Dati societari
L’Ortobene
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani

«Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello con casualità e senza preavviso». (Zygmunt Bauman)
Nel corso dei secoli, le società umane hanno costruito modelli culturali differenti per dare ordine alla vita collettiva e personale. Le considerazioni che seguono si incentrano sul confronto tra la società romana-arcaica e la società contemporanea, al fine di individuare i mutamenti nel modo in cui l’individuo si rapporta a sè stesso, alla famiglia, alla comunità e di conseguenza allo Stato, per comprendere meglio la nostra contemporaneità. Tale confronto tra società “solida” e società “liquida” costituisce una chiave interpretativa per analizzare l’evoluzione (o magari anche l’involuzione) del rapporto tra individuo e collettività dall’antichità romana alla contemporaneità. Analizzare questo passaggio significa interrogarsi non solo sulla storia, ma anche sulla nostra identità presente. Da un lato, la società latina arcaica e repubblicana, fondata su valori condivisi e stabili, riassunti nel concetto di “mos maiorum” (“costume degli antenati”); dall’altro, la condizione moderna descritta da Zygmunt Bauman come “modernità liquida” (titolo dell’omonimo saggio), caratterizzata dalla fragilità dei legami sociali, dalla centralità dell’individuo e dalla progressiva dissoluzione delle strutture tradizionali. Il “mos maiorum” non era un codice scritto, ma un patrimonio normativo e morale trasmesso attraverso l’esempio, la memoria e la tradizione. Le fonti letterarie ed epigrafiche testimoniano chiaramente questo ideale. Le iscrizioni funerarie celebrano spesso le virtù civiche del defunto, come la virtus, la pietas e il servizio reso allo Stato. Anche diversi autori latini sottolineano l’importanza dell’unità sociale: Seneca, ad esempio, descrive la società come una “volta umana”, o “volta di pietre“: così come ogni mattone è essenziale per sostenere un muro e ognuno di questi si sostiene reciprocamente, allo stesso modo ogni individuo è fondamentale per la società, ogni individuo è una pietra indispensabile al sostegno dell’intera struttura. L’uomo non è pensabile fuori dalla comunità, ma esiste in funzione di essa, non vive come un singolo, non è un’isola, come ci dice John Donne. Di fatto il mos maiorum costituiva l’ossatura etica della società romana: un insieme di valori (declinati anche al femminile) – come “pietas“, “fides“, “gravitas“, “virtus“, “constantia” – che orientavano il comportamento del singolo e ne definivano il ruolo all’interno della “familia” e della “civitas“. In questo contesto, il rapporto padre–figlio era centrale. Il “pater familias“, investito della “patria potestas“, rappresentava l’autorità morale e giuridica della famiglia. sulla quale il giurista Gaio (II secolo d.C.) si esprime così: «Non vi sono altri uomini al mondo che hanno sui figli lo stesso potere che abbiamo noi». Con un’autorità quasi assoluta amministrava i beni, decideva i matrimoni, rappresentava la famiglia davanti alla società e aveva persino poteri giuridici sui figli. Il rapporto padre–figlio era fondato sul rispetto e sull’obbedienza, e il figlio non era considerato un individuo autonomo, ma parte di una comunità familiare che veniva prima di tutto. Lo psicoanalista Luigi Zoja nel saggio Il gesto di Ettore, dice che il legame generazionale non era dunque fondato sull’affettività in senso moderno, ma su un impegno quasi istituzionale del padre nell’istruzione di un nuovo cittadino (attraverso quei valori del “mos maiorum“). Il tutto veniva sintetizzato con il riconoscimento, il “tollere liberum”, l’introduzione pubblica alla società sotto la propria gens.
