettere insieme i pezzi della nostra vita. E quando avremo ascoltato, chiediamogli di restare, specialmente quando si fa sera, perché possiamo riconoscerlo nello spezzare il pane.