In questi decenni, nell’universo mondo benestante ma anche in Sardegna, abbiamo assistito ad infiniti dibattiti sulla cosiddetta “decrescita felice”. Essa può essere grezzamente riassunta in questi punti: meno popolazione significa migliorare la qualità della vita; meno consumi e uso della terra avvantaggiano l’ambiente; sostituire il più possibile le merci (prodotte per essere vendute) con beni autoprodotti o scambiati all’interno di relazioni non mercatili; ridurre il tempo dedicato al lavoro salariato; rifiuto della mentalità usa e getta.  

Una serie di teorie che, pur avendo indubbiamente dei punti interessanti, si è rivelata fallimentare seppure abbia illustri precedenti contigui o affini. Chiedo scusa se appaio un po’ troppo sofisticato. Thomas Robert Malthus riteneva che mentre le risorse crescono in maniera aritmetica la popolazione cresce in maniera geometrica: in tal modo le risorse del pianeta non basterebbero a sfamare la crescente popolazione. Per combattere la povertà bisognava ridurre la natalità, a costo di imporre la castità. In Inghilterra, sempre nell’Ottocento, nacque il luddismo, ossia quel movimento che realizzò la distruzione di impianti industriali (macchinari, fabbriche) considerati una minaccia per la sopravvivenza dei ceti popolari stravolti dall’industrializzazione. Allora non c’erano le mode ambientaliste: più semplicemente, l’industria era vista come il nuovo sfruttamento degli operai. Lo scontro verteva tra capitale-costante (macchinari) e capitale-variabile (operai), tra “lavoro-morto” (gli impianti produttivi) e “lavoro-vivo” (quello degli operai). Paul Laforgue, genero di Marx, con il suo saggio Diritto all’ozio avanzava la proposta di lavorare tre ore al giorno; Bertrand Russell con il suo Elogio dell’oziosità, esplicitamente centrato sulla decrescita, proponeva un orario di lavoro di quattro ore giornaliere. E.F. Schumacher nel 1973 pubblicò il famoso libro Piccolo è bello: Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa. È una critica al modello di sviluppo occidentale basato su consumismo, grande industria e centralizzazione, e promuove l’importanza dell’economia su piccola scala e piccole comunità. Jean Baudrillard (La società dei consumi, Il Mulino, 1976) mette in discussione la relazione tra la bellezza, l’estetica e il sistema capitalistico. In sostanza, pone l’accento su come il capitalismo influenzi la percezione della bellezza, la sua produzione e il suo consumo, a discapito di altri valori. Per dirla terra-terra, il mercato dell’estetica condiziona dal colore delle unghie al tuo viaggio all’estero, ossia tutto. La tua persona è una scimmietta. 

Difficile tenere insieme tanti parametri. Anche perché vanno chiariti i concetti di sviluppo e crescita. Etimologicamente, sviluppo significa “liberazione dai vincoli, accrescimento progressivo”. La Scuola di pensiero francescana (XV secolo) poneva tre dimensioni dello sviluppo umano, tante quante sono quelle della libertà: quella materiale, cui corrisponde la libertà da; quella socio-relazionale, cui corrisponde la libertà di; quella spirituale, cui corrisponde la libertà per. L’accento è posto sulla qualità e la libertà. La crescita si riferisce invece all’aumento quantitativo, specie in campo economico. Quando si parla di “decrescita felice” i due termini vengono spesso confusi. L’ideologia green (attenzione alle scorreggie delle mucche perché inquinano) ne è la riprova.