Dati societari
L’Ortobene
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08100 Nuoro
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Autorizzazione del Tribunale
di Nuoro n. 35/2017 V.G.
CRON. 107/2017 del 27/01/2017
C.F. 93003930919
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
A votare. Era questo il dire, come un imperativo categorico di massa, per sa die, il giorno delle elezioni, domenica più la mattinata di lunedì. Il tempo è quello della prima Repubblica, anni compresi tra la fine della seconda guerra mondiale e primi Novanta. Erano dette votassones le elezioni politiche, amministrative, regionali, comunali, tanti i referendum fino a che questi, un’autentica pletora, diventarono inutili e stucchevoli. Era già notte della Repubblica quando cominciò a calare l’interesse per sas votassones. Trame nere, bombe fasciste, scandali, corruzione, gli anni di piombo del terrorismo con al centro il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse nel 1978, considerevole perdita di autorevolezza delle istituzioni, la politica diventata la caricatura di se stessa hanno progressivamente ridotto a stanco rituale la giornata del voto. Persa, come memoria storica, l’epica dei comizi, gli scontri formidabili tra campioni di partiti tra di loro opposti. Qui da noi in Sardegna famose le dispute, in tempo di guerra fredda, tra il democristiano don Salvatore Fiori che poi si spretò e i comunisti Renzo Laconi e Velio Spano. Don Fiori di Pozzomaggiore usava il linguaggio di Savonarola contro il linguaggio staliniano di Laconi e Spano, uno di Sant’Antioco l’altro di Teulada. Poi c’erano la propaganda, i manifesti, le vignette, gli slogan. Uno dei più incisivi sempre al tempo della guerra fredda era: «Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no». Dio sapeva da che parte stare. La Dc, stemma croce rossa su scudo in campo azzurro, fece ricorso persino a «In hoc signo vinces», la croce apparsa in sogno a Costantino prima della decisiva battaglia di Ponte Milvio, nel 312, che segnò la disastrosa sconfitta di Massenzio. Nel 1948 La Democrazia Cristiana sbaragliò il Fronte Popolare sostenuto da comunisti e socialisti. Il tempo della Dc al potere sarebbe durato quasi assoluto sino al 1976 quando ci fu una grande avanzata del Pci nelle elezioni politiche, rinnovo Camera e Senato, la prima volta del voto ai diciottenni. Un’avvisaglia della perdita di potere assoluto della Dc c’era già stata due anni prima, nel 1974, al referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio. Vinse nettamente il No, il fronte sostenuto dalla sinistra. Fu una sconfitta personale di Amintore Fanfani, segretario della Democrazia Cristiana, sbeffeggiato in tutte le maniere da altri autori di slogan, artisti, disegnatori e attori, uno per tutti Dario Fo. Anche la parola «Democrazia» iniziava ad andare incontro a diverse interpretazioni. Nel 1975, al mio paese, alle elezioni regionali, una quasi centenaria, estita ‘e rusticu, crejastica, accompagnata all’urna da un portaborse di un candidato Dc, rispettò la raccomandazione «voir votate democrazia», lei ripeteva «sa demograzia», ma sbagliò casella. Invece che sullo scudo crociato fece la croce sul simbolo di Democrazia Proletaria.
Le storie di paese de sa die de sas votassones sono rappresentative per il luogo e per tutta la storia nazionale. L’andare a votare fu una cosa molto importante in Italia: il diritto, l’obbligo, il dovere, il fatto, su questo batteva forte il Pci, che «nessun voto vada perduto». Ma pure Achille Lauro, armatore napoletano, l’uomo più famoso di Stella e Corona, il partito monarchico, che comprava i voti con un pacco di pasta, siamo in tempi di fame mastrujuannina al massimo grado della diffusione, oppure con un paio di scarpe. Si entrava nell’urna con una e all’uscita, accertato che il beneficiato/beneficiario avesse fatto il proprio dovere, a proposito di segretezza del voto, otteneva la scarpa corrispondente.
Al tempo de sas votassones nella prima Repubblica dire «tue no’ as votu» significava, oltre l’età anagrafica non raggiunta per poter votare, scarsa considerazione.
Nel segreto dell’urna, giunta l’ora del voto, se si decideva volontariamente di annullare la scheda ci si sbizzarriva. Se si raccogliessero tutte le parole e frasi che l’urna elettorale ha prodotto non basterebbero i sotterranei del Vaticano a contenere i volumi che le contengono. Il locale vale il globale. Attingendo dalle Annales bittesi vasta è la casistica. Si va dal classico «Su sinnicu minnicu chi lu idan» a «Vona che trenu», così in una scheda per la castissima presidentessa di seggio. Ci fu pure chi si prese lo sfizio di suggerire un tredici vincente al Totocalcio, la schedina incollata alla scheda grande. Per non dire di segni e disegni con il basso corporeo a soggetto, parolacce dalle solite note alle più fantasiose, in sardo e in italiano. Ci fu persino chi tagliò dalla scheda, a irgubbiu, con qualcosa di affilato, una forbice o un coltello, il nome di un candidato. In un’altra sezione presieduta da un maestro di scuola, democristiano notoriamente di destra, tipo iroso, fu lui stesso a leggere a voce alta: «Maestro…fascista!». Il pubblico che assisteva come a teatro si aspettava chi sa quale sfuriata, invece il maestro la prese con filosofia. «Unu votu a mie puru».
Il colmo fu la volta che un candidato missino alle elezioni comunali ottenne zero voti. Neppure il suo né quello della moglie. Il sabato precedente la domenica elettorale si era dimenticato di andare in campagna per dare l’acqua all’orto. Già arroventava l’estate e il rischio era che un altro giorno senza acqua rovinasse lavoro e raccolto. Bisognava scegliere, anche perché l’indomani, lunedì, c’erano altre urgenze da espletare e in campagna allora si andava e si tornava a piedi. O il voto o l’orto. Fu scelto l’orto.