Oltre ottocento persone tra operatori pastorali, catechisti, rappresentanti delle diverse comunità parrocchiali, delle associazioni e movimenti, insegnanti di religione, genitori, consacrati, sacerdoti, hanno partecipato sabato 29 novembre al Convegno diocesano che si è tenuto a Orosei presso l’hotel Marina Beach. La comunità di Orosei ha curato anche, con squisita disponibilità, l’accoglienza e l’animazione liturgica.

Tema del convenire, quest’anno, il rapporto tra le nuove tecnologie e la missione della Chiesa.

L’orizzonte lo ha indicato il Vescovo Antonello nella sua meditazione durante il momento di preghiera introduttivo. Il riferimento è stato al libro della Sapienza. Non si tratta solo di un sapere intellettuale – ha spiegato -, il saggio è colui che vede la vita come un assumersi la responsabilità di quello che vive e fa.

Pensando a una realtà come quella di oggi, che talvolta porta a domandarsi se il Signore sia o meno in mezzo a noi occorre – ha affermato il Vescovo – assumere un atteggiamento educativo: imparare a dire “il Signore c’è”.

Il libro della Sapienza rivela come tutto ciò che esiste è stato creato da Dio, tutto Lui ha creato per l’esistenza. La Chiesa che si interroga sulla tecnologia, allora, ha bisogno di comprendere che tutto ciò che nasce è voluto da Dio e dobbiamo assumerlo per diventare saggi, sapienti. Occorre dunque, – questo l’invito – abitare questi spazi, trasformarli in un ambiente teologico.

Le oltre cinquanta domande pervenute ai tre relatori, i cui interventi sono ampiamente trattati in queste pagine, mostrano l’interesse e l’attenzione da parte dell’assemblea.

Al termine della giornata la Santa Messa ha come portato l’intera comunità diocesana, fedeli e sacerdoti insieme, a varcare la soglia dell’Avvento, guidati ancora una volta dalle parole del Vescovo e sostenuti dal mandato ai collaboratori diocesani e parrocchiali per il nuovo anno pastorale, chiamati a credere con il cuore, riscoprire la fede, professarla e «annunciarla ad ogni persona con coraggio e franchezza per essere segno vivo della presenza di Gesù Risorto nel mondo».


GLI INTERVENTI DEI RELATORI

La vera sfida è governare i rischi che nascono dall’IA

La rivoluzione tecnologica e dell’intelligenza artificiale (IA) «è gradita ma non di tutto compresa e suscita reazioni ambivalenti». A spiegarlo, riassumendo i dati di una ricerca demoscopica, è Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos e uno tra i maggiori sondaggisti in Italia. «La fiducia è selettiva – ha spiegato – perché l’IA è apprezzata per l’efficienza e la semplificazione della nostra vita ma le decisioni – secondo il campione interessato – dovrebbero rimanere umane. L’IA permetterà passi avanti per la medicina, per la produttività e la semplificazione ma c’è timore per il lavoro, per le relazioni e per la creatività». Da ultimo «l’IA non è né buona né cattiva, l’arbitro è l’essere umano e la vera sfida è governare i rischi». Queste le riflessioni mosse dai risultati della ricerca condotta.

Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è il rapporto delle persone con la tecnologia. Nel campione interpellato, rappresentativo della popolazione italiana adulta, una persona su 4 dichiara di amare e di utilizzare la tecnologia ogni volta che può. Altri la usano di frequente, ma non ne sono particolarmente appassionati, un 7% dice esplicitamente di non amarla. Un primo importante elemento di cui tenere conto secondo Pagnoncelli quando si parla di tecnologia e a maggior ragione di IA è l’aspetto generazionale: «Le persone meno giovani sono meno inclini a utilizzare la tecnologia. Il secondo elemento è il livello di istruzione, un terzo che è legato alle condizioni economiche. Spesso le persone di condizione più fragile sono un po’ più in difficoltà nell’approccio alla tecnologia». 

Ma c’è fiducia nel progresso e nella comunità scientifica? – è stato domandato al campione. Il sì prevale largamente, mentre il livello di sfiducia è più elevato ancora una volta presso le persone magari meno istruite e le persone meno giovani.

Quanto ne sanno le persone dell’IA? Su questo è interessante il confronto fatto in trenta nazioni: le media è di 2 persone su tre che dichiara di conoscerla a fronte di una 25% che invece non ne sa molto. L’Italia è al penultimo posto (50% dichiara di saperne e 40% no) seguita dal Giappone: «Non vi dice niente il fatto che queste siano le nazioni più longeve al mondo?» – ha domandato Pagnoncelli -, le dinamiche demografiche di cui spesso si parla hanno delle conseguenze molto importanti, anche nell’assunzione delle competenze e nella formazione delle opinioni». 

