La cosa più bella
Una serie di riflessioni sulla forma greco-latina e poi medievale del Priamel
di III A Liceo Classico Nuoro
Stampa xilografica con 2 priamel, appartenente alla Collezione privata Schäfer Schweinfurt
8' di lettura
12 Luglio 2026

Attraverso le considerazioni che seguono intendiamo offrire all’attenzione dei lettori un invito alla lettura ed una serie di riflessioni inerenti una delle forme più espressive e dense di originalità, anche se forse non sempre conosciute, entro le quali si articolano alcuni componimenti poetici della letteratura classica greco – latina antica, e successivamente medioevale: si tratta del cosiddetto Priamel. Il termine, desunto dalla filologia tedesca e corrispondente al latino Preambulum, è un vero e proprio schema compositivo nell’ambito del quale il poeta inizialmente elenca o passa in rassegna una serie di diversi elementi, concetti o valori, ai quali poi nella parte finale contrappone idealmente i propri valori, considerandoli evidentemente superiori rispetto ai precedenti. In questo modo l’autore intende enfatizzare le sue scelte, proclamare apertamente ciò in cui crede, confrontandosi idealmente con opinion, pensieri, preferenze altre.  Si affronta quindi molto spesso il tema della migliore scelta di vita rivendicandone perciò stesso l’assoluta superiorità. Il Priamel affonda le sue radici nella letteratura greca arcaica, ed è stato poi ripreso da diversi autori latini, in particolare in età augustea, soprattutto da Orazio. Uno degli esempi più antichi di Priamel ci viene offerto dalla poetessa greca Saffo (fine sec. VII – prima metà sec. VI a. C.). In una celebre ode della sua produzione lirica la poetessa antepone ai valori della guerra e della forza fisica, i sentimenti ed in particolare l’amore. In questo modo ribalta i criteri tradizionali della società guerriera ed afferma la centralità dell’esperienza affettiva ed interiore. La lirica di Saffo è un viaggio nell’intimità dell’essere umano, un luogo in cui le emozioni diventano materia viva e la parola si fa strumento per comprendere ciò che spesso sfugge. Nelle sue poesie l’amore appare come una forza che non si lascia definire: a volte irrompe con la violenza di un impeto improvviso, altre volte si insinua con lentezza, lasciando dietro di sé un tremore che non si può ignorare. È un’esperienza che scuote, che mette alla prova, che costringe a guardarsi dentro con sincerità. La poetessa non descrive mai l’amore come qualcosa di lineare. Lo sente come un movimento che trascina, come un vento che scompiglia l’equilibrio, come un calore che può diventare febbre. Eppure, in questa fragilità non c’è mai resa: c’è la consapevolezza che ciò che ci ferisce è anche ciò che ci rende vivi, che la dolcezza e l’amarezza convivono nello stesso respiro. L’amore diventa così una forma di conoscenza, un modo per misurare i propri limiti e riconoscere la propria forza. Accanto alla passione, emerge anche il bisogno di invocare aiuto, di cercare una guida che riporti armonia dove il cuore vacilla. È un gesto profondamente umano: ammettere di non bastare a sé stessi, di avere bisogno di una presenza che sostenga, che illumini, che accompagni. In questo gesto si intravede un insegnamento che va oltre la sfera personale: la convivenza, la comunità, la vita condivisa richiedono ascolto, umiltà, capacità di chiedere e di offrire sostegno. Saffo ci mostra che le emozioni non sono un ostacolo, ma una via. Che la vulnerabilità non è una debolezza, ma un ponte verso l’altro. Che ciò che proviamo non appartiene solo al nostro mondo interiore, ma influisce sul modo in cui viviamo insieme, sul rispetto che sappiamo dare, sulla cura che sappiamo offrire. La sua poesia diventa così un’educazione al sentire, un invito a riconoscere la complessità dell’animo umano come parte essenziale della nostra responsabilità civile. E alla fine, tra fremiti improvvisi e dolcezze che bruciano, resta un’unica certezza: che l’amore, con la sua forza antica, continua a insegnarci chi siamo. Come un soffio che attraversa il tempo, come una luce che non si spegne, come una ferita che diventa canto. Di seguito il testo:

Un esercito di cavalieri, dicono alcuni
altri di fanti, altri di navi
sia sulla terra la cosa più bella
io dico
quel che uno ama

del tutto facile è spiegarlo a chiunque:
Elena, che in bellezza di gran lunga
vinse i mortali, lasciato il consorte
… eccelso

navigò a Troia e perse ogni ricordo
della figlia e dei cari genitori,
ma Cipride la travolse
innamorata.
…

Ora mi ha fatto ricordare di Anattoria
che non è qui;
vorrei vederne il passo seducente,
il portamento valoroso
e lo splendore vivace del volto
più che i carri dei Lidi e i fanti armati
nella battaglia.

Riteniamo che uno dei modi più efficaci attraverso il quale il lettore potrebbe accostarsi ad un testo come questo, così lontano nel tempo, al fine di renderlo più vicino, potrebbe essere quello di “ricalcarlo”: riscriverlo cioè alla luce della propria riflessione personale conservandone tuttavia la struttura originale. È ciò che di fatto abbiamo provato a realizzare, e questo esercizio si è rivelato molto utile nella misura in cui ci ha permesso di confrontare i diversi valori e prospettive comuni raffrontandoli alla nostra esperienza personale. Attraverso il successivo confronto con i diversi testi realizzati da ciascuno, è emerso quanto segue: c’è chi sostiene che il massimo obiettivo per ognuno sia ottenere il potere sugli altri, chi pensa che raggiungere una vetta prestabilita dalle norme sia la massima aspirazione, chi, non sbagliando una virgola, crede di poter raggiungere una posizione più elevata. Alcuni dicono che la cosa più bella sulla terra sia la quiete dei campi vuoti, altri il mare immobile senza vento, altri ancora il silenzio che avvolge ogni cosa, o la solitudine. Alcuni dicono che le mura di casa, un paesaggio già visto, una lingua già udita siano la cosa più bella al mondo. Alcuni affermano che la cosa più bella sulla terra sia il valore, altri il potere, altri la fama che abbaglia. Alcuni sostengono che a dare felicità siano il denaro e la ricchezza che brilla come un sole artificiale e promette mondi che non mantiene, altri il potere e la fama, altri ancora credono che contino il successo e l’immagine. Alcuni dicono che la cosa più bella sulla terra sia conoscere tutte le lingue del mondo, svelare i segreti racchiusi dagli astri, il sapere custodito nei testi antichi. Altri esaltano la fama, il nome che corre veloce tra le bocche, la gloria che dura un soffio e poi svanisce come polvere nell’aria. E c’è chi trova perfezione nella forza, nel gesto che impone silenzio, nel passo che non conosce esitazione, nel dominio che sembra eterno e invece si sgretola come pietra consumata. Taluni adorano far sfoggio, vi sono coloro che credono che sia causa di assoluta preminenza l’alterigia, la saccenza: sono coloro che credono che la cultura e l’erudizione siano strumenti di dominio. In contrapposizione con tali scelte ne emergono altre da noi ritenute decisamente preferibili: la scoperta del viaggio. la musica, stare in compagnia delle persone che si amano, ad esempio gli amici. E ancora le campagne, la quiete che nutre l’anima, il silenzio dei campi, il respiro lento della terra al tramonto, il vento che accarezza l’erba senza fretta,Inoltre: l’autentica conoscenza. ciò che si desidera scoprire dal profondo del proprio cuore, la presenza discreta di chi si riconosce al primo sguardo, la luce che non abbaglia ma scalda, la voce che non chiede nulla e pure colma ogni mancanza. O la modestia, maestosamente potente e ammirevole. Si potrebbe continuare a lungo: questa è una di quelle poesie che possono definirsi in qualche modo aperte, che non smette mai di essere espressa; per dirla con le parole di Mariangela Gualtieri, “è inesauribile e cambia secondo gli uomini e non arriverà mai all’ultimo verso”.Indubbiamente un esercizio come questo, che ogni lettore potrebbe svolgere, è una utilissima forma di introspezione e di confronto, con se stessi e con gli altri. Dopo tutto la letteratura può essere ritenuta un formidabile strumento per accrescere ed affinare nel lettore il livello di coinvolgimento emotivo, rendendo più empatici e maggiormente predisposti alla relazione con se stessi e con gli altri, comprendendo in maniera più autentica emozioni e sentimenti.  


A cura degli alunni della classe III A del Liceo Classico “G. Asproni” di Nuoro: Matilde Abraini, Chiara Ballore, Benedetta Deriu, Giorgia Floris, Leonardo Gusai, Nicola Lai, Maria Teresa Loi, Luisa Monni, Michela Montisci, Francesco Domenico Mulas, Riccardo Murru, Annagrazia Pirisi, Davide Virdis.

Coordinamento didattico: Venturella Frogheri

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