Il rapporto padre-figlio viene efficacemente testimoniato nell’opera plautina e nelle testimonianze epigrafiche, in particolare in quelle di Scipione Barbato e di suo figlio Lucio: in queste si introduce il defunto come “figlio di”, la prima “Gnaeo patre prognatus” e la seconda “Filius Barbati”. La figura del padre rappresenta un riferimento imprescindibile, un punto fermo che guida ed aiuta a riconoscersi qualora ci sia la possibilità di perdersi, offre un modello comportamentale ed educativo, utile soprattutto nella creazione dell’autonomia e nel rispetto di valori condivisi socialmente. Oggi al contrario è stata curiosamente distinta una tipologia di figura paterna che risulta essere troppo morbida, compiacente e permissiva, si tratta del “padre peluche”, una figura che non riesce a negare richieste, che ha un’azione educativa non comparabile a quella di un padre presente ed affettuoso ma allo stesso tempo vigile e che sappia imporre con autorevolezza dei limiti necessari. Spesso oggi la figura femminile, che si tratti di una madre, di una sorella, di una sposa, di una nonna o di un’amica, influenza molto il pensiero e le scelte delle figure maschili, anche questa risulta essere una “novità”, rispetto al passato. Nel mondo antico le relazioni all’interno della “familia” riflettevano una concezione organica della società. Ogni membro occupava una posizione definita, funzionale alla stabilità dell’insieme. La famiglia non era uno spazio privato contrapposto alla sfera pubblica, ma una microstruttura della comunità politica: educava il cittadino e ne anticipava i doveri civici. Il modello educativo romano mirava alla formazione del “vir bonus“, capace di coniugare rettitudine morale e competenza pubblica. L’educazione non era finalizzata all’autorealizzazione individuale, bensì all’inserimento armonico dell’individuo in un ordine preesistente. Plauto nella sua commedia Mostellaria, descrive i genitori come fabbri dei propri figli, artefici della loro educazione.
Primundum parentes fabri liberum sunt.
Ei fundamentum substruunt liberorum,
Extollunt, parant sedulo in firmitatem
(Prima di tutto i genitori sono i fabbri dei loro figli. Costruiscono le fondamenta dei loro figli, li tirano su, si impegnano a consolidarli).
Da questa forma di educazione improntata ai valori dell’obbedienza, dell’onore, e del sacrificio per il bene comune, deriva il forte legame tra formazione familiare e impegno pubblico. Il “civis romanus” era chiamato a partecipare attivamente alla vita della “res publica“, sia attraverso l’impegno politico-istituzionale, sia mediante il servizio militare. La partecipazione alla guerra, in particolare, costituiva una delle principali occasioni di affermazione della “virtus” e di riconoscimento sociale. Anche in questo caso, le epigrafi celebrative e commemorative permettono di osservare come l’identità individuale fosse costantemente definita in relazione al servizio reso alla comunità, rafforzando l’idea di una società in cui il valore del singolo era inseparabile dal bene collettivo. Sempre nelle due epigrafi sopra citate, di Barbato viene lodato il fatto che “Taurasiam, Cisaunam Samnio cepit, subigit omnem Lucaniam obsidesque abducit” (Conquistò Taurasia, Cisauna nel Sannio, sottomise tutta la Lucania e portò via gli ostaggi) e del figlio che “cepit Corsicam Aleriamque urbem” (conquistò la Corsica e la città di Aleria). Anche la “pietas” veniva tenuta in grande considerazione, basti pensare al continuo rimando nelle lapidi funerarie alle divinità (pagane che verrà poi sostituita da quella cristiana). Per esempio in quella della Vumbria matronica: “et religionis, cui ego annis octoginta seruiui” (in quella religiosità concreta tipica latina) oppure in quella di Aurelia Maria: “sanctae”: “sancti in mente habete Mariam”. Le donne dovevano essere esempio di castità e riservatezza (pudicitia), fedeltà verso la famiglia e il marito (fides), laboriosità (lanificium, l’unico lavoro alla quale si dedicavano le matrone romane: la tessitura della lana). Si legge per esempio in una antica Laudatio Funebris: Hic est illa sita pia frugi casta pudica. Traduciamo questa iscrizione come “Qui giace Pia, frugale casta pudica”.