Anche la domanda sulla fiducia nell’IA mostra una polarizzazione delle opinioni: il 17% dice di non averne e il 22% ha una fiducia scarsa; un 34% dichiara di avere una discreta fiducia e un 16% una fiducia elevata. In generale, pensando all’accordo con la frase “L’intelligenza artificiale ne è cattiva, ne è buona. Dipende dall’utilizzo che se ne fa”, 3 persone su 4 sono d’accordo. «C’è sicuramente un’apertura e una curiosità rispetto a quello che può determinare l’utilizzo dell’IA, però c’è anche la preoccupazione per i rischi connessi» – ha commentato il sondaggista. 

Quanto all’impatto sul mondo del lavoro è chiaro che quasi tutti i mestieri potranno essere svolti più efficacemente dall’IA e che i lavoratori saranno sostituibili. «È chiaro – ha affermato Pagnoncelli – che sono processi che vanno accompagnati favorendo le conversioni positive, la formazione e intervenendo a favore di quelli che saranno in qualche modo colpiti negativamente. Perché ogni transizione ha vincitori e vinti ed è responsabilità collettiva di ciascuno di noi e di chi guida i Paesi intervenire a favore di chi risulta svantaggiato».

Quando si parla degli ambiti di applicazione dell’IA al primo posto c’è la medicina, poi le assistenze sanitarie e poi la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, ci si aspetta che l’intelligenza artificiale possa produrre processi di semplificazione. Poi ancora l’automazione industriale robotica, la sicurezza, la sorveglianza.

Permane però la fiducia nell’essere umano in generale e soprattutto per la giuda di un veicolo, un aereo, per un’operazione chirurgica delicata, mentre l’IA può risultare utile per individuare il prodotto più economico per un acquisto, o per individuare il percorso migliore di una città sconosciuta.

Il 22% pensa che l’IA sarà fondamentale nei prossimi 5 anni, soprattutto nel mondo del lavoro, con un 42% che dice che svolgerà una buona parte delle nostre attività giornaliere ma non sarà così essenziale.

In prospettiva lunga il 26% dice saremo capaci di gestire l’IA ma ricaveremo solo dei vantaggi. Quindi c’è fiducia anche nella capacità umana di maneggiare, di gestire questo strumento. Un 25% è un po’ più scettico, dice non ci porterà grandi cambiamenti, non saremo in grado di sfruttare tutte le potenzialità che ci verranno offerte. Un altro 26% viceversa è più “apocalittico”, dice che saremo incapaci di gestirla e che ci distruggerà. Il 22% non si esprime. Questa varietà di opinioni significa – ha affermato Pagnoncelli – che c’è uno spazio enorme per riflessioni, dibattiti, approfondimenti, per fare cultura sul tema del rapporto tra uomo e tecnologia». 

Un approfondimento nella ricerca era dedicato ai ragazzi 13-19 anni. Tra questi «prevalgono le emozioni positive tra quelle che l’IA suscita, sono prevalentemente di curiosità, ottimismo, stupore, ispirazione. Dove i ragazzi immaginano che si possa essere un impatto dell’IA? Prevalentemente sul mondo dell’informazione, sui servizi sanitari, sulla scuola, perfino sul mondo del lavoro, nonostante, come abbiamo visto prima, ci siano preoccupazioni sui livelli occupazionali. L’impatto negativo che immaginano i giovani è nelle relazioni umane e, nel lavoro, nel rapporto con i colleghi». 

L’altro elemento su cui riflettere e il cosiddetto deskilling, vale a dire la riduzione delle competenze, «saremo più piccoli e meno brillanti».

Tornando in chiusura ai timori associati all’IA e prendendo in considerazione nuovamente la popolazione generale, il primo riguarda le notizie fasulle e il cosiddetto deep fake (vale a dire la possibilità di generare false immagini e narrazioni altamente realistiche). Il timore è associato anche alle truffe, ma «attenzione – ha sottolineato Pagnoncelli – l’informazione fasulla orienta l’opinione, quindi ha a che fare con la democrazia, con il consenso». 

È questo un aspetto che torna anche nelle ricerche condotte in Europa e specie tra i giovani.

«L’Italia – ha ricordato il sondaggista – è il Paese che ha la distanza più ampia tra percezione e realtà su temi come immigrazione o omicidi. Questi aspetti – ha sottolineato ancora Pagnoncelli – sono al centro del dibattito politico e mediatico per questo dico che ciò di cui parliamo ha a che fare con la democrazia. L’altro rischio è quello per cui l’IA, che trae le fonti dei dati esistenti, sia un amplificatore di stereotipi, vale per esempio nell’immaginario di alcune professioni o compiti».
Franco Colomo

Nando Pagnoncelli

Riscoprire la nostra fragilità e l’umano in Cristo

Coordina il servizio di apostolato digitale, insegna teologia della trasformazione digitale in diversi atenei e da giurista ha contribuito a scrivere il documento europeo sull’uso dell’Intelligenza artificiale ma ammonisce, «non è la legge che cambia le cose ma una cultura condivisa, una cultura che in ambito cattolico dovrebbe privilegiare la chiesa come luogo fisico per far incontrare le persone realmente». Davanti alla platea dell’assemblea diocesana di Orosei, don Luca Peyron parte dalla questione sociale e dalle parole di Papa Leone XIV sulla nuova rivoluzione industriale prodotta dall’Intelligenza artificiale (IA). «La tecnologia dipende dall’uso? – lancia la provocazione il sacerdote -. No, la tecnologia incorpora una visione del mondo che orienta a prescindere dalle persone. Non è neutra né neutrale perché incide sulla realtà. Già Paolo VI asseriva che la cultura è legata all’evangelizzazione. Se nel 2018 l’Intelligenza artificiale rappresentava solo il 2 per cento, oggi ha un peso determinante come interazione sociale profonda tanto che un adolescente la cerca per essere ascoltato e può anche spingerlo al suicidio. Dobbiamo sapere che comunque si tratta di un prodotto sintetico mediocre, è facile da usare e cortese, ci dice quello che vogliamo sentire, non dà un risultato attendibile».

Con stile ironico e numerose metafore, il teologo piemontese sottolinea che è «un pensiero galleggiante… anche nel campo della medicina la macchina ti aiuta ma la decisione spetta a te. Occorre distinguere tra conoscenza e sapienza e ricordarci che IA é un moltiplicatore impressionante di informazioni e va saputa gestire». Peyron cita Daniel Miller affermando che la comprensione «dipende non da ciò che l’intelligenza fa ma da ciò che le persone fanno con essa… La macchina non è cosciente… Cristo si è fatto carne perché è un pensiero diventato vita per dirci che la nostra vita in quel pensiero ha un senso».

Torna al centro la questione antropologica e teologica, «di una fede che passa da domande che non sempre hanno risposte pronte, perché c’è il discernimento». Del resto, l’IA tende a ridurre la complessità in maniera alquanto pericolosa.

Il sacerdote ammonisce: «Ogni cambiamento tecnologico è un compromesso, l’IA nasce nel 1956, dobbiamo chiederci cosa disfa rispetto al passato, il navigatore ad esempio ci permette di trovare più facilmente i posti, la macchina risponde con criteri di efficacia efficienza e velocità, l’essere umano invece ha bisogno di tempo. La conseguenza di questa vita accelerata è l’ansia che ci rende inadeguati, il tempo non basta mai». Don Luca richiama l’astronomia e una splendida immagine della terra scattata dagli astronauti: «L’ Intelligenza artificiale – dice a gran voce – ci invita a riprendere a pensare, a scoprire chi siamo, la nostra fragilità, serve a riscoprire l’essere umano attraverso l’umano pieno che è Cristo (…).  La vocazione umana non può essere la velocità di un orologio ma l’orientamento di una bussola». In chiusura, alcuni momenti densi di cristologia: il primo è un riferimento al Vangelo di Matteo dove Gesù è il tecnologo che custodisce l’umano, lo ama e non si limita a riconoscerlo; il secondo nel Vangelo di Giovanni è l’episodio della Samaritana al pozzo, luogo fisico dove Cristo costruisce una relazione autentica.

Lo scatto finale è un’immagine prodotta dall’intelligenza artificiale, l’onnipotenza di Dio inchiodato sulla croce, «una fragilità che non è un limite ma è la natura stessa dell’uomo che lo rende Chiesa (…). Se la macchina non ci toglie la fragilità non ci toglie neanche il desiderio di pensare».  Desiderio come ricerca di un infinito che la fede ci offre. Sollecitato dal Vescovo Antonello a rispondere alle domande del pubblico attento e curioso, don Luca rimarca che la generosità è solo umana, l’Intelligenza artificiale può imitarla ma non può essere identica. Riscoprire l’umano nell’umano completo che è Cristo è, in definitiva, l’appello lanciato a Orosei, un invito all’ascolto di figli, studenti e minori, responsabilità degli adulti chiamati a vigilare sull’esposizione incontrollata al mare magnum della rete.
Priamo Marratzu

Don Luca Peyron

La necessità di creare alleanze e patti digitali

Alla professoressa Stefania Garassini, docente presso l’Università Cattolica di Milano, il compito di offrire alcuni elementi di riflessione sulla possibilità di pensare e stipulare nuovi “patti digitali”, orientamenti da proporre alla «famiglia umana» per l’educazione e la tutela specialmente dei ragazzi e dei giovani. Un discorso introdotto con alcuni dati offerti dall’Università Bocconi, la quale in collaborazione con il Comune di Milano ha realizzato un sondaggio diretto a 6000 genitori circa l’età adatta per un utilizzo dello smartphone. I risultati sono quasi contraddittori: gli intervistati individuano nei 14 anni il momento giusto e allo stesso tempo si sono trovati “costretti” a regalare un dispositivo mobile ai propri figli già ai 10. Le motivazioni possono essere plausibili, come la paura di vederli esclusi o di farli apparire diversi dai coetanei, «ma sempre manca il protagonismo della famiglia: in nessun caso un genitore ha affermato che i figli potessero esser giudicati pronti e maturi per tale responsabilità». Da qui, per la Garassini si evince un atteggiamento di rassegnazione, come se «il digitale sia una sfida che non riusciamo completamente a vincere, al limite la si può contenere o limitare». Invece, citando Armida Barelli, la professoressa ha ricordato che «proprio perché impossibile, la si farà». Anzitutto è fondamentale andare oltre determinate pressioni capaci di far sentire gli adulti come impreparati, superando il pregiudizio secondo cui quando non si ha piena dimestichezza con la tecnologia (al contrario delle giovani generazioni erroneamente definita di “nativi digitali”) non ci si sente legittimati a stabilire regole o dare limiti. Invece, «il digitale è una grandissima opportunità che può portare a diventare educatori migliori», senza lasciarsi bloccare dalla convinzione di fragilità o dall’idea di mostrarsi retrogradi in virtù dei principi dettati da un falso «tecnottimismo». Un sano «tecnorealismo», d’altro canto, dà il coraggio nel rivendicare la liceità di dover bloccare l’utilizzo dei social per i più piccoli, dato che «un’educazione nella conoscenza delle funzioni di un app non dà automaticamente una “consapevolezza digitale”». Anzi, i rischi sono molteplici e inevitabili: la «dipendenza», perché lo schermo di uno smartphone è progettato per catturare continuamente tramite notifiche la nostra attenzione, costringendoci all’isolamento; la comodità dell’«immediatezza», costruita dagli algoritmi che ci accontentano, al posto della fatica, del gusto di guadagnare gli obiettivi con i propri sforzi e fatica; la gratificazione «quantificata», perché sulle diverse piattaforme le qualità personali sono misurate e valgono sulla base del numero di like, al punto che se una pubblicazione ha poche interazioni si brucia l’autostima; la perdita di «creatività e manualità», perché il telefonino offre tutto già servito, l’unico movimento è quello del polpastrello sul touchscreen, quindi a livello neurologico si “addormentano” tutte le potenzialità del bambino, compresa la capacità di attenzione e comprensione; l’incapacità di «gestire le emozioni», per non parlare delle influenze sul sonno; i pericoli dell’emulazione e dell’adescamento… Sono valutazioni e preoccupazioni condivise dagli esperti, come documentato anche di recente dalla Sip, la Società italiana di Pediatria, le cui ricerche sono state menzionate dalla relatrice.

«Nell’incontro tra noi e queste tecnologie – ha insistito Garassini – dobbiamo impegnarci perché venga fuori qualcosa di buono, ma comprendendo che questo ci costerà un certo impegno: recuperare un dialogo che incoraggi i genitori a parlare con i figli delle loro esperienze online, avvalersi degli strumenti di controllo creati per tutte le fasce di età e operativi in forma costante se applicati a dovere, mantenere la doverosa supervisione e non temere di imporre uno stop». E ancora: «In fondo, di cosa hanno bisogno i bambini? Ce lo dice Jonathan Haidt, psicologo sociale e autore del libro La generazione ansiosa: Noi abbiamo protetto troppo i bambini nel mondo fisico reale, ritenendolo pericoloso, e li abbiamo lasciati soli in quella digitale nella solitudine della cameretta, sicuri più o meno come su un tronco che naviga in mezzo alla mare, o come un’automobile in contromano in autostrada». L’invito è quello a ribilanciare questa situazione, a dare più tempo al gioco libero, a considerare il rischio come elemento essenziale per acquisire consapevolezza di sé e autostima. Infine, tanta cautela e gradualità: di sicuro «non un ritorno alle tavolette di argilla, ma la volontà di creare alleanze tra genitori e sottoscrivere dei patti digitali, per mettersi insieme e decidere insieme di rispettare alcune regole nella crescita dei propri figli».
Luca Mele

Stefania Garassini