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L’Ortobene
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
Il nostro contributo intende offrire all’attenzione dei lettori una serie di considerazioni legate ad un breve repertorio lessicale costituito da termini di derivazione latina legati al mondo e alla realtà agro-pastorale. Si tratta di termini che attualmente sono di uso molto frequente (d’altra parte la nostra lingua è influenzata dalla lingua latina), ma del cui significato non siamo sempre perfettamente coscienti e consapevoli. La ricerca etimologica si rivela preziosa poiché ci permette di ricostruire le valenze autentiche di parole che possiamo definire davvero pregnanti e che ci rimandano all’origine di un popolo, quello latino appunto, di soldati, ma prima ancora di pastori e contadini. E’ interessante notare che questa origine richiama naturalmente la loro visione del mondo e la loro mentalità che possiamo definire senza dubbio molto caratterizzata da un atteggiamento di grande concretezza e pragmaticità.
Partiamo nella nostra analisi dal termine cultura. La parola deriva dal latino cultura, che significa “coltivazione”, “cura” o “lavoro”. È il sostantivo derivato dal verbo colere, che significa “coltivare”, “curare” o “abitare”. In origine cultura si riferiva principalmente alla coltivazione dei campi, ma nel tempo ha assunto un significato più ampio, indicando il processo di educazione, sviluppo e affinamento delle capacità umane, sia in ambito intellettuale che artistico. Oggi, “cultura” è utilizzata per descrivere l’insieme delle conoscenze, delle tradizioni, delle arti e delle pratiche sociali che caratterizzano un popolo o una civiltà.
La coltivazione ci rimanda al seme. La parola affonda le sue radici nel latino semen, seminis, che significa appunto “seme” o “germoglio”. Questo termine è legato alla radice indoeuropea *sem-, che denota l’idea di “seminare”, “spargere”, “dar vita”.
Sul piano agro-pastorale, il termine seme riveste una centralità fondamentale, costituisce l’elemento primario da cui prende vita l’intero ciclo agricolo. Etimologicamente, la parola “seme” si lega strettamente all’atto della semina che nella tradizione agricola è il gesto simbolico e concreto che dà inizio alla vita della coltura.
Il seme è il “germoglio” di speranza, in quanto rappresenta il primo passo verso il raccolto, ed è l’elemento che permette alla terra di dare i suoi frutti, sostenendo la vita umana e animale. Non è solo un semplice oggetto fisico: ogni seme racchiude in sé la memoria di secoli di selezione naturale e coltivazione, e, al tempo stesso, è il frutto della continua interazione tra uomo, natura e ambiente.
In un significato profondo, “seme” rappresenta non solo l’elemento fisico da cui nasce una pianta, ma anche simbolicamente ciò che dà origine alla vita, al cambiamento, alla trasformazione. Il seme è l’inizio di un ciclo: piccolo e nascosto, contiene in sé una potenzialità infinita, un potenziale che aspetta di germogliare, crescere e fiorire.
Nel contesto filosofico e culturale diventa anche metafora di conoscenza, idea o destino che, come un seme piantato nella terra, ha bisogno di tempo e nutrimento per crescere, evolversi e raggiungere la sua realizzazione. La sua semantica ci invita a riflettere su come ogni cosa inizia in piccolo, ma che ogni piccolo atto o pensiero ha la possibilità di generare qualcosa di più grande.
Particolarmente suggestivo è poi il termine felice: deriva dal latino felix, dalla stessa radice di fecundus, quindi nel senso proprio di fecondo e fertile, rimasto nella poesia.
Felice è colui che possiede quello che veramente appaga i desideri; ben avventurato; che ha buon successo; che reca molto vantaggio. Poeticamente viene detto di un terreno o di un paese ricco dei doni della terra.
Si tratta dunque di un termine profondamente materico che richiama la concretezza e pienezza della vita.
L’idea della felicità ci richiama ad una condizione di letizia. La parola letizia e la parola letame derivano dallo stesso verbo latino laetare che significa allietare o rendere allegro, infatti il letame, in latino Laetamen “rallegra” un terreno rendendolo fertile. Il verbo in questione si lega all’aggettivo latino laetum che originariamente voleva dire fecondo, fertile, per passare poi in un secondo momento al significato di lieto, allegro, quindi ad indicare la letizia.
La parola pecunia, “denaro” deriva dal latino pecus “bestiame”. È quindi una parola di materia agro pastorale. Infatti nell’economia antica possedere un bestiame era sinonimo di ricchezza
Vicino alla pecunia è il termine peculiare che ha il significato di “singolare, caratteristico, tipico”. Trova la sua origine nell’istituto romano del peculium, cioè il patrimonio. Infatti nell’antica Roma solo il pater familias poteva disporre del patrimonio e anche se poteva attribuire ai figli o agli schiavi una piccola parte di patrimonio loro lo avevano solo in gestione. La parola peculiaris quindi indicava un denaro che apparteneva a qualcuno in modo esclusivo, e poi con il tempo la parola si è staccata dalla sua etimologia e sta ad indicare qualcosa di caratteristico, di unico che appartiene ad una sola persona, proprio come il peculium apparteneva al figlio.
La parola peculium cioè patrimonio a sua volta fa riferimento a pecus, cioè il bestiame, la principale fonte di ricchezza per l’uomo romano insieme alle terre.
Ci richiama alla realtà agro pastorale anche il termine transumanza, con cui si indica lo spostamento stagionale di mandrie e greggi da zone di montagna a zone di pianura; composto dal latino trans-, oltre, e humus, terra (e da humus deriva il termine homo, ossia uomo). La transumanza è una pratica antica della pastorizia: si tratta della naturale ricerca di cibo che porta il gruppo a viaggiare inseguendo l’abbondanza. In senso figurato, indica lo spostamento di un grande gruppo, ma il connotato che si dà a questo movimento è quello dell’assenza di cognizione di causa, perché non ha una direzione precisa. Questo fenomeno viene descritto nella poesia I Pastori di Gabriele D’Annunzio: l’autore esprime tutto il suo amore per la sua terra d’origine e ammira l’esistenza semplice dei pastori. La migrazione autunnale delle greggi è un simbolo di continuità; la vita della natura si ripete immutabile.

Di seguito alcuni termini che associamo ad ambiti letterari o culturali. Il verso è una unità di base di un componimento poetico, il respiro della parola. Deriva dal latino versus, ossia linea, riga, che a sua volta deriva dal verbo vertere, ossia voltare, girare. La sua etimologia è alquanto diversa dal significato che intendiamo oggi anche se è in stretta correlazione. Il versus nel mondo agro pastorale latino indicava il solco dell’aratro nei campi: quando l’aratro arrivava alla fine del solco il contadino doveva girare (quindi appunto vertere) per iniziare una nuova linea di aratura. Oggi il termine verso è utilizzato nel linguaggio poetico e indica per analogia al verso latino un solco di parole facendo si che la riga si concluda e ci volti per iniziarne un’altra proprio come fa l’aratro.
Leggere indica il dedicare del tempo a scorrere con gli occhi un testo scritto, apprendendone i contenuti e i significati. La sua etimologia deriva dal latino legere, ossia raccogliere. Il termine veniva infatti utilizzato per indicare la raccolta di frutta e tutt’oggi la lettura è una raccolta di informazioni, frasi e parole, ha perso il suo significato “fisico” mantenendo però quello intellettuale.
Stimolare vuol dire incitare, spingere qualcuno a svolgere una determinata azione (fisica, mentale, emotiva o sociale. Stimolare qualcuno è inteso anche come motivare o suscitare qualcuno a reagire, muoversi e migliorare. Questo termine deriva dal latino stimulare, nel senso di pungere, spronare, collegato a stimulus, ossia uno sprone o un pungolo utilizzato per incitare gli animali, specialmente i buoi, a camminare o lavorare. Tutt’oggi ha mantenuto il suo significato ma non viene più solo utilizzato nel contesto agro pastorale ma in un ambito più vasto.
L’etimologia di questa parola come delle altre sopra indicate ci fa riflettere su quanto il mondo latino fosse legato indissolubilmente alle sue radici agro-pastorali da cui derivano molte parole che influenzano il nostro linguaggio anche se il loro significato si è evoluto in sfumature totalmente diverse dalla loro origine.
A cura degli alunni della classe III C del Liceo Classico “G. Asproni” di Nuoro: Margherita Baragliu, Claudia Beccu, Rosalia Bruno, Eleonora Cottu, Giada Deiana, Francesco Paffi, Mariantonia Podda, Greta Vitzizzai.
Coordinamento didattico: Venturella Frogheri