Questo modello si trova in difficoltà nella modernità avanzata. Bauman utilizza il termine “liquida” perché, come un liquido, la società non mantiene una forma fissa e cambia continuamente, è caratterizzata da una mutabilità costante, in cui i ruoli sono più flessibili, le identità mutevoli, le relazioni meno stabili. Infatti secondo Bauman, la società di oggi è caratterizzata dalla disgregazione delle strutture solide che un tempo fornivano stabilità e orientamento: la famiglia, la comunità e la patria. I legami stanno diventando temporanei e reversibili (questo concetto verrà poi sviluppato in “Amore liquido”) e l’individuo è obbligato a costruire autonomamente la propria identità senza quei riferimenti duraturi che prima gli venivano offerti. Bauman utilizza la metafora della liquidità per illustrare come i cambiamenti tecnologici, economici e sociali abbiano eroso la sicurezza e la prevedibilità che un tempo veniva chiamata vita quotidiana. Ciò deriva da diverse dinamiche sociali: l’individualismo radicale, ovvero la ricerca dell’autonomia, la scelta e il benessere personale, l’autorealizzazione, l’espressione di sé stessi che prevale sul desiderio di costruire legami stabili portando a relazioni superficiali, generando spesso isolamento e solitudine, ad esempio nell’amicizia, in cui la priorità è spesso il soddisfacimento dei bisogni individuali. L’individuo si trova solo a costruire il proprio progetto di vita, con la responsabilità totale dei successi e dei fallimenti, aumentando l’ansia e la paura. La cultura della connessione riguarda il fatto che i social media abbiano sostituito in parte le interazioni reali, rendendo i legami più veloci da stabilire ma anche più facili da rompere. E poi la paura dell’impegno: infatti molte persone temono di legarsi a lungo termine, sia nelle relazioni personali che in quelle professionali, preferendo relazioni temporanee. Anche il mondo del lavoro ha subito trasformazioni profonde caratterizzate da instabilità e flessibilità estrema, con conseguente precarietà lavorativa: i contratti a tempo indeterminato sono sempre più rari, mentre il lavoro temporaneo è sempre più diffuso, e ciò causa insicurezza e stress costante. Le relazioni e le esperienze tendono a diventare “consumabili” e superficiali, sostituendo l’impegno a lungo termine con la ricerca di gratificazioni immediate. Lo Stato e le istituzioni tradizionali offrono meno sicurezza e punti di riferimento, aumentando il senso di smarrimento. La globalizzazione accelera i cambiamenti, rendendo difficile consolidare abitudini e procedure, creando un senso di incertezza e paura. L’individuo non è più visto principalmente come produttore stabile, ma come consumatore, in una società che richiede adattabilità e flessibilità costante. E proprio l’affermazione dell’individualismo è uno degli aspetti chiave della società liquida. A differenza del cittadino romano, la cui identità era definita dal ruolo sociale e dalla tradizione, l’individuo contemporaneo è una creatura in continua evoluzione. Tuttavia, secondo Bauman, non possiamo parlare di una “libertà”, ma di una situazione che porta con sé una crescente solitudine e una fragilità nei rapporti umani. Anche la famiglia perde il suo carattere di istituzione stabile e diventa un legame affettivo “contingente” Il confronto tra società solida e società liquida mette in luce un cambiamento profondo nel rapporto tra individuo e collettività. nel passaggio da una società solida e sicura a una società fluida e incerta.
“Essere moderni significa essere perpetuamente in testa rispetto a se stessi, in uno stato di costante trasgressione […]; significa anche avere un’identità che può esistere solo in quanto progetto irrealizzato.” (Z. Bauman)
Riflettere su questo passaggio non significa idealizzare il passato, ma interrogarsi sulla possibilità di recuperare anche nella fluidità del presente ciò che di buono c’era, come le forme di responsabilità, solidarietà e di impegno collettivo, capaci di dare stabilità e senso all’esperienza umana. II mondo romano, con i suoi valori stabili e condivisi, ci appare oggi lontano, ma offre ancora diversi spunti di riflessione su come ricostruire quel senso di appartenenza, pur nella complessità della società moderna.
Oggi l’uomo si trova di fronte ad un bivio, da un lato il cambiamento, il futuro, dall’altra il rispetto delle tradizioni con uno sguardo rivolto al passato. La soluzione è guardare al futuro senza però perdere la nostra identità, accettare l’evoluzione senza però dimenticarsi degli insegnamenti che ci lasciano i nostri antenati. Non si tratta di tornare al passato, ma di reinterpretarlo. La società liquida ha bisogno di radici per non disperdersi, e il mos maiorum può rappresentare una guida anche per l’uomo di oggi.
A cura degli alunni della classe III A del Liceo Classico “G. Asproni” di Nuoro:
Matilde Abraini, Chiara Ballore, Lidia Carzedda, Benedetta Deriu, Giorgia Floris, Giovanni Guiso, Leonardo Gusai, Nicola Lai, Maura Lavra, Gabriele Loi, Maria Teresa Loi, Davide Francesco Montisci, Michela Montisci, Francesco Mulas, Riccardo Murru, Paolo Pisano, Fabrizio Serra, Davide Virdis
Coordinamento didattico Venturella Frogheri