A proposito di natura
Parole in movimento
di III A Liceo Classico Nuoro
Alba (photo by Aurelio Candido)
11' di lettura
23 Maggio 2026

Ἐν πᾶσι γὰρ τοῖς φυσικοῖς ἔνεστί τι θαυмаστόν  

“In tutte le cose della natura c’è qualcosa di meraviglioso”. (Aristotele)

Il greco arcaico non possiede una parola per «natura». Il termine φύσις arriverà solo con i presocratici, e porterà con sé un’astrazione che i poeti precedenti non sembrano aver sentito il bisogno di formulare. Eppure, nessuna letteratura antica è più densa di natura di quella omerica ed esiodea, i lirici arcaici riescono ad abbracciare tutte le sfaccettature del kosmos e Saffo è capace di esprimerne la perfezione immobile. 

Come non esiste un termine per indicare la natura, non ne esiste uno solo per chiamare il mare: πόντος è il mare come distanza da attraversare, la vastità ostile tra una costa e l’altra; θάλασσα è il mare come elemento fisico, materia liquida che si muove e travolge. Omero si serve di questa doppia natura dell’elemento per descrivere le sue diverse accezioni, come il πόντος in «sconvolse il mare adunando le nuvole, / brandendo il tridente; evocò ogni sorta di venti…» (Od. 5.291–296) o il θάλασσα in «come le onde del mare si alzano senza sosta, / spinte dal vento di Zefiro…» (Il. 4.422–428). Questa natura ostile si vede anche nei frammenti simposiali di Alceo, «piove Zeus, dall’alto del cielo viene tempesta grande, / e i torrenti sono gelati…» (fr. 338 V), e di Archiloco, «l’onda ci avvolge da ogni parte, le funi sono tese, / il mare si getta sopra la poppa…» (fr. 105 W). 

Nel mondo della poesia epica arcaica la natura non è mai un semplice scenario decorativo, né una presenza neutra e passiva. Essa si configura piuttosto come una forza viva, autonoma e spesso ostile, capace di intervenire direttamente nel destino umano. Per i Greci arcaici, la natura non era solo terra, acqua e aria, ma era anche la casa degli dei e il modo in cui essi si facevano sentire. La natura era vista come parte di un grande disegno, dove le forze che muovevano il mondo (come i fulmini, le tempeste, la crescita delle piante) erano in realtà manifestazioni degli dei, o gli dei stessi che agivano nel mondo. Quindi, non c’era una netta divisione tra il “mondo fisico” (quello che possiamo toccare e vedere) e il “mondo divino” (gli dei, i miti). Tutto era collegato. Ascoltare un testo che parlava della natura, era come ascoltare una storia in cui gli dei erano protagonisti o dove la natura stessa aveva una sua “anima” o una sua volontà, spesso legata alle divinità. Una “natura viva” dove ogni fenomeno è la manifestazione di una forza superiore o il riflesso di uno stato d’animo umano. Nell’Odissea, la natura appare spesso come una potenza imprevedibile e ostile. Un esempio significativo è la tempesta scatenata da Poseidone nel Libro V, quando Ulisse tenta di lasciare l’isola di Calipso. Il mare si trasforma in una forza distruttiva, le onde si innalzano violente e il vento sconvolge ogni cosa. In questo contesto, l’uomo appare fragile e impotente, completamente in balia degli elementi naturali. La natura, quindi, si configura come una potenza superiore, che può ostacolare e mettere in pericolo l’esistenza umana. Tuttavia, Omero presenta anche un’altra immagine della natura, più armoniosa e quasi ideale. Nel Libro VII dell’Odissea viene descritto il giardino dei Feaci, un luogo in cui gli alberi danno frutti tutto l’anno e la vegetazione è sempre rigogliosa. Qui la natura non è minacciosa, ma perfetta, ordinata e generosa, rappresentata come equilibrata e ordinata, contrapposta alla precedente visione. Questa doppia rappresentazione mostra come, per Omero, la natura possa essere sia ostile sia positiva, ma sempre dotata di una forza autonoma rispetto all’uomo.

 Nell’ Odissea di Omero l’ambiente in cui vive Calipso non è un semplice sfondo, ma un vero e proprio personaggio: un luogo rigoglioso, armonioso, costruito attraverso un lessico ricco e sensoriale che trasforma la natura in un’esperienza quasi sacra. Il bosco che circonda la grotta della dea è composto da pioppi, ontani e cipressi, alberi che creano un’atmosfera di frescura e protezione; attorno ad essi si muovono uccelli marini, che contribuiscono a rendere l’isola viva e pulsante. Le quattro fonti d’acqua che scorrono intorno alla grotta, ciascuna con un proprio corso, suggeriscono un’idea di abbondanza e di ordine naturale, mentre i prati di viole e sedano, morbidi e profumati, completano l’immagine di un luogo perfetto, quasi fuori dal tempo. La caratteristica principale è l’atemporalità: i fichi, i melograni, le pere e l’uva maturano l’uno accanto all’altro senza sosta. Il vento Zefiro fa nascere nuovi frutti mentre i vecchi vengono colti. La natura è sempre presente nell’Iliade e svolge un ruolo fondamentale nella visione del mondo degli antichi Greci. Essa non è mai uno sfondo passivo, ma una realtà viva, strettamente legata agli dei e alle loro decisioni. Nel contesto bellico i fenomeni naturali, tempeste, tuoni, oscurità, diventano manifestazioni concrete della volontà divina, Zeus si esprime attraverso il cielo in tempesta, mentre Apollo agisce come una forza naturale che travolge gli uomini. Per i Greci, dunque, la natura è al tempo stesso segno e strumento degli dei e partecipa direttamente alle vicende umane.   

Nel poema Opere e giorni di Esiodo la natura è rappresentata come un sistema preciso che regola la vita dell’uomo. I fenomeni naturali, come le stagioni e il clima, non hanno funzione decorativa ma pratica e indicano quando è il momento giusto per agire e lavorare. Il lessico è materico e legato all’agricoltura; troviamo infatti i termini “arare”, “seminare” e “mietere”. Importanti sono anche i termini legati al tempo, come misura e momento favorevole. Fra le parole chiave érgon (lavoro) e kairós (occasione) mostrano il valore etico del testo. La natura diventa infatti una guida morale per l’uomo e, rispettarne i ritmi significa vivere secondo giustizia. Il tempo, tema centrale della poesia, non è astratto, ma concreto e determinato dai cicli naturali. In Esiodo, termini come χάος, γῆ, ὄμβρος non sono semplici indicazioni di elementi naturali: sono forze originarie, principi cosmici che strutturano l’universo e ne rivelano la genealogia divina. La natura è un sistema vivente, e il linguaggio che la descrive è già mitologia. In Omero, invece, parole come πόντος, κύμα, ἀνεμοι assumono una funzione dinamica: il mare non è solo un ambiente, ma un antagonista, una potenza che decide il destino degli eroi; il vento non è un fenomeno atmosferico, ma un gesto degli dèi, un segnale narrativo che orienta l’azione. Nei lirici arcaici, da Saffo ad Alceo, il lessico naturale si interiorizza: φάος diventa luce emotiva, presenza amorosa, rivelazione improvvisa; χειμών non è più la tempesta reale, ma la metafora della crisi politica o dell’instabilità dell’animo; ἄνεμοι sono i venti che agitano la città o il cuore. Alceo in uno dei suoi frammenti usa il mare come simbolo della potenzialità e dell’instabilità umana, facendo riferimento al vento e alle onde. Saffo fa spesso riferimenti a fenomeni della natura come tramonti, le stelle, la luna, i fiori, tutti riportati in uno dei suoi frammenti dove è descritto un locus amoenus.

È di Alcmane la prima descrizione di un paesaggio notturno: «dormono le cime dei monti e i burroni, / le vette e i dirupi / e le schiere degli uccelli…» (fr. 89 PMG). Sfavillano nel cielo le stelle di Omero: «come in cielo attorno alla luna splendente / le stelle risplendono, e l’aria è senza vento…» (Il. 8.555–561); «come la stella che d’autunno sorge, e i suoi raggi / splendono tra molte stelle nel buio della notte…» (Il. 22.26–31). Le stesse stelle ammirate da Saffo quasi tre secoli dopo: «le stelle attorno alla bella luna / nascondono di nuovo il loro aspetto splendente / quando essa risplende piena sulla terra…» (fr. 34 V); «la luna rosata / e le Pleiadi tramontate, / è mezzanotte, passa il tempo / e io giaccio sola» (fr. 96 V); «Espero, che raccogli tutto ciò che l’aurora splendente / ha disperso: raccogli la pecora, la capra, / il figlio alla madre» (fr. 104a V). 

Dai poeti greci a San Francesco: nel “Cantico delle creature” il Santo esordisce con il celebre incipit: “Laudato si’ mi’ Signore per frate sole, lo quale iorno et illumini noi per lui…” Le parole chiave del piccolo frammento del cantico sono gli aggettivi affiancati alle parole: Sole, Luna o successivamente Terra; descritti come un fratello, una sorella e una madre. La visione della natura è associata all’elemento religioso, non è una sorta di oggetto inanimato ma è un qualcosa di vivo e per questo motivo sacro. Il testo poetico è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l’uomo e tutto il creato, dal distacco e disprezzo per il mondo terreno, segnato dal peccato e dalla sofferenza, tipico di altre tendenze religiose medievali. La creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore. L’opera mostra la bellezza della natura non solo come dono di Dio ma anche perché anche noi ne facciamo parte. La natura è potente e grandiosa, una realtà armoniosa, in cui ogni elemento — il vento, l’acqua, il sole — è parte di una grande famiglia. L’uomo non si sente in balia degli elementi, ma in relazione con essi: li chiama “fratelli” e “sorelle”, riconoscendone il valore e lodando Dio per averli creati.

Dai testi proposti la natura non è mai semplice sfondo: è presenza viva, forza morale, specchio dell’animo umano. Leggerli significa entrare in un universo in cui il paesaggio diventa educazione, responsabilità, consapevolezza del limite. È qui che la letteratura antica incontra l’educazione civica moderna: nella capacità di riconoscere nella natura un bene comune, fragile e potente, che richiede rispetto e cura. La natura è maestra: insegna il limite, la bellezza, la responsabilità. I documenti letterari ci ricordano che la cittadinanza non è solo partecipazione politica, ma anche cura del mondo che abitiamo. Essere cittadini significa anche saper ascoltare il vento, osservare la luna, proteggere la terra.​ E siccome noi siamo natura, distruggerla sarebbe un vero e proprio suicidio. Perciò è più che necessario comprendere il suo immenso ruolo nelle nostre vite, apprezzarne i doni e gestirli con cura per poter vivere felicemente in questo mondo.  

“La forza creatrice della natura vince l’istinto distruttore dell’uomo.” (Jules Verne) 


A cura degli alunni della classe III A del Liceo Classico “G. Asproni” di Nuoro: Matilde Abraini, Chiara Ballore, Benedetta Deriu, Giovanni Esca, Lidia Carzedda, Giorgia Floris, Giovanni Guiso, Leonardo Gusai, Nicola Lai, Gabriele Loi, Maria Teresa Loi, Luisa Monni, Davide Montisci, Michela Montisci, Francesco Mulas, Riccardo Murru, Anna Grazia Pirisi, Paolo Pisano, Fabrizio Serra, Asya Talas, Davide Virdis

Coordinamento didattico Venturella Frogheri